Il sangue di mio nonno è nella sua opera. Intervista a Joan Punyet Miró


Luca Zuccala di ArtsLife è ospite sul nostro blog con una splendida intervista a Joan Punyet Miró, che racconta i retroscena dell'arte del nonno, il grande Joan Miró.

Un “Punyet” tra “Joan-Miró” e il nipote è fatto. Joan Punyet Miró è il nume tutelare della Successió Miró e il portavoce della poetica di Joan. Colto nipote d’arte senza spocchia, appena gli si chiede del nonno gli occhi luccicano e la prosa inizia a cantare la poesia dell’avo: “un sognatore magico ed eterno, porto sempre un ricordo stupendo di lui”. L’entusiasmo è contagioso e satura ogni racconto e ricordo, qualunque tematica sia, a qualsiasi latitudine si spazi. Dalla poesia in pittura sospesa tra terra e cielo, alla materia più grezza e sperimentale plasmata nel sangue delle mani febbricitanti. Quelle di un artista contadino –come soleva definirsi- in bilico tra inconscio e onirico. Come le figure e i segni che popolano e galleggiano nei suoi quadri.

Breve incursione nell’opera di Joan Miró (1893-1983) attraverso la voce di Joan Punyet, in occasione della retrospettiva che Milano dedica all’artista catalano. Un centinaio di opere dalle Fondazioni di Palma di Maiorca e Barcellona in trasferta al Museo delle Culture dal 25 marzo all’11 settembre 2016. All’ombra delle trasparenze azzurrine della nuvola di Chipperfield, tra luci soffuse e ritmi jazz, si accende La forza della materia. Una miscela “alchemica” di pittura, poesia e scultura che anima personaggi scolpiti nel bronzo e colori primari solcati dalla violenza del nero alle pareti.

Immagine dalla mostra di Miró al Mudec di Milano
Immagine dalla mostra di Miró al Mudec di Milano

Luca Zuccala. Luci soffuse, musica jazz e le opere del nonno alle pareti. Brillano le visioni biomorfiche di Joan Miró al Mudec di Milano. Soddisfatto dell’allestimento?
Joan Punyet Miró. Molto. Mi piace perché è notturno, enigmatico. Il colore delle pareti, il chiaroscuro e la luminosità misteriosa fanno vibrare l’atmosfera.

Una bella alchimia col Blues for Joan Miró di sottofondo improvvisato da Duke Ellington nel 1966 appena dopo averlo conosciuto. Ecco, a proposito di “alchimia” -elemento fondamentale quanto ambiguo nell’opera di Miró- si può parlare di osmosi tra artista e opera, tra il suo spirito e la materia trattata?
Certamente. Ancora oggi l’alchimia è un enorme mistero, oltre che essere molto pericolosa. Quando una persona lavora con un materiale, ogni singolo atomo e molecola di questo materiale entra dentro la pelle dell’artista. È la simbiosi del sangue, della mano, del piede, della forma. La materia dentro il sangue forma una comunione spirituale con il corpo dell’artista. E questa comunione forgia uno spirito differente che attua una simbiosi con il materiale che l’ha lavorato. Questa è l’alchimia. Stare in contatto diretto con la materia che ha penetrato l’epidermide di mio nonno e ha prodotto una sostanza magica. Una miscela con il suo sangue.

Una miscela profonda e sincera. Si sente. Si coglie.
Il sangue di mio nonno è qui nella sua opera. Una trasfusione del suo sangue è qui.

Sangue che riverbera una materia plasmata e indagata in ogni suo frangente. Materia che s’imponeva letteralmente nell’opera. A una prima fase di libero impulso - in cui Miró parla proprio di “scarica fisica”: “quando lavoro sono in uno stato di passione ed eccitazione. Quando comincio una tela, obbedisco a un impulso fisico, all’esigenza di lanciarmi; è come una scarica fisica” – ne segue una seconda calcolata: un sapiente lavoro di equilibri tra la materia e la forma -associati ad un elemento ermetico e onirico della sua poesia- con cui ha sviluppato un vocabolario segnico e simbolico di portata trasversale.
Miró è stato un cantore della materia alla ricerca continua di un equilibrio magico col colore, la materia stessa e la poetica del surrealismo. È passato dalla figurazione all’astrazione scioccando e impressionando moltissime persone. La sua poetica ha una portata universale perché si traduce in un’opera molto vicina all’occhio innocente di un bambino, accompagnata ad una consistenza e una forza vulcanica, magica e chimica. Questa unione del fanciullo con la poesia, la musica e la magia fa di Miró un artista atemporale, alla ricerca del terzo occhio, quello della interpretazione dei sogni citando Freud.

Joan Miró, I due amici
Joan Miró, I due amici (1969; acquaforte, acquatinta e carburo di silicio, 71,5 x 106,5 cm; Barcellona, Fundació Joan Miró)

Miró è stato folle sperimentatore. Ha utilizzato i supporti più disparati, tra cui il legno.
Per mio nonno il legno ha una componente magica. È stata un’idea rivoluzionaria utilizzarlo sporco e grezzo. Lui infatti non è stato mai dogmatico e istituzionale. Non ha lavorato tutta la vita coi classici supporti e materiali, ma ha fatto una vera e propria investigazione su supporti non convenzionali come appunto il legno, riciclato da mio nonno per essere lavorato nello studio di Maiorca. (NDA: Dal 1956 fino alla sua morte, avvenuta nel 1983, Joan Miró risiedette nell’isola di Maiorca, dove svolse un’intensa attività creativa. Lo studio maiorchino fu chiamato Sert dal nome dell’architetto che lo concepì sulle colline di Cala Major a Palma).

Lavorare il legno fa parte dell’antipittura che andava ricercando. Scrisse Miró che “l’antipittura è una ribellione contro uno stato della mente e contro le tecniche pittoriche tradizionali. Un tentativo di esprimermi mediante nuovi materiali: corteccia, fibre tessili, collage”. E, ovviamente, il legno sporco e riciclato.
“Antipittura” perché Miró faceva una prova materica diretta con un legno abrasivo, un legno distruttore, un legno puro che parlasse della verità materiale. Della forza della materia. Sono opere automatiche, gestuali e rapide che anche quando aveva 80 anni evidenziano il bisogno morale e artistico di un uomo. Il lavoro, carico di violenza e ribellione, in questi ultimi anni rappresenta l’evoluzione più drammatica della sua simbologia.

Miró voleva proprio “uccidere la pittura”.
La prima cosa era proprio questa: il rifiuto netto di qualsiasi idea pittorica prestabilita. Uccidere la pittura “tradizionale”.

Obiettivo perseguito attraverso una incessante sperimentazione accompagnata da una gestualità di stampo americano e dal fascino per i calligrafi orientali.
Jackson Pollock e Franz Kline, ad esempio, sono artisti importantissimi per Miró, come fondamentale fu l’influenza della cultura giapponese e del suo grafismo magico. Mio nonno si recò in due occasioni in Giappone a distanza di tre anni (1966, 1969). Fu profondamente attratto dalla concezione giapponese della natura, dalla calligrafia, dal tratto e dalle poesie haiku (note musicali e segni calligrafici).

Immagine dalla mostra di Miró al Mudec di Milano
Immagine dalla mostra di Miró al Mudec di Milano

Principali influenze oltre l’espressionismo astratto americano e il grafismo giapponese?
L’arte povera, il formalismo, il tachismo di Fautrier e Dubuffet, la musicalità di Kandinsky.

È riuscito a fonderle in un linguaggio di apparente semplicità che racchiude un mondo popolato di segni, simboli e personaggi onirici, frutto di lavoro, disciplina e allenamento. Niente, o quasi, è “per caso” in Miró.
Proprio così. Ordine, rigore, disciplina. Un allenamento durato tutta la vita fin quando è morto all’età di 90 anni. Tutta la sua vita è stata assorta nel suo lavoro. È sempre stato straordinariamente vitale e creativo. Un vulcano in eruzione. A 80 anni, mi ricordo, continuava a lavorare tutto il giorno senza fermarsi, innovare, sconvolgere, sperimentare. Provare e riprovare per dare vita al suo mondo, alla sua opera.

Un’opera popolata di segni e forme ingenue e innocenti quanto ricche di vissuto, sogni e mondi. Una poetica universale, un alfabeto comprensibile a tutti. Questo ha fatto in modo che il suo “messaggio” sia arrivato a tutti e abbia avuto più successo rispetto a molti altri artisti a lui contemporanei. E non solo.
Perché è una pittura molto differente da tutto il resto. Non può essere categorizzata. Se ad esempio parliamo della pittura metafisica parliamo di De Chirico, di spazialismo Fontana, e così via. Miró è differente: Miró è un artista iconoclasta, rivoluzionario e sognatore che ha creato un alfabeto sentito e amato a tutti, a tutti i livelli.

E anche in ambito surrealista -aderì al manifesto del 1924 pur restando sempre libero e indipendente- risulta essere il più amato.
Perché Miró è un artista magico. Un alchimista del segno con una massima comunione spirituale con la forza della materia. Il mistero di Miró è un’attrazione pura e spirituale. E atemporale. Delvaux per esempio è troppo figurativo, Dalí troppo lineare. Miró è un artista alchemico e poetico che ha realizzato una simbiosi magica con il legno e moltissimi altri materiali, che hanno reso ancora più forte la sua poetica e linguistica surrealista.

Immagine dalla mostra di Miró al Mudec di Milano
Immagine dalla mostra di Miró al Mudec di Milano


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