Orizzonti d'acqua nella pittura e nelle ceramiche di Galileo Chini


Recensione della mostra “Orizzonti d'acqua tra pittura e arti decorative. Galileo Chini e altri protagonisti del primo Novecento” al Palazzo Pretorio di Pontedera, dall'8 dicembre 2018 al 28 aprile 2019.

Le arti decorative hanno sempre avuto un ruolo minore rispetto alle arti figurative nel corso della storia dell’arte? Per rispondere a questo quesito, si pensi al generale movimento di riforma che si sviluppò in Europa nella seconda metà dell’Ottocento: questo intendeva riqualificare le arti decorative sottomesse da lungo tempo alla cultura dello storicismo. In Inghilterra nacque così il movimento dell’Arts and Crafts, in conseguenza dell’alto livello d’industrializzazione che aveva raggiunto la nazione e che quindi vedeva a poco a poco annullarsi il valore dell’artigianato: nuovi valori estetici avrebbero salvato il lavoro artigianale e avrebbero condotto le arti decorative alla liberazione dalla perenne inferiorità rispetto alla pittura, alla scultura e all’architettura. Parallelamente, in Francia, si affermò l’Art Nouveau, che portò le arti decorative al massimo splendore utilizzando materiali come il vetro e la ceramica; anche l’arte orafa raggiunse un alto livello di qualità. L’elevata qualità si accompagnò alla raffinatezza, introducendo motivi naturalistici tra cui fiori, foglie e animali nella decorazione di questi materiali. In Germania si sviluppò lo Jugendstil, caratterizzato da linee sinuose calligrafiche, mentre nella vicina Vienna si affermò nella seconda metà degli anni Novanta dell’Ottocento quel celebre movimento artistico conosciuto come Secessione viennese, declinato più su motivi geometrici rispetto alle tipiche forme naturalistiche, aspetto che venne successivamente adottato anche dalla Germania.

In questo clima di rinnovamento europeo, l’Italia si presentava in posizione decisamente arretrata, come si può leggere dalle pagine della rivista Emporium, che in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900, affermava: “applicarsi alle arti industriali era pe’ nostri artisti, fino a pochi anni fa, un demerito o per lo meno una sconvenienza. […] Senza orgoglio e senza pompa, bisogna riconoscere che l’esempio luminoso di alcuni artisti stranieri – specialmente inglesi, auspice il Morris – ci ha fatto rinsavire per tempo”. Merito infatti di aver accolto in Italia questa riforma artistica moderna, affermando eguale importanza alle arti decorative e alle arti figurative, fu dell’artista fiorentino Galileo Chini (Firenze, 1873 – 1956). Credendo e riconoscendo alla ceramica un ruolo significativo, soprattutto per le sue terre, nel 1896 fondò, insieme a Vittorio Giunti, Giovanni Vannuzzi e Giovanni Montelatici, l’Arte della Ceramica, una piccola fabbrica di arte ceramica che in breve tempo raggiunse un notevole successo, grazie all’innovazione che caratterizzava prodotti comunemente realizzati con un materiale già tipico della manifattura fiorentina. I lavori artigianali che uscivano dall’Arte della Ceramica (riconoscibili dal simbolo della melagrana, augurio di successo e di fecondità, e da due piccole mani intrecciate ad indicare il legame fraterno tra i soci dell’impresa) vennero dunque assimilati per originalità e qualità al generale movimento modernista sviluppatosi in Europa ormai da qualche decennio.

L’attività artistica di Galileo Chini, che ebbe inizio proprio a Firenze dalla fondazione della sua Arte della Ceramica, ma che lo portò a Venezia, a Montecatini, a Salsomaggiore, a Viareggio e persino a Bangkok, è ripercorsa in ogni sua fase nell’accurata mostra che il PALP di Pontedera gli dedica fino al 28 aprile 2019, intitolata Orizzonti d’acqua tra pittura e arti decorative. Galileo Chini e altri protagonisti del primo Novecento. Attraverso questa mostra e il suo rigoroso catalogo, il curatore Filippo Bacci di Capaci è convinto che la figura dell’artista acquisti vigore e venga riconsegnata alla sua completezza, rivelandone la dimensione internazionale. Con questa monografica, a cura di Maurizia Bonatti Bacchini e di Filippo Bacci di Capaci, s’intende offrire un utile e ulteriore tassello a una seria revisione critica di questo grande interprete del primo Novecento italiano.

Come si evince dal titolo stesso dell’esposizione, i curatori hanno scelto di presentare al pubblico l’arte di Galileo Chini seguendo il tema dell’acqua, elemento costante nella sua produzione: in molti dei suoi dipinti (perché non si occupò solo di ceramica) raffigurò il mare di Viareggio, l’Arno, le acque di Venezia, i canali di Bangkok e lavorò a lungo in famosi centri termali, come Salsomaggiore e Montecatini. Centrali nella sua arte sono pertanto l’acqua e la vita dell’acqua con i suoi pesci e la sua fauna marina, rappresentati in gran parte nelle sue ceramiche; nelle sue opere pittoriche si riconoscono la laguna veneziana, raggiunta in occasione delle Biennali, di cui curò in diverse occasioni gli allestimenti, la costa tirrenica, l’area di Fossa dell’Abate a Viareggio e gli oceani solcati nel viaggio verso il Siam, dove lo affascinarono gli stupendi tramonti sull’acqua. Attraverso il fil rouge dell’acqua è possibile percorrere non solo i diversi panorami che vide e i luoghi che visitò o in cui soggiornò, ma anche le varie correnti artistiche alle quali l’artista si accostò nel corso della sua attività: il Simbolismo, il Divisionismo, l’Orientalismo e la Secessione viennese, quest’ultima con particolare riferimento, nonostante la sua personale rivisitazione, a Gustav Klimt (Baumgarten, 1862 – Vienna, 1918).

La mostra pontederese è stata allestita inoltre accostando ai dipinti e ai disegni le opere in ceramica, permettendo ai visitatori di comprendere, in maniera alquanto attenta e puntuale, il legame tra gli uni e le altre, grazie anche alla presenza di studi per la decorazione dei manufatti ceramici esposti nella stessa sala. Aspetto innovativo e caratteristica delle ceramiche ideate da Galileo Chini è la correlazione tra struttura e decoro. La composizione decorativa non è solo un abbellimento della materia, ma viene studiata a seconda della conformazione della struttura dell’oggetto: ad esempio, elementi figurativi più grandi e larghi sono posizionati dove la sagoma dell’oggetto si espande, al contrario elementi più sottili e piccoli appaiono dove la sagoma si restringe. Il percorso espositivo è stato studiato minuziosamente e in modo particolareggiato: in certi casi, specialmente nelle ultime sale, il visitatore si trova immerso in ambienti avvolgenti, dimenticando quasi di essere in un museo, grazie alla cura con cui sono stati scelti i colori, le tappezzerie e persino le piante. Risultano altresì ben definite le diverse sezioni che seguono l’ordine cronologico e stilistico.

Sala della mostra Orizzonti d'acqua tra pittura e arti decorative. Galileo Chini e altri protagonisti del primo Novecento
Sala della mostra Orizzonti d’acqua tra pittura e arti decorative. Galileo Chini e altri protagonisti del primo Novecento


Sala della mostra Orizzonti d'acqua tra pittura e arti decorative. Galileo Chini e altri protagonisti del primo Novecento
Sala della mostra Orizzonti d’acqua tra pittura e arti decorative. Galileo Chini e altri protagonisti del primo Novecento


Sala della mostra Orizzonti d'acqua tra pittura e arti decorative. Galileo Chini e altri protagonisti del primo Novecento
Sala della mostra Orizzonti d’acqua tra pittura e arti decorative. Galileo Chini e altri protagonisti del primo Novecento


Sala della mostra Orizzonti d'acqua tra pittura e arti decorative. Galileo Chini e altri protagonisti del primo Novecento
Sala della mostra Orizzonti d’acqua tra pittura e arti decorative. Galileo Chini e altri protagonisti del primo Novecento

La rassegna si apre con La quiete, un dipinto del 1901 presentato alla IV Biennale di Venezia che rappresenta un paesaggio autunnale con betulle; particolare è la decisione di concentrarsi sui tronchi degli alberi, tagliando nell’immagine le loro chiome. La tela è significativa perché segna l’inizio della lunga presenza alla celebre manifestazione veneziana e pone l’accento sui suoi esordi divisionisti, rifacendosi alla pittura di Giovanni Segantini (Arco, 1858 – monte Schafberg, 1899), tra i massimi esponenti del Divisionismo, quel movimento artistico caratterizzato dall’applicazione del colore sulla tela a piccoli tratti e dalla volontà di rappresentare il vero e gli effetti della luce del sole soprattutto sul paesaggio. Si vedano infatti ne La quiete i riflessi nell’acqua e le ombre degli alberi sui diversi toni di verde dell’erba. Nello stesso anno Auguste Rodin (Parigi, 1840 – Meudon, 1917) donò a Chini uno studio in gesso della Danaide, presente in mostra. La fanciulla, una delle figlie di Danao, è ritratta mentre è accasciata a terra, sfinita, per la condanna eterna inflitta da Zeus a riempire una giara senza fondo.

Appartiene alla fase divisionista, questa volta però sotto l’influenza di Gaetano Previati (Ferrara, 1852 – Lavagna, 1920), altro esponente della corrente del Divisionismo italiano, il dipinto Il giogo: un’opera molto suggestiva ed evocativa caratterizzata da una luce arancionata che si propaga nell’intera composizione. In lontananza un contadino sta arando i campi con l’aiuto di due buoi, in primo piano, che portano affaticati sul dorso il giogo; parallelamente nel cielo è rappresentata l’allegoria della Passione con figure evanescenti e poco definite che si mimetizzano nell’accecante luce proveniente dall’angolo in alto a destra della tela. Il peso del giogo è dunque posto in relazione alla sofferenza della Passione cristiana. L’opera fu realizzata nel 1907 in occasione dell’incarico dell’artista di allestire, insieme a Plinio Nomellini (Livorno, 1866 – Firenze, 1943), la Sala Internazionale del Simbolismo alla VII Biennale di Venezia, meglio conosciuta come la Sala del Sogno: allestita come un’aula basilicale paleocristiana con pannelli che ripetevano il motivo di fanciulli con ghirlande e nastri e un corteo trionfale, la sala ospitava opere di diciotto artisti internazionali, tra cui Franz von Stuck (Tettenweis, 1863 – Monaco di Baviera, 1928) e gli stessi Previati e Nomellini; insieme al Giogo, Chini espose il Battista e l’Icaro, quest’ultimo presente in mostra nella versione ritenuta lo studio preparatorio. La figura mostrata nella sua caduta è rappresentativa della corrente simbolista, che intendeva portare sulla tela suggestioni fantastiche, oniriche attraverso l’utilizzo di simboli: suggestione che è ben evocata da quest’opera. Come già affermato, Galileo Chini si occupò contemporaneamente anche di ceramica ed è esemplificativo in questo senso l’accostamento, nella prima sala della mostra, di alcune ceramiche decorate con volti femminili di profilo al dipinto La fabbrica (1901). Quest’ultimo, proveniente dalla Wolfsoniana di Genova, rimanda alla nascita dell’Arte della Ceramica e all’orgoglio dell’artista di aver contribuito alla riaffermazione dell’arte decorativa in Italia; i volti femminili dalle chiome bionde ornate da composizioni floreali furono ispirati dai modelli preraffaelliti, oltre che dalle forme botticelliane. Ornamenti che poi sfoceranno, con la predominanza di elementi floreali o fitomorfi, nel Liberty.

Proseguendo nella seconda sala, si ritrovano opere di matrice divisionista, a cominciare dal Ritratto di Elvira, la moglie di Galileo Chini, eseguito nel 1905, dove si intravede anche una componente Liberty, ma soprattutto nella coppia di dipinti Voto ai dimenticati del mare e Voto ai dimenticati della terra, qui riuniti dopo quasi un secolo dalla Biennale veneziana del 1920. Questi furono compiuti dopo l’esperienza della Prima Guerra Mondiale e, raffigurando una scena innevata e la vasta distesa del mare senza alcuna presenza, l’artista intese omaggiare i caduti della grande guerra e ricordare per sempre quest’evento tragico. Fondamentale per gli esordi di Chini fu il rapporto di amicizia e di stima che intrattenne con il già citato Plinio Nomellini, di cui in mostra è presente il capolavoro Le due anfore (1910), esposto alla IX Biennale di Venezia. La figura femminile in primo piano che porta sulle spalle le anfore piene d’acqua rimanda al lavoro delle donne nei campi e le stesse anfore sono legate tematicamente a un particolare vaso allungato in gres realizzato nel 1916 per il decennale delle Fornaci Chini a Borgo San Lorenzo, nuova fabbrica fondata da Galileo e Chino Chini nel 1906. Fu L’Arte della Ceramica a presentare per la prima volta in Italia manufatti in grès, in particolare di tipo chiaro a superficie salina con decori stilizzati in blu di cobalto; anche nei materiali perciò l’impresa si designava innovativa.

Galileo Chini, La quiete (1901; olio su tela, 101 x 201 cm; Rò Ferrarese, Fondazione Cavallini Sgarbi)
Galileo Chini, La quiete (1901; olio su tela, 101 x 201 cm; Rò Ferrarese, Fondazione Cavallini Sgarbi)


Galileo Chini, Il giogo (1907; olio su tela, 124 x 124 cm; Venezia, Galleria Internazionale d'Arte Moderna di Ca' Pesaro)
Galileo Chini, Il giogo (1907; olio su tela, 124 x 124 cm; Venezia, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro)


Galileo Chini, Icaro (1904-1907; olio su tela, 90 x 115 cm; Como, Collezione Giorgio Taroni)
Galileo Chini, Icaro (1904-1907; olio su tela, 90 x 115 cm; Como, Collezione Giorgio Taroni)


Galileo Chini, La fabbrica (1901; olio su tela, 66 x 172 cm; Genova, Wolfsoniana)
Galileo Chini, La fabbrica (1901; olio su tela, 66 x 172 cm; Genova, Wolfsoniana)


Le ceramiche di Galileo Chini esposte nella prima sala
Le ceramiche di Galileo Chini esposte nella prima sala


Galileo Chini, Il voto ai dimenticati della terra (1916; olio su tela, 100 x 180 cm; Livorno, 800/900 Artstudio)
Galileo Chini, Il voto ai dimenticati della terra, dettaglio (1916; olio su tela, 100 x 180 cm; Livorno, 800/900 Artstudio)


Galileo Chini, Il voto ai dimenticati del mare (1920; olio su tela, 101 x 182 cm; Roma, Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica)
Galileo Chini, Il voto ai dimenticati del mare, dettaglio (1920; olio su tela, 101 x 182 cm; Roma, Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica)


Plinio Nomellini, Le due anfore (1910 circa; olio su tela, 161 x 240 cm; Pisa, Azienda per l'edilizia sociale)
Plinio Nomellini, Le due anfore (1910 circa; olio su tela, 161 x 240 cm; Pisa, Azienda per l’edilizia sociale)

Conclusa la sezione sugli iniziali rimandi dell’artista al Divisionismo, al Simbolismo e al Liberty, la rassegna presenta un lungo approfondimento sulle opere legate al tema dell’acqua, sia dal punto di vista paesaggistico che dal punto di vista più strettamente faunistico. Si susseguono dunque scenari di mare, di fiume o di lago eseguiti in un periodo compreso tra il 1901 e il 1948 a Venezia, sulla costa tirrenica, in Sicilia, sull’Arno e alla Fossa dell’Abate: luoghi di vita di Galileo Chini, a lui cari perché situati nelle sue terre o perché connessi a periodi felici della sua attività lavorativa. Come le vedute della città di Venezia, qui in mostra esemplificate da Venezia. Chiesa della Salute e punta della Dogana (1904), dipinto che affascina e immerge lo spettatore nei colori pastello dell’azzurro e del rosa che si riflettono nel mare e nel cielo. O L’Arno tranquillo (Mattino sull’Arno) del 1936, dipinto caratterizzato da una forte luminosità e limpidezza, tanto da far apparire l’acqua del fiume quasi trasparente. Basata su un gioco di riflessi è invece la tela del 1932 Riflessi (La Fossa dell’Abate), dove gli alti alberi si rispecchiano nell’acqua e non solo, anche le persone che passeggiano sulla sponda del canale sono dipinte sottosopra nella metà inferiore del dipinto. Persone realizzate con piccole macchie di colore sono raffigurate in Spiaggia Tirrena (1948), dove l’acqua del mare è così bassa da permettere a queste di bagnarsi solo fino alle caviglie, mentre l’unico paesaggio lagunare presente in mostra è Quiete sul lago Moltrasio (1926) che dona all’osservatore una vera sensazione di pace e tranquillità. Di sensazioni totalmente opposte sono le opere che ricordano i bombardamenti e le distruzioni inferte dalla guerra nel territorio fiorentino, come Ponte Santa Trinita (Rovine sull’Arno), eseguita dopo il bombardamento di Firenze del 1944.

Conducono al tema marino anche alcuni ritratti: in Nudo disteso (La bionda), un grande quadro di marina appeso sulla parete fa da sfondo a una donna distesa nuda sul letto in primo piano, mentre omaggia l’uomo di mare nel Ritratto del figlio Eros (1950 circa), comandante del motoveliero Orione. Anche in questa sezione non mancano le ceramiche, sulle quali Chini raffigurò il mondo della fauna acquatica: pesci e conchiglie appaiono su piatti e vasi dalle forme più allungate o panciute e dai colori forti. Per la decorazione di tali manufatti l’artista s’ispirò ampiamente all’arte giapponese: all’Expo di Parigi ebbe la possibilità di conoscere il fenomeno del Giapponismo e ne rimase colpito tanto da riprodurre sui prodotti in ceramica i flutti schiumosi a mo’ dell’Onda di Hokusai (Edo, 1760 – 1849) e pesci d’acqua dolce e salata di grandi dimensioni che si attorcigliano all’oggetto o che sembrano minacciare l’osservatore. Accompagna questi straordinari lavori d’artigianato un altro capolavoro in ceramica ad opera di Duilio Cambellotti (Roma, 1876 – 1960): la Fontanina dei boccali proveniente dal Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza; un pannello formato da dodici piastrelle su cui sono dipinti cavalli bianchi in un pascolo e da una formella centrale raffigurante una ninfa con grappoli di boccali. E infine rimanda alle giapponeserie il bel paravento a quattro pannelli con Onde, damigelle di Numidia e scorfano (1910-1915 circa), mentre al tema ricorrente dei fanciulli i due dipinti inediti con bimbi che giocano con i piedini nell’acqua circondati da elementi floreali, in particolare da papaveri.

Galileo Chini, Venezia. Chiesa della Salute e punta della dogana (1904; olio su tela, 123 x 99 cm; Collezione privata)
Galileo Chini, Venezia. Chiesa della Salute e punta della dogana (1904; olio su tela, 123 x 99 cm; Collezione privata)


Galileo Chini, Spiaggia tirrena (1948; olio su compensato, 43 x 68 cm; Collezione privata)
Galileo Chini, Spiaggia tirrena (1948; olio su compensato, 43 x 68 cm; Collezione privata)


Galileo Chini, L'Arno tranquillo (Mattino sull'Arno) (1936 circa; olio su tela, 85 x 105 cm; Collezione privata)
Galileo Chini, L’Arno tranquillo (Mattino sull’Arno) (1936 circa; olio su tela, 85 x 105 cm; Collezione privata)


Galileo Chini, Quiete sul lago Moltrasio (1926; olio su tela, 80 x 100 cm; Collezione privata)
Galileo Chini, Quiete sul lago Moltrasio (1926; olio su tela, 80 x 100 cm; Collezione privata)


Galileo Chini, Ponte Santa Trinita (Rovine sull'Arno) (1944-1945; olio su tela, 98 x 87 cm; Collezione privata)
Galileo Chini, Ponte Santa Trinita (Rovine sull’Arno) (1944-1945; olio su tela, 98 x 87 cm; Collezione privata)


Galileo Chini, Bozzetto per vaso ovoidale con pesci (1906-1911; china e matita su tela, 38 x 40,5 cm; Collezione V. Chini)
Galileo Chini, Bozzetto per vaso ovoidale con pesci (1906-1911; china e matita su tela, 38 x 40,5 cm; Collezione V. Chini)


Galileo Chini, Nudo disteso (la bionda) (1934 circa; olio su compensato, 65,5 x 91 cm; Collezione privata)
Galileo Chini, Nudo disteso (la bionda) (1934 circa; olio su compensato, 65,5 x 91 cm; Collezione privata)


Galileo Chini, Onde, damigelle di Numidia e scorfano (1910-1915 circa; paravento a quattro pannelli, olio su tavola, 200 x 240 cm; Milano-Padova, Galleria Gomiero)
Galileo Chini, Onde, damigelle di Numidia e scorfano (1910-1915 circa; paravento a quattro pannelli, olio su tavola, 200 x 240 cm; Milano, Galleria Gomiero)


Galileo Chini, Putto acqua e fiori (entrambi 1910 circa; olio su tela, 86 x 89 cm; Firenze, Collezione privata)
Galileo Chini, Putto acqua e fiori (entrambi 1910 circa; olio su tela, 86 x 89 cm; Firenze, Collezione privata)


Duilio Cambellotti, Fontanina dei boccali (1910-1914; pannello composto da 13 elementi in terracotta ingobbiata, dipinta e invetriata, 45,5 x 132 x 9,8 cm; Faenza, Museo Internazionale delle Ceramiche)
Duilio Cambellotti, Fontanina dei boccali (1910-1914; pannello composto da 13 elementi in terracotta ingobbiata, dipinta e invetriata, 45,5 x 132 x 9,8 cm; Faenza, Museo Internazionale delle Ceramiche)

L’incarico di allestitore ufficiale della Biennale di Venezia gli valse anche l’opportunità di percorrere le rotte del Siam: proprio alla manifestazione veneziana i suoi lavori furono visti dal sovrano siamese Re Chulalongkorn (Rama V) e, secondo quanto Chini racconta nei suoi Ricordi, fu la decorazione delle otto vele della cupola del vestibolo della Biennale del 1909 a portare il re siamese a commissionare all’artista fiorentino la decorazione con affreschi e pitture del Palazzo del Trono di Bangkok. Chini partì nell’agosto 1911 a bordo del piroscafo Derflinger, arrivando a destinazione verso il 20 settembre, in occasione della festa d’incoronazione di Rama VI. Grazie a quello straordinario viaggio, divenne uno dei maggiori esponenti dell’Orientalismo nel Novecento; ne sono testimonianze alcune delle opere esposte, come La Notte nel Watt Pha Cheo, La Bisca San-Pen e L’Ora nostalgica sul Me Nam. La prima è ambientata nel più importante tempio buddhista thailandese, la seconda all’interno della bisca del gran cinese, caratterizzata da abbaglianti luci artificiali; l’ultima opera risente della pittura divisionista, in particolare nell’esecuzione dell’acqua del fiume e del cielo: i colori tipici del tramonto si propagano a piccoli tratti nell’intero dipinto, scaturendo nell’osservatore grande meraviglia. La seconda sezione delle suggestioni dell’Estremo Oriente è dedicata alla sensualità delle danzatrici del ventre, ballo che ha in sé anche una forte componente spirituale: sono esposte la Danzatrice Moon e la Danzatrice giavanese, entrambe del 1914. L’esperienza orientale giunse al termine con la realizzazione delle scenografie della Turandot di Giacomo Puccini: la prima dell’opera si tenne il 25 aprile 1926 alla Scala di Milano e in mostra è possibile ammirarne i bozzetti scenografici. Anche le ceramiche realizzate in quel periodo assunsero decorazioni orientaleggianti e colorazioni prevalentemente rosse e blu.

Se l’allestimento della sezione dedicata all’Orientalismo conduceva direttamente il visitatore nelle terre d’Oriente, accade ancora di più nell’ultima sezione, quella incentrata sugli influssi della Secessione viennese, con particolare riferimento a Gustav Klimt. Le ultime due sale della mostra pontederese avvolgono sensorialmente il visitatore grazie all’accuratezza con cui sono stati scelti i colori, le tappezzerie, e addirittura le piante, poste su alte fioriere con teste leonine in maiolica turchese e oro che rimandano alle Terme Berzieri di Salsomaggiore Terme, luogo il cui impianto decorativo fu affidato allo stesso artista. I due ambienti espositivi sono inoltre caratterizzati da grandi quadri appesi alle pareti che offrono una particolare suggestione all’osservatore: nel primo sono esposti, a mo’ di quinte, due tele di grandi dimensioni che facevano parte del ciclo decorativo di Villa Scalini portato a termine nel 1921. Si tratta de La vita e de L’amore: due dipinti, in cui predominanti sono i toni rosati, che testimoniano il fascino verso il lessico klimtiano, declinato tuttavia con un stile personale. Dopo la straordinaria esperienza a contatto con i popoli dell’Oriente, Galileo Chini riprese il suo ruolo di allestitore ufficiale della Biennale di Venezia e nel 1914 gli venne affidato il compito di allestire la cosiddetta Sala Mestrovic, dal nome dello scultore Ivan Mestrovic (Vrpolje, 1883 – South Bend, 1962), esponente della Secessione viennese, le cui opere dovevano essere riunite nella sala affidata all’artista fiorentino. Qui Chini predispose diciotto pannelli legati gli uni agli altri dal filo conduttore della sacra Primavera, impreziositi con stucchi e metalli. Rimanda a questo tema, infatti, la grande tela intitolata La vita, nella quale viene rivisitata la primavera come rinascita della vita, tra panneggi fluttuanti e alberi dai fiori rosa. Tema della primavera che si ritrova nel pannello in maiolica policroma Flora, che mostra una figura femminile che indossa il peplo tipico dell’antica Grecia ed è avvolta da fiori colorati e vivaci di piccole e grandi dimensioni. Parallelamente, l’artista intende rappresentare nella grande tela intitolata L’amore il legame coniugale pensato come unione degli opposti e come momento magico della fecondazione, quest’ultima evidenziata dalla presenza di una sorta di pannello formato da rose di colore rosa e da forme circolari o a stella che inondano l’intera composizione. L’amore è impersonato dalle due figure in primo piano, al centro del dipinto, che si fondono in un dolce abbraccio; dell’uomo e della donna protagonisti non è visibile il volto, poiché la fanciulla dai lunghi capelli biondi è posta di spalle e copre quasi completamente la figura maschile. L’amore di Chini è una rivisitazione del Bacio di Klimt.

Tra le due opere sopraccitate, la vista si apre sullo scenario del grande studio preparatorio per il dipinto della Primavera che decorava il salone delle Terme Berzieri di Salsomaggiore Terme: una celebrazione della sacra Primavera intesa come rigenerazione, rinascita e fonte di vita legata ai benefici dell’acqua salsoiodica. Un luogo votato all’armonia totale che non poteva essere altrimenti decorato che con rimandi alla concezione taoista dello yin e dello yang: il complesso termale progettato da Ugo Giusti venne infatti interamente rivestito internamente ed esternamente con ceramica e vetro su progetto di Chini dalle Fornaci San Lorenzo. Contribuisce a questa idea totalizzante di rinascita tutta una serie di simboli connessi al mondo vegetale e animale (si deve a questo motivo la denominazione dell’ultima sala dell’esposizione, Giardino dei simboli), tra cui molte varietà di fiori, in particolare la rosa, e poi il pavone, lo scarabeo, la salamandra, il maggiolino, i pesci, l’ariete e animali notturni; significativa e ricorrente anche la presenza di bambini e putti. Elementi che si ritrovano anche nei vasi, nelle coppe e nelle piastrelle in ceramica prodotti prima dall’Arte della Ceramica e poi dalle Fornaci San Lorenzo.

Galileo Chini, La notte nel Watt Pha Cheo (1912; olio su compensato, 80 x 65 cm; Milano, Galleria Gomiero)
Galileo Chini, La notte nel Watt Pha Cheo (1912; olio su compensato, 80 x 65 cm; Milano, Galleria Gomiero)


Galileo Chini, L'ora nostalgica sul Me Nam (1912-1913; olio su tela, 124,4 x 124,4 cm; Tortona, Pinacoteca Il Divisionismo)
Galileo Chini, L’ora nostalgica sul Me Nam (1912-1913; olio su tela, 124,4 x 124,4 cm; Tortona, Pinacoteca Il Divisionismo)


Galileo Chini, Danzatrice giavanese (1914; tempera su tela, 200 x 123 cm; Collezione privata)
Galileo Chini, Danzatrice giavanese (1914; tempera su tela, 200 x 123 cm; Collezione privata)


Galileo Chini, Danzatrice Monn (1914; olio su tela, 94 x 123 cm; Collezione privata)
"Galileo Chini, Danzatrice Monn (1914; olio su tela, 94 x 123 cm; Collezione privata)


Galileo Chini, La vita (1919; olio su tela, 277 x 172 cm; Livorno, 800/900 Artstudio)
"Galileo Chini, La vita (1919; olio su tela, 277 x 172 cm; Livorno, 800/900 Artstudio)


Galileo Chini, L'amore (1919; olio su tela, 277 x 172 cm; Livorno, 800/900 Artstudio)
Galileo Chini, L’amore (1919; olio su tela, 277 x 172 cm; Livorno, 800/900 Artstudio)


Galileo Chini, Pannello Flora (1914 circa; maiolica policroma, 150 x 70 cm; Collezione V. Chini)
Galileo Chini, Pannello “Flora” (1914 circa; maiolica policroma, 150 x 70 cm; Collezione V. Chini)


Sul fondo: Galileo Chini, Studio preparatorio per il dipinto della Primavera nel salone delle Terme Berzieri (1919; quattro pannelli, tempera su carta, 380 x 345 cm; Collezione V. Chini)
Sul fondo: Galileo Chini, Studio preparatorio per il dipinto della Primavera nel salone delle Terme Berzieri (1919; quattro pannelli, tempera su carta, 380 x 345 cm; Collezione V. Chini)

Galileo Chini lasciò la direzione delle Fornaci nel 1925 al nipote Tito che, insieme al fratello Augusto, realizzò gli impianti decorativi del Padiglione delle Feste a Castrocaro Terme. L’impresa manifatturiera è tuttora attiva sotto la direzione dei nipoti di Augusto Chini, Mattia e Cosimo. Nel percorso espositivo sono stati inseriti inoltre artisti contemporanei a Galileo Chini al fine di far comprendere al pubblico i contatti artistici che intrattenne nei vari periodi della sua attività: sono quindi presenti opere, tra gli altri, di Giorgio Kienerk (Firenze, 1869 – Fauglia, 1948), Duilio Cambellotti, Plinio Nomellini, Moses Levy (Tunisi, 1885 – Viareggio, 1968), Lorenzo Viani (Viareggio, 1882 – Ostia, 1936), Salvino Tofanari (Firenze, 1879 – 1946), Vittorio Zecchin (Murano, Venezia, 1878 – 1947).

La ricercata mostra è accompagnata da un approfondito catalogo con saggi scritti dai curatori, da studiosi e da due interessanti contributi di discendenti diretti dell’artista fiorentino, Vieri Chini (figlio di Augusto) e Paola Chini (cugina di Vieri e nipote diretta di Galileo), rispettivamente sulla fabbrica e su Galileo Chini come artista e uomo. Gli altri saggi affrontano ampiamente i suoi varî influssi artistici, dal Simbolismo al Liberty, all’Orientalismo, e la sua figura come interprete del mutamento delle arti applicate tra Ottocento e Novecento. Tuttavia, è da far presente la mancanza nel catalogo delle schede delle opere in mostra, contenuto necessario all’esaustivo approfondimento relativo a un artista. Per concludere, è stato composto un repertorio online delle opere di Galileo Chini, consultabile al sito www.repertoriogalileochini.it, al fine di far conoscere a un pubblico sempre più vasto la sua poliedrica attività.


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Ilaria Baratta

L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta

Sono co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. Sono nata a Carrara nel 1987 e mi sono laureata a Pisa. Sono caporedattrice di Finestre sull'Arte.

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1. Maria G Vitali-VOLANT in data 18/03/2019, 01:31:57

Grazie, un artista dell'Italia perduta e da recuperare. Articolo molto dettagliato e affascinante, nel senso di captare l'attenzione del lettore con una novità.







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