ValoreMuseo: il concorso dove lavori al museo, ti pagano coi voucher, e vinci... un viaggio!


Parliamo di ValoreMuseo, concorso riservato a giovani under 35, che andranno a lavorare in 12 musei della Toscana e vinceranno... un viaggio.

Non bastava, nei confronti dei giovani laureati nel settore dei beni culturali, la presa in giro del bando del servizio civile nei musei con la sua offerta di lavoro mascherato da volontariato. No: siamo riusciti a raggiungere un punto ancora più basso. L’altro ieri è stato presentato a Firenze il bando “ValoreMuseo. Innovazione e formazione per i musei e i giovani della Toscana” (qui il sito web), ideato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze e dalla Regione Toscana e rivolto, come leggiamo nell’introduzione pubblicata sul Portale Giovani del Comune di Firenze, a “12 musei della regione (specificatamente collocati nelle province di Firenze, Arezzo, Grosseto) che desiderino migliorare le proprie capacità gestionali” e a “12 giovani laureati under 35 interessati a rafforzare la propria formazione”. Ci si potrebbe domandare di quale formazione (aggiornamenti professionali a parte) possa aver bisogno un laureato trentacinquenne che, in una situazione di semplice normalità, dovrebbe già aver accumulato un significativo bagaglio di esperienze, ma evitiamo di andare per il sottile e vediamo come funziona “ValoreMuseo”.

ValoreMuseo

A quello che pare a tutti gli effetti un concorso a premi, parteciperanno sia i musei (dovranno fare domanda ed essere selezionati: dalla rosa dei candidati ne usciranno, come anticipato, dodici), sia i giovani laureati. I requisiti per questi ultimi? Under 35, residenti o domiciliati in Toscana, che abbiano almeno una laurea specialistica o in alternativa una triennale più master (non solo in settori attinenti ai beni culturali o comunque in ambito umanistico: il concorso è aperto anche ai laureati in “ingegneria gestionale, economia, statistica, informatica, materie scientifiche, ecc. ”: insomma, a tutti), che abbiano già maturato “esperienze lavorative e/o di volontariato direttamente o indirettamente inerenti al tema dei servizi e all’oggetto” del bando, che siano in possesso di buone competenze informatiche, che conoscano l’inglese, e che siano disoccupati (è infatti richiesto un documento che attesti tale status). Ma cosa andranno a fare i fortunati vincitori? Inizialmente un “programma di attività di formazione di 42 ore” (si parla, in particolare, di marketing per la cultura, e nella fattispecie di “analisi quantitativa e qualitativa dei pubblici”, “analisi del contesto di riferimento, delle risorse e delle opportunità del territorio” e “legami con il turismo, il mercato e le comunità di riferimento”), quindi beneficeranno di “un periodo di residenza nei musei con remunerazione tramite voucher lavoro pari a 1.000 euro lordi mensili (750 netti) per un massimo di 100 ore mensili della durata di circa 6 mesi per lo sviluppo di attività e progetti a supporto dei musei volti al raggiungimento degli obiettivi specifici indicati nel bando”. Trascurando il bruttissimo italiano del bando, scritto evidentemente da qualcuno cresciuto a pane e verbali delle riunioni di condominio, il sunto è il seguente: tu, vincitore laureato e con esperienza, sarai sottoposto a 42 ore di formazione (anche se hai già esperienza “direttamente o indirettamente attinente al tema” del bando, e magari ne sai più dei tuoi docenti), quindi lavorerai part-time per sei mesi con una paga di sette euro e cinquanta all’ora (una paga probabilmente più bassa di quella che otterresti se svolgessi un lavoro non qualificato in un’impresa di pulizie).

Ora, un candidato potrebbe pensare: “va bene, mi sorbisco un corso di formazione su argomenti sui quali, quasi sicuramente, avrò già ampie competenze, e mi turo il naso di fronte a sei mesi di lavoro sottopagato, ma alla fine otterrò il mio agognato posto di lavoro al museo”. No, caro candidato, ti sbagli di grosso: se la buona sorte ti premierà facendoti risultare tra i due (2!) vincitori finali, avrai in premio nient’altro che un “viaggio di formazione a Bruxelles o in altrà località europea (volo a/r, pernottamenti e costi di iscrizione) nell’ambito delle attività di aggiornamento formativo promosse da ENCACT - European Network of Cultural Administration Training Centres”. E dopo? E dopo niente, torni a fare il disoccupato esattamente come facevi prima di aver partecipato al bando. I due musei vincitori (perché verranno scelti due vincitori finali anche tra i musei), in compenso, otterranno diecimila euro per dar vita “alla realizzazione di un intervento permanente per il miglioramento della fruizione museale (interventi sull’allestimento, realizzazione di apparati grafico/didascalici, acquisto apparecchiature hardware o software, materiali per laboratori o attività didattiche, miglioramento del sistema di conoscenza e di analisi dei pubblici, ecc)”. Tu invece, a Bruxelles o in altra località europea, dovrai pagarti pure spostamenti, pranzi, cene, frizzi e lazzi. E sorbirti il millesimo corso di formazione della tua carriera che non è neanche ancora seriamente cominciata. In sostanza, continuerai a essere un disoccupato: ma sarai formatissimo e aggiornatissimo, e avrai prestato per sei mesi le tue competenze a un museo che, come te, cerca gloria da uno dei concorsi più perversi che si siano visti negli ultimi anni nel nostro settore.

In pratica è la logica dei talent show più trash applicata alla realtà. Un misto tra Masterchef e una televendita di Giorgio Mastrota. Il problema è che se il settore dei beni culturali comincia a ragionare con la mentalità dei reality sulla pelle dei giovani, semplicemente per la cultura in Italia non ci sarà futuro, perché si preferisce investire (poco) in iniziative spot, della dubbia utilità, e non su stabili programmi d’assunzione che possano rimpinguare gli organici già ridotti all’osso di musei il cui personale si avvia verso l’età pensionabile senza che nessuno abbia ancora seriamente pensato a come gestire un adeguato turn-over che, di fatto, ancora non s’intravede. Stupisce, infine, che questo “ValoreMuseo” sia stato avallato da soggetti, come il Polo Museale Toscano e ICOM Italia, che dovrebbero invece puntare i piedi, alzare la voce e prendere a male parole gli ideatori del bando, protestare e chiedere lavoro serio: è segno che sta diminuendo la capacità di guardare in ottica futuribile e si preferisce accontentarsi di quel poco che passa il convento. La speranza è che, come per il bando del servizio civile, anche questo vada deserto: speranza vana, ma darebbe un segnale molto importante. E se proprio avete voglia di vincere un viaggio, partecipate anzi ai concorsi che trovate nelle scatole dei cereali: lì, almeno, il trattamento è all inclusive.



Federico Diamanti Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Diamanti Giannini

Giornalista d'arte, ho fondato Finestre sull'Arte nel 2009 con Ilaria Baratta. Sono nato a Massa nel 1986 e ho ottenuto la laurea specialistica a Pisa nel 2010. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier.

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