Sulla divulgazione della storia dell'arte. L'esempio di Vittorio Sgarbi


Una riflessione sulla divulgazione della storia dell'arte prendendo come esempio un'analisi di Vittorio Sgarbi sull'opera del Tintoretto.

Chi si occupa di storia dell’arte, o per studio o per lavoro o, come nel mio caso, per passione, è stato accostato almeno una volta nella vita a Vittorio Sgarbi, il personaggio che nell’immaginario medio ricopre il ruolo dello storico/critico d’arte (i termini storico dell’arte e critico d’arte, pur se diversissimi, sono spesso usati come sinonimi). Non voglio discutere tanto sull’opportunità di questo accostamento: più interessante è vedere come il nostro Sgarbi si pone nei confronti della storia dell’arte soprattutto se si rivolge a un pubblico ampio, quale potrebbe essere quello di Finestre sull’Arte, trovandosi di fatto a compiere opera di divulgazione.

È stato piuttosto difficile trovare in rete un video di Vittorio Sgarbi impegnato nella divulgazione della storia dell’arte (perché i video in questo senso si perdono tra le miriadi di risse televisive a cui il nostro ha preso parte, condite ogni tanto da qualche presentazione di libri o intervento in talk show politici... quando ovviamente le ultime due categorie non coincidono con la rissa), ma ci sono riuscito: è infatti presente su YouTube un video di circa 26 minuti in cui Vittorio Sgarbi ci riassume l’arte del Tintoretto. Un intervento pubblicato sul portale di videosharing dalle Scuderie del Quirinale di Roma in occasione della grande mostra sul Tintoretto che si è tenuta alle Scuderie nel 2012. Questo è il link: http://www.youtube.com/watch?v=cqJa0tbyC3E.

Un’operazione che ha molte similarità con i podcast di Finestre sull’Arte: durata simile, si rivolge a un pubblico vasto, cerca di fornire un panorama che sia il più possibile completo sull’artista, si parte dalla formazione del Tintoretto. Ma la divulgazione non è cosa semplice, perché una delle regole base (o almeno, una delle regole che noi di Finestre sull’Arte cerchiamo di seguire sempre nelle nostre puntate) è dare sempre una giustificazione a tutto quello che si dice, perché se si fornisce un’informazione a un ascoltatore, bisogna dare all’ascoltatore tutti gli strumenti per comprendere quello che stiamo dicendo. Un’opera di divulgazione è buona se il pubblico alla fine pone a chi divulga domande non perché non ha capito, ma pone domande per approfondire gli argomenti di cui si è parlato.

Nei primi cinque minuti del video, il nostro Sgarbi ci parla della formazione del Tintoretto, da lui definito come un pittore che “ha il sangue di Tiziano e vede il corpo di Parmigianino e di Raffaello” (minuto 4:35). Si parla della Sacra Conversazione che un tempo fece parte della collezione Wildenstein di New York e oggi invece è conservata in una collezione privata londinese (a questo link l’immagine), la prima opera sicuramente datata del Tintoretto. Per Sgarbi questo dipinto è la “prova di un risolto Manierismo, di un dialogo perfetto tra Tiziano, da cui lui parte [...], e tutto quello che Tiziano e anche gli altri pittori che lavoravano in quegli anni, da Paris Bordon a Bonifacio de’ Pitati, facevano a Venezia”: nella parte omessa, Sgarbi elenca alcune opere di Tiziano a cui il Tintoretto si sarebbe ispirato (commettendo anche una grossolana inesattezza quando si riferisce alla Pala Pesaro di Tiziano chiamandola Pala di Pesaro, che è invece un’opera di Giovanni Bellini: la Pala Pesaro si chiama così in quanto realizzata per la famiglia Pesaro di Venezia, la seconda perché si trovava -e si trova tuttora- nella città di Pesaro).

Sgarbi ci ha dato diverse informazioni, ma per noi queste informazioni non hanno molto valore. Ha preso un’opera, la Sacra Conversazione già Wildenstein, e ci ha detto che in quest’opera ci sono suggestioni derivanti da Tiziano, dal Parmigianino, da Raffaello, e da diversi pittori che operarono nella Venezia del tempo (l’opera è del 1540). Ma in che modo queste suggestioni trovano la loro realizzazione nell’opera del Tintoretto? Quali sono gli elementi desunti da Tiziano, quali sono gli elementi desunti dal Parmigianino, quali da Raffaello... ? Più utile sarebbe stato far comprendere all’ascoltatore come nella composizione del Tintoretto si fondano armoniosamente la libertà e il dinamismo del Parmigianino, evidente soprattutto nelle figure di san Zaccaria (il primo santo sulla sinistra) e santa Caterina d’Alessandria (l’ultima sulla destra), il cromatismo tizianesco e una certa dose di grazia raffaellesca che permea soprattutto i volti femminili, il tutto condito dall’ardita scelta di rappresentare il Bambino in orizzontale prefigurando gli sviluppi futuri dell’arte del Tintoretto, fatta di movimento spesso convulso e grande drammatismo.

Sorvolerò sul turpiloquio con cui Sgarbi condisce di tanto in tanto le sue frasi, turpiloquio a cui noi di Finestre sull’Arte siamo notoriamente avversi (se ne sente già tanto in giro, in tv e sui giornali, e almeno quando si parla d’arte ci piacerebbe evitare di ascoltarlo: in questo ci riteniamo quindi anticonformisti), per arrivare al momento in cui, attorno al minuto 7 (e per i successivi tre minuti circa), il nostro Sgarbi inizia a parlarci delle influenze michelangiolesche sulla pittura del Tintoretto e dell’arrivo a Venezia, con Giorgio Vasari, della maniera, appunto, michelangiolesca. Il dipinto che il nostro Vittorio prende in esame è la Disputa con i dottori che si trova al Museo del Duomo di Milano (qui l’immagine). Sgarbi però, ancora una volta, dimentica due passaggi fondamentali, ovvero da cosa notiamo le influenze di Michelangelo (per esempio nella grande plasticità delle figure in primo piano, e anche dal fatto che quella sulla destra sembra quasi tratta dagli affreschi della Cappella Sistina, e in particolare ricorda molto il profeta Daniele) e perché l’arrivo a Venezia della maniera michelangiolesca portò così tanto sconvolgimento (perché la concezione dell’arte dei toscani era contraria rispetto a quella dei veneti: per i toscani il disegno doveva prevalere sul colore ed era il disegno la base di un’opera d’arte, mentre i veneziani non disegnavano). Verso il minuto 9, Sgarbi ci parla anche di Battista Franco, pittore esageratamente michelangiolesco che il nostro storico/critico dell’arte definisce “rinnegato”, ma proprio per il fatto che Sgarbi non ci dice in cosa la pittura veneziana differisce da quella toscana, non riusciamo a comprendere le ragioni di questo termine “rinnegato” associato a Battista Franco.

Al minuto 12 arriva il momento di spiegarci uno dei massimi capolavori del Tintoretto, vale a dire la Liberazione dello schiavo (qui il link dell’immagine), ovvero “il più bel dipinto del Manierismo italiano alla metà del ’500”, secondo la definizione sgarbiana, benché secondo lui il Manierismo sia un fenomeno prettamente toscano fondato sulle esperienze di artisti come Pontormo, Rosso Fiorentino, Domenico Beccafumi e Bronzino (esperienze peraltro tutte diversissime tra loro, a eccezione dei primi due artisti menzionati che condivisero parte del loro percorso artistico). Con la Liberazione dello schiavo Sgarbi ancora una volta non ci dice in che modo le suggestioni abbiano riscontro sull’opera, ma almeno ci fa comprendere in che modo la grande teatralità dell’arte del Tintoretto si pone agli occhi dello spettatore, anche se probabilmente il pubblico avrebbe capito ugualmente senza l’utilizzo del termine “casino furibondo” usato da Sgarbi per descrivere il dipinto :-)

Dai minuti 13-14 abbiamo quindi una lunga parentesi, di circa cinque minuti, in cui Sgarbi elenca le vicende che portarono Tintoretto a garantirsi i lavori per la Scuola Grande di San Rocco a Venezia diventando di fatto (siamo negli anni ’60 del Cinquecento), a scapito di Tiziano, l’artista più richiesto in città. Chiusa la parentesi, Sgarbi ci presenta la Santa Maria Egiziaca e la Santa Maria Maddalena, due opere presenti alla mostra, e ci propone un interessante (e azzeccato oltre che finalmente ben spiegato) confronto con la Tempesta di Giorgione: probabilmente ci saremmo soffermati un pochino di più sul fatto che anche il Giorgione fu un artista importante per il Tintoretto, ma ci accontentiamo!

Mi fermo qui ma anche negli ultimi sei-sette minuti del video ci sarebbero spunti per ulteriori riflessioni. Quanto detto sopra dimostra che la divulgazione, soprattutto di una materia complessa della storia dell’arte, non è materia facile e non riesce benissimo neppure allo storico/critico d’arte più famoso per il grande pubblico: probabilmente il fatto che i nostri connazionali siano piuttosto digiuni per quel che riguarda la storia dell’arte si deve anche a una divulgazione della materia praticamente inesistente. Una divulgazione che, quando viene fatta, manca anche di quelle basi necessarie a rendere il discorso pienamente comprensibile per chi non ha mai visto un dipinto in vita sua. Forse è anche per questo che nell’immaginario collettivo, la figura dello storico dell’arte è quella di un ampolloso retore che snocciola termini e nozioni incomprensibili ai più, e l’arte è un qualcosa riservato a “pochi”. E probabilmente è anche per via di questo tipo di divulgazione che ultimamente in rete ha spopolato quell’ormai famoso blog di storia dell’arte in romanesco. La divulgazione dovrebbe tornare alla propria radice etimologica per farsi più vicina alle esigenze del pubblico, per farsi più comprensibile e per mostrare che l’arte è davvero per tutti. Senza una buona e corretta divulgazione, non avrebbe neppure senso il lavoro degli storici dell’arte e i nostri musei rischierebbero di diventare ancora più vuoti di quanto non lo siano già.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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1. Alessandro Jingle Brollo in data 11/03/2013, 12:12:15

Condivido il tuo commento. Purtroppo la divulgazione coincide con lo sfoggio di falsa erudizione e con l'ampollosa retorica. Più uno è vuoto, ambiguo e incomprensibile più egli sembra dotto. Non credo che essere ambigui o ermetici sia sinonimo di cultura, anzi... Oltre al fascino per l'alone di mistero che portano con sé, la mancanza di chiarezza e l'errata argomentazione producono un effetto davvero negativo, cioé quello di snobbare l'arte ed affermare che è davvero brutta e noiosa.



2. Federico Giannini in data 11/03/2013, 22:37:49

Grazie Alessandro... questo modo di esporre la storia dell'arte secondo me serve a poco. Non giova ai conoscitori, che non hanno bisogno di Sgarbi per comprendere l'arte del Tintoretto, e non giova ai non conoscitori, perché non vengono dotati degli strumenti per una adeguata, seppur non completa, comprensione. Hai detto bene, molta della divulgazione (penso non solo a Sgarbi ma anche ad altri nomi ugualmente "televisivi") sembra fatta più di sfoggio che non di vero contenuto. E il danno è doppio, perché non solo l'arte rimane incomprensibile, ma passa anche la percezione che sia un qualcosa riservato a pochi, quando basterebbe una divulgazione fatta bene per avvicinare più persone all'arte. È vero che l'arte necessita di applicazione e non è materia facile, ma è anche vero che senza una base idonea non è possibile far nascere una passione...



3. Anna Pin in data 17/03/2013, 22:22:32

Condivido, è la stessa sensazione che ho avuto io leggendo il suo libro "Piene di grazia": ampollose citazioni non spiegate e quindi una lettura frammentaria alla ricerca di informazioni altrove.



4. franca in data 01/01/2015, 13:20:17

Considero Sgarbi una nullità; solo l'ignoranza degli italiani nella storia dell'arte gli consente di prendere forma di critico d'arte.

Riprendiamoci la scuola gente! Quanti storici dell'arte preparati e onesti sono a spasso mentre imperversa questo gaglioffo!







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