La nota - rubrica a cura di Ambra Grieco

Nona puntata: Giotto, i romani, Assisi: una riflessione sulla paternità degli affreschi della Basilica Superiore


Per il terzo appuntamento con la rubrica "La nota", Ambra ci propone una sua riflessione sulla paternità degli affreschi della Basilica Superiore di San Francesco: un interessante arricchimento per completare i contenuti della puntata speciale del nostro podcast.


"Credette Cimabue nella pittura tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, sì che la fama di colui è scura".
Con queste parole, nell'undicesimo canto del Purgatorio, Dante sembra affermare il primato artistico del celebre Angiolo di Bondone poiché... "l'arte sua ebbe una profonda forza innovatrice perché abbandonando le fredde forme tradizionali, si ispirò alla realtà della vita e delle cose..." E così, da secoli e secoli, il visitatore che percorre la navata della Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi vede scorrere davanti a sé, negli affreschi delle pareti laterali, le storie della vita del celebre frate.
Nell'ammirare il meraviglioso ciclo di riquadri didascalici, probabilmente nessuno di noi ha mai messo in discussione la loro paternità, elogiando con stima ed ammirazione le abili mani di messer Giotto. Ma ne siamo proprio sicuri?

L'attribuzione a Giotto delle Storie della vita di San Francesco infatti, non ha alcuna base certa e fu proprio tale incertezza a far scaturire in tempi ormai remoti un'accesa diatriba fra numerosi storici dell'arte che ancora oggi sembrano non trovare una convincente risoluzione.
Le numerose polemiche sulle attribuzioni riguardano soprattutto gli affreschi del registro intermedio raffiguranti le Storie bibliche, ma quali abili mani dipinsero tal meraviglia?
Numerosi documenti cartacei affermano che un primo pittore non italiano, ma probabilmente originario della Francia lavorò ad Assisi nella parte alta del transetto e successivamente, intorno al 1280, giunse ad Assisi Cimabue per dipingere la parte restante del transetto con Le storie dell'Apocalisse e della Passione di Cristo.
Probabilmente, verso il 1290, il cantiere artistico d'Assisi si arricchì di un ulteriore artista, allievo di Cimabue, detto il "Maestro della cattura" e così come lui vi giunse anche Torriti appartenente alla scuola romana.

Fu proprio in tale periodo che vennero eseguite le Storie di Isacco e di Giuseppe, attribuite da molti storici dell'arte non a Giotto, come si potrebbe in primo luogo pensare, ma ad un artista molto meno conosciuto denominato il "Maestro delle Storie di Isacco".
In tali scene le figure sono ben proporzionate tra loro ed inserite in uno schema spaziale ben definito, caratteristiche tipiche della scuola romana.
Ma allora quale rapporto esiste fra Giotto e gli esponenti della scuola romana? È possibile pensare ad un'influenza reciproca da un punto di vista artistico?
Sì, poiché Giotto deve senz'altro molto all'ambiente romano che a lungo frequento instaurando una specie di interscambio culturale ed artistico.

La tradizione italiana ha da sempre assegnato a Giotto le Storie di San Francesco, ma nel 1913, anno in cui venne pubblicata un'importante monografia su Giotto ad opera del tedesco Friedrich Rintelen, si formò una corrente contraria che negò tale attribuzione viste e considerate le evidenti differenze di linguaggio espressivo rispetto agli affreschi della Cappella Scrovegni.
Contrariamente, i sostenitori di Giotto detengono la tesi in base alla quale la paternità dell'intero ciclo di affreschi sia da attribuire al grande artista, senza alcun dubbio accompagnato e sostenuto nel suo lavoro dai suoi altrettanto abili allievi.
Alcuni storici dell'arte inoltre hanno fatto giustamente notare che dopo le storie eseguite dal Maestro di Isacco, la pittura sembra assumere un carattere meno omogeneo, frutto della presenza di numerosi collaboratori. Dopo le prime sei storie del ciclo francescano infatti, vi è una cesura, per cui, se Giotto fosse l'artefice dell'intero ciclo avrebbe interrotto il suo lavoro apportando per le scene successive uno stile del tutto nuovo ed innovativo.

È ben visibile infatti, nelle prime sei scene uno stile del tutto arcaico, poco raffinato e privo di dettagli, mentre le scene successive sono caratterizzate proprio da una equilibrata ricercatezza dei particolari. La pittura adesso diviene più fluida, morbida, tanto da poter evincere una voluta e desiderata ricercatezza nella rappresentazione del reale per realizzare un linguaggio espressivo analitico, chiaro ed elegante. Adesso le figure si muovono liberamente all'interno del proprio spazio e non sembrano più pietrificate da quella staticità arcaica, ma libere e leggere nella loro piena consapevolezza di sé.
Se la mente geniale di Giotto lavorò anche solo in parte agli affreschi di Assisi egli rimarrà sempre e comunque colui che ispirandosi per primo alla realtà della vita e delle cose fece assumere all'arte una nuova e mirabile potenza di espressione.



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