Luca Signorelli, La comunione degli apostoli

Elisabetta Tudor: dai ritratti su tela alla fisicità cinematografica

Cineart

2012, Prima puntata

Per la prima puntata di quest'anno, Chiara ci parla della regina Elisabetta I d'Inghilterra e ci propone un interessante parallelo tra due degli ultimi film realizzati sulla sovrana, "The Golden Age" ed "Elizabeth", e alcuni ritratti che furono realizzati da pittori di corte: scopriremo, oltre al fatto che i film hanno tratto ampia ispirazione dall'arte, anche quali erano alcuni dei ruoli che i ritratti rivestivano nelle corti del tempo.


La ritrattistica di corte è stata nei secoli strumento di potere e propaganda per esaltare, divulgare e tramandare l'immagine del sovrano e della sua regalità. Ancora oggi, tramite i ritratti del passato e i loro simboli usati al tempo come chiave di lettura, possiamo farci un'idea delle fattezze – più o meno idealizzate – di vari regnanti. Per questo motivo i film di genere storico spesso attingono dalla ritrattistica per caratterizzare i propri personaggi con un tocco di plausibile veridicità. Si attengono a questa linea due pellicole di Shekhar Kapur sulla vita di Elisabetta I Tudor (1533-1603), intese come parte di una trilogia non ancora completata: “Elizabeth” (1998) ed “Elizabeth-the Golden Age” (2007).

Se il primo copre i turbolenti anni tra la morte della cattolica Maria Tudor e l'ascesa al trono della protestante Elisabetta seguendola nella sua metamorfosi da giovane inesperta ad algida regina, il secondo si occupa principalmente del suo rapporto politico-religioso con la Spagna di Filippo II la cui Invincibile Armata venne sconfitta dall'Inghilterra nel 1588. Nonostante le inevitabili inesattezze storiche, introdotte anche per romanzare ulteriormente la vicenda, il mezzo artistico del ritratto è preso in considerazione sotto vari aspetti.

Innanzitutto, in “The Golden Age”, c'è una dimostrazione di come fosse prassi comune utilizzare la ritrattistica anche nell'ambito delle politiche matrimoniali, le quali a loro volta riflettevano alleanze politiche. Vediamo infatti Elisabetta, fiera del suo status di Virgin Queen sposa solo all'Inghilterra, assistere alla sfilata dei ritratti di Erik di Svezia, Ivan il Terribile e Carlo d'Austria portati dai rispettivi ambasciatori e puntualmente respinti. Ritratti di pretendenti o plausibili tali, infatti, venivano abitualmente inviati alle diverse corti: da qui si deducono l'importanza di queste immagini e dei significati che dovevano veicolare per risultare convincenti, nonché la responsabilità del pittore di corte di turno, investito di un compito non solo estetico, ma anche diplomatico.

Nel cercare una simbologia positiva che giustificasse l'assenza di un marito e di eredi che perpetrassero la dinastia Tudor, Elisabetta sfruttò l'emblema della verginità di Maria (benché il simbolo mariano fosse utilizzato parimenti da altre sovrane per esaltare, al contrario, la capacità di produrre un erede di degna stirpe). Anche nei numerosi ritratti che la raffigurano, la regina appare come una figura ieratica, solenne e senza età: un'apparizione sovrannaturale fasciata in vestiti sfarzosi e sempre diversi.

Per quanto riguarda le citazioni artistiche più dirette, ce ne sono svariate. In “Elizabeth” per esempio, l'inquadratura della regina in trono appena incoronata ricalca l'opera nota come The Coronation of Elizabeth (1600 circa, l'“incoronazione di Elisabetta”) attribuita a Nicholas Hilliard, l'allora miniaturista di corte. Il ritratto non venne realizzato nel periodo dell'effettiva incoronazione (1558), ma solo pochi anni prima della morte di Elisabetta. Ci mostra quindi una sovrana più giovane, recante i simboli del potere reale (corona, scettro e globo), avvolta nel vestito da incoronazione in filo d'oro ed ermellino bianco, stagliata contro uno sfondo uniforme blu. La figura si presenta in posizione frontale, è bidimensionale e statica tanto da ricordare le Maestà trecentesche, nelle quali tra l'altro le tinte dell'oro e del blu erano molto utilizzate, seppur in modo invertito: l'oro per lo sfondo e il blu per la veste.

Un'altra citazione pittorica rintracciabile, seppur meno esplicita, è il cosiddetto Ditchley Portrait (1592, “ritratto Ditchley”, dal nome del committente Henry Lee of Ditchley) attribuito a Marcus Gheeraerts il giovane. Questo è uno degli esempi di maggiore idealizzazione della figura di Elisabetta poiché oltre alla canonica fissità e rigidità della figura, la fattura stessa del vestito va ad alterare le normali proporzioni corporee e la sua postura. Una serie di elementi esaltano qui l'idea della regina come figura ultraterrena da venerare, primo fra tutti il biancore diffuso della pelle, della veste elaborata e dei giri di perle (altro simbolo mariano molto utilizzato nella ritrattistica femminile). Secondariamente, la luce che squarcia il cielo plumbeo è stata letta in connessione con il lampo, archetipo della manifestazione o della volontà divina. La regina reca con sé un paio di guanti - l'attributo delle gentildonne e dei gentiluomini – e un ventaglio - l'oggetto con cui è maggiormente presentata sia nei suoi ritratti, sia nei due film - ed è raffigurata in piedi su un globo, sopra l'Inghilterra.

La citazione di questo ritratto è presente verso la parte finale di entrambi i film. In “Elizabeth”, quando Elisabetta decide di assumere la maschera del distacco ieratico da Virgin Queen, si presenta ai suoi cortigiani come se fosse un'apparizione divina, con i capelli raccolti, imbellettata e ornata da un vestito molto simile a quello del Ditchley Portrait. In “The Golden Age” invece, una volta sconfitta l'Invincibile Armata, viene ripreso il dato della carta geografica e della regina vestita di bianco in piedi su di essa: in questo caso però l'immagine non allude, come il quadro, ad Elisabetta come sovrana sull'Inghilterra per volontà di Dio, bensì al suo trionfo contro il nemico.

Infine, sempre in “The Golden Age”, nella scena in cui Walsingham, il responsabile dei servizi segreti inglesi del tempo, è sul letto di morte, s'intravede anacronisticamente appeso alla parete un ritratto di Elisabetta dall'attribuzione incerta: The Rainbow Portrait (1602, “ritratto dell'arcobaleno”). Anche qui la regina appare come una donna senza tempo e la simbologia è portata al parossismo: regge un arcobaleno come simbolo di quiete dopo la tempesta e il suo vestito, più particolare che mai, presenta un pattern decorativo con occhi e orecchie, per ricordare che la regina vede e sente tutto.

In questi due film, per concludere, se l'interpretazione e il phisique du rôle di Cate Blanchett nei panni di Elisabetta sono azzeccati, indubbiamente dietro la caratterizzazione del suo personaggio, nelle fattezze fisiche e nei costumi, c'è un buono studio delle tipologie di ritratto tramite cui ci sono state tramandate l'immagine, il vestiario e l'attitudine di una delle più celebri regine della storia.

Chiara Zucchellini