Da Cimabue a Morandi: la mostra di Sgarbi tra pubblicità, spostamenti e occasioni


Considerazioni sulla mostra Da Cimabue a Morandi, curata da Vittorio Sgarbi per Genus Bononiae, alla vigilia dell'apertura al pubblico.

Nonostante le tante proteste, la mostra Da Cimabue a Morandi, curata dall’instancabile Vittorio Sgarbi, aprirà i battenti domani. C’era veramente bisogno di questa mostra? Parrebbe di sì, a giudicare dalle parole di Sgarbi alla presentazione della mostra, il cui resoconto è stato pubblicato l’altro ieri sulle pagine dell’edizione bolognese di Repubblica. Bene: ci sono interessanti spunti su cui riflettere. Al netto, ovviamente, delle provocazioni tipicamente sgarbiane, che costituiscono la cifra stilistica più distintiva del nostro, e che si possono ormai saltare a piè pari. E anche al netto delle scaltre deviazioni: il fatto che una Madonna attribuita ad Annibale Carracci sia uscita in “circostanze poco chiare” dall’Italia, oltre a essere ancora tutto da accertare (ci penseranno le autorità), non rileva in alcun modo ai fini della discussione sulla mostra. Anche perché nessuno si è sognato di definire “oggetto criminale” la mostra di Sgarbi: la si è semplicemente considerata inopportuna. Ad ogni modo, la vicenda della Madonna di Carracci è troppo fumosa per essere usata come argomento. Fermo restando il fatto che, qualora Vittorio Sgarbi volesse condurre una appassionata lotta senza quartiere per capire come il dipinto se ne sia andato in America, riceverà il nostro totale sostegno.

Da Cimabue a Morandi

Ma veniamo alla mostra. Fabio Roversi Monaco, presidente di Museo della Città di Bologna srl, l’azienda che gestisce il progetto Genus Bononiae, ovvero il percorso nell’ambito del quale la mostra si inserisce, giustamente difende l’esposizione. E non potrebbe essere altrimenti: quando mai il vertice di un’azienda ha criticato il proprio prodotto in fase di lancio? E Genus Bononiae è un progetto serio, lo abbiamo sempre detto: siamo stati il mese scorso a visitare la mostra sugli etruschi a Palazzo Pepoli, e ci è parsa un prodotto divulgativo di eccellente qualità. Tuttavia, questa volta Roversi Monaco e Sgarbi ci consentiranno una critica a Da Cimabue a Morandi. In dicembre avevamo già affermato la nostra contrarietà alla mostra elencando cinque ragioni per le quali l’esposizione non era, secondo noi, una buona idea.

Una critica in cinque punti che, seppur con qualche timido apprezzamento di cui dirò tra poco, confermiamo anche all’indomani della presentazione. Pensare, come ha detto l’assessore Alberto Ronchi, che “una mostra come questa serve proprio come invito ad andare a visitare le collezioni permanenti”, e quindi sperare che una mostra blockbuster, quale è questa curata da Sgarbi, possa invogliare chi non ha mai visitato i musei di Bologna a farlo, è come sperare che una persona che va a fare la spesa al supermercato sia invogliata a fare la spesa nelle botteghe di quartiere. È insomma una mostra che non incentiva un corretto approccio all’arte, anzi: facendo passare l’idea che, per vedere i pezzi considerati migliori di una città, sia sufficiente aspettare una mostra antologica che ne racconti l’arte dai primordi fino ai giorni nostri, si rende il pubblico ancor più pigro e ancor meno votato all’approfondimento di quanto già non lo consideri Sgarbi, che continua peraltro a dimostrare una scarsa considerazione nei confronti del pubblico che si recherà nelle sale della mostra da lui stesso curata. E i musei che prestano le opere probabilmente soffriranno ancor più del solito, dato che molti di loro si son visti togliere i loro principali capolavori.

È il caso della Pinacoteca Nazionale di Bologna, costretta per tutto il tempo della mostra (tre mesi) a privarsi di una delle sue opere di punta, l’Estasi di santa Cecilia di Raffaello. Sgarbi fa notare che chi critica quello che, di fatto, è un mero trasloco temporaneo, dovrebbe andare “a San Giovanni in Monte a Bologna, dove c’è ancora la cornice del quadro perché è quella la sua collocazione originaria”. Sgarbi però omette di dire che la collocazione del dipinto nelle sale della Pinacoteca Nazionale è ormai un fatto storicizzato, cioè frutto di un processo storico che ha portato l’opera nella sua attuale sede. Da due secoli esatti: era il 1815 quando si decise di conservare presso la Pinacoteca il dipinto, appena tornato dalla Francia dove era finito a causa delle spoliazioni napoleoniche. E ora in San Giovanni in Monte esiste una copia, storica, in quanto eseguita nel 1861 da Clemente Albèri. Sgarbi, forse, tralascia volutamente il discorso intorno alla storicizzazione della collocazione dei dipinti nei musei perché, a meno che non abbia cambiato idea nel frattempo (e ci può stare benissimo ma, nel caso, non ne sarei a conoscenza), qualche anno fa lui stesso definiva una follia la restituzione delle opere ai loro luoghi d’origine. Sempre a causa di quel processo noto come storicizzazione, appunto. Ciò non toglie che comunque il discorso della “ri-contestualizzazione”, come l’ha definita un paio di mesi fa Dario Franceschini, sia interessante nonché degno d’essere affrontato: ma non attiene alla fattispecie della mostra bolognese, dacché in questo caso si tratta meramente di spostamenti per una mostra del cui valore scientifico, didattico e divulgativo abbiamo, come detto, almeno cinque motivi per dubitare. Nella speranza che almeno il beneficio del dubbio sia un istituto degno di continuare a esser concesso.

E tutto ciò tralasciando il fatto che la visione dell’Estasi di Raffaello non è mai stata impedita al pubblico a causa di lavori di sistemazione delle sale, che devono peraltro ancora partire. Il prestito è stato funzionale ai restauri: il soprintendente Luigi Ficacci ha dichiarato che grazie alla collaborazione con gli organizzatori della mostra, la Pinacoteca potrà finalmente dare il via ai lavori, anche se dall’intervista non si capisce da dove arriveranno i fondi, e se la mostra era davvero necessaria per reperirli o per sbloccarli. Si può dunque dire che senza la mostra, probabilmente, non ci sarebbe neppure stato il restauro? Se pertanto occorre individuare un aspetto positivo della mostra (oltre all’opportunità di vedere decine di opere provenienti da collezioni private: di questo risultato a Sgarbi e a Genus Bononiae bisogna dar atto, ed è da apprezzare), eccolo trovato: non me la sento di condannare Ficacci per questa collaborazione (fondata sul do ut des? Speriamo vengano chiariti i termini), in una situazione di notoria scarsità di fondi. Le colpe, semmai, vanno ricercate altrove, in chi stabilisce che la cultura non sia un settore in cui investire in maniera adeguata.

Vittorio Sgarbi

Che la mostra di Sgarbi risponda più alle logiche dell’intrattenimento che a quelle della cultura (cosa comunque, beninteso, non deprecabile di per sé) lo si intuisce anche dall’astuto coup de théâtre con cui è stata presentata come fresca di attribuzione a Guido Reni un’opera, l’Allegoria della Fortuna conservata alla Galleria dell’Accademia di San Luca, per la quale il nome del grande pittore bolognese circolava in realtà da tempo: di sicuro da circa due anni fa, quando abbiamo visitato per la prima volta la Galleria, parlandone su questo stesso sito. Non ci saremmo mai azzardati a citare l’opera come dipinto di Guido Reni se nessuno avesse avanzato, prima d’allora, il nome di Guido Reni per l’attribuzione di quello che tra l’altro è uno dei nostri dipinti preferiti. Che ci sia un nesso tra il fatto che, quel giorno, eravamo gli unici visitatori del museo e il fatto che adesso i corifei sgarbiani plaudano a questa non-notizia? Semmai, quella che viene sbandierata in questi giorni, e per la quale Sgarbi non ha particolari meriti (se non quello di aver portato un’opera praticamente sconosciuta all’attenzione del grande pubblico) è una conferma ulteriore, già tuttavia annunciata alcuni mesi fa: per l’esattezza a ottobre, quando l’Accademia di San Luca ha presentato gli esiti del restauro della tela reniana. Ma del resto, si sa: anche le attribuzioni ormai fanno marketing.

Insomma, noi continueremo ad apprezzare il lavoro di Genus Bononiae e ovviamente anche quello di Sgarbi, perché la critica non è rivolta, come molti potrebbero pensare, al personaggio in sé, bensì alla mostra. Ma, sinceramente, Da Cimabue a Morandi ci pare un’occasione che poteva essere sfruttata in altro modo: utilizzare, per esempio, l’ottimo percorso creato da Bologna Musei (ma coinvolgendo anche la Pinacoteca e i musei non gestiti dal comune) per inserirvi una mostra sul collezionismo a Bologna, data la lodevole capacità di Sgarbi di essere riuscito a ottenere tanti prestiti da privati. E l’omaggio a Longhi si sarebbe potuto configurare, magari, come una nuova Mostra sul Settecento bolognese, di cui quest’anno, tra l’altro, cade l’anniversario numero ottanta. Non ci resta quindi che augurare a Sgarbi che la sua mostra raggiunga davvero l’obiettivo che si è prefissata, quello di svegliare le coscienze dei bolognesi e di riavvicinarli al patrimonio della loro città. Nel caso, ci complimenteremo con lui.

Guido Reni, Allegoria della Fortuna; 1637; Roma, Galleria dell'Accademia di San Luca
Guido Reni, Allegoria della Fortuna; 1637; Roma, Galleria dell’Accademia di San Luca


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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1. remo in data 14/02/2015, 12:39:16

Appare evidentissimo il fatto che questo sia un articolo scritto ( male ) da un poveraccio invidioso dell'altrui capacità. Non merita nemmeno una parola in piu' se non "si curi il fegato".
remo puggioni



2. Fausto in data 14/02/2015, 22:17:31

da cimabue a Gianni Morandi.qualcuno ha scritto " tutto ciò che Sgarbi cura , perde di scientificità!!!!!!!!!




3. Finestre sull'Arte in data 15/02/2015, 11:32:56

Caro Puggioni, buttarla sull'invidia è la reazione tipica di chi non ha argomenti. Non eliminiamo il suo commento offensivo solo per mostrarne la vacuità.



4. Bruno Lonni in data 15/02/2015, 21:12:30

Condivido quanto scritto nell'articolo. Condensare in una sola mostra opere che coprono sei secoli di storia dell'arte impedirà ai visitatori a digiuno di storia dell'arte di capire il contesto nel quale i dipinti sono stati realizzati e dunque di apprezzarli. Impossibile approfondire tutto in una visita di due ore.







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