Come parlare d'arte in modo leggero ma con rigore e profondità: Vivian Maier secondo Roberto Carlone. L'intervista


'Gli occhi di Vivian Maier', di e con Roberto Carlone, è uno spettacolo che unisce arte, fotografia, musica e teatro per raccontare la vicenda di Vivian Maier in modo leggero ma profondo. Ne abbiamo parlato con l'ideatore.

È possibile raccontare l’arte in modo leggero, ma senza perdere di vista il rigore e la profondità, senza tralasciare un serio lavoro di ricerca? La risposta è affermativa e ne è un ottimo esempio lo spettacolo teatrale Gli occhi di Vivian Maier (I’m a camera), interamente dedicato alla celebre fotografa Vivian Maier (New York, 1926 - Chicago, 2009), scritto e interpretato da Roberto Carlone (Vercelli, 1955), attore e musicista (insieme al fratello Gianluigi, a Giancarlo Macrì e Mario Sgotto ha fondato nel 1980 la Banda Osiris). Lo spettacolo, che ha debuttato nel 2016, racconta in maniera insolita e originale tutta la vicenda di Vivian Maier, attraverso un racconto che parla della vita della fotografa statunitense, della sua riscoperta, della fotografia in generale. Quattro personaggi (un fotografo, l’edicolante protagonista di una foto di Vivian Maier, lo scopritore delle sue fotografie, e l’ombra di Vivian Maier) sono i protagonisti di uno spettacolo che unisce narrazione, fotografia, videomapping e musica in una fusione straordinaria e di grande effetto sul pubblico. A fine luglio lo spettacolo è stato rappresentato a Castelnuovo Magra, e ne abbiamo approfittato per parlare con Roberto Carlone sia di Gli occhi di Vivian Maier (I’m a camera), sia dei modi per presentare al pubblico l’arte in modo accattivante e al contempo ponderato. L’intervista è a cura di Federico Giannini. A questo link si possono invece trovare sinossi e spezzoni dello spettacolo.

Roberto Carlone
Roberto Carlone


La locandina de Gli Occhi di Vivian Maier
La locandina de Gli Occhi di Vivian Maier


Un momento dello spettacolo
Un momento dello spettacolo


Vivian Maier, Autoritratto (s.d.; 40 x 50 cm; © Vivian Maier / John Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, NY)
Vivian Maier, Autoritratto (s.d.; 40 x 50 cm; © Vivian Maier / John Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, NY)

FG. Qual è l’idea alla base dello spettacolo Gli Occhi di Vivian Maier?
RC. L’idea, nata da una mia passione per Vivian Maier, è stata quella di voler fare qualcosa di diverso, di non fare una conferenza, ma di creare una sorta di storia con i personaggi, che mi avrebbe permesso di variare anche il registro e di creare uno spettacolo per tutti, più... “appetibile” rispetto a un monologo o di una conferenza.

Immagino che non sia stata un’impresa facile...
Io ho avuto dei... segni negativi da Vivian Maier. Ho ricevuto il primo quando sono andato a vedere la sua mostra a Milano. Ero andato da mio fratello, che abitava a Milano, e non sapevo che avessero prorogato la mostra: lui mi avvertì, suggerendomi di andarla a vedere prima che chiudesse. Quindi siamo andati a vedere la mostra, ma ci siamo andati proprio l’ultimo giorno, quando ormai la stavano smontando... pertanto abbiamo visto sì la mostra... ma dentro le casse mentre la stavano portando via! Questo è stato insomma il primo segnale, l’ho quasi interpretato come una specie di... avvertimento da parte di Vivian Maier a non occuparmi di lei! Ma sono andato avanti comunque, e ho cominciato a scrivere i primi testi per lo spettacolo. Poi ho deciso di voler approfondire la ricerca. Ero in tournée, ci trovavamo molto vicini al confine con la Francia, e avevamo una settimana libera. Abbiamo quindi deciso di recarci a visitare Saint-Julien-en-Champsaur per respirare l’atmosfera, l’aria, per vedere il luogo in cui Vivian ha trascorso diverso tempo, il luogo d’origine della famiglia materna, nelle Alpi francesi. Era il primo di maggio, ricordo che avevamo tentato di attraversare il Monginevro in mezzo alla neve. E siamo rimasti bloccati... anche questo l’ho interpretato come un segno negativo. Però, mentre aspettavano i mezzi spazzaneve, ho cominciato a navigare sul web e ho scoperto il sito dell’associazione locale del paese, una specie di Pro Loco. C’era un form che invitava i visitatori del sito a prendere contatti se avessero voluto recarsi a Saint-Julien. Io ho provato, senza particolari aspettative perché non pensavo m’avessero ricontattato, e invece loro, addirittura nel giro di venti minuti, mi hanno risposto: ci hanno quindi affiancato a due persone del luogo che, dopo il nostro arrivo, ci hanno portato in giro e ci hanno fatto visitare il borgo. Quando hanno capito quali fossero le mie intenzioni, ovvero che intendevo documentarmi su Vivian Maier... mi hanno sottoposto a una specie d’interrogatorio di due ore! Volevano sapere se io fossi preparato, perché ci hanno raccontato che molti si recano nel Champsaur con l’idea di scrivere libri su Vivian Maier o di girare film su di lei, ma spesso scoprono che si tratta di persone poco preparate su Vivian Maier, e loro si sentono come presi in giro. Mi hanno quindi fatto domande molto specifiche, non solo sulla vita di Vivian Maier, ma anche sulla fotografia in generale, sulla tecnica, sulla storia. Durante il mio soggiorno ho avuto modo d’incontrare diverse persone che hanno conosciuto Vivian Maier, ho raccolto testimonianze, ogni sera tornavo con molti appunti da ordinare, e questo mi ha aiutato moltissimo ad avere una visione differente su di lei. Il giorno in cui saremmo dovuti partire, nel paese era arrivato Jeffrey Goldstein, il secondo più grande collezionista di fotografie di Vivian Maier. Ho dunque deciso di prolungare la mia permanenza per conoscerlo, e grazie a lui ho avuto modo di approfondire l’aspetto più umano di Vivian.

Qual è l’aspetto di questa ricerca che in qualche modo l’ha colpita di più?
Il fatto che Vivian ha scattato circa 150.000 fotografie, e noi non ne conosciamo che una piccola parte. È un aspetto molto importante perché ha fatto scattare una sorta di meccanismo che ci ha portati a voler approfondire sempre di più la sua figura: e più ci si inoltra nelle ricerche, più si viene a sapere che lei era una persona ricca d’inventiva e d’idee, curiosa, sempre desiderosa di registrare tutto ciò che vedeva.

Dunque c’è molto materiale inedito da scoprire.
Sì, c’è molto materiale inedito, e spesso anche deliberatamente inedito.

In che senso?
Nel senso che alcune cose spesso vengono un po’ nascoste, forse per far diventare Vivian Maier una sorta di fenomeno, un po’ troppo studiato. È vero che per sistemare le fotografie si è reso necessario un lavoro di proporzioni enormi, ma è altrettanto vero che ci sono stati diversi tentativi di trasformare Vivian Maier in un business.

Ecco, per Gli occhi di Vivian Maier davvero non si può parlare di business, anzi. Trovo che questo spettacolo sia un modo per fare un certo tipo di divulgazione, che si potrebbe estendere anche ad altri campi che non siano la fotografia.
Il lavoro che abbiamo fatto per questo spettacolo è lo stesso che facciamo con la Banda Osiris, ovvero è sempre quello di provare a far diventare più semplice una cosa che è molto complicata. Ci piace coniugare l’aspetto più leggero e magari anche più sciocco con quello più importante. Però questo presuppone sempre un grande lavoro di ricerca: è necessario documentarsi, raccogliere materiale per poi... indorare la pillola. Ma sempre con dietro un serio lavoro di ricerca.

Ci sono delle chiavi per far arrivare un certo messaggio a un pubblico vasto, che magari altrimenti non avrebbe accesso a certi contenuti oppure potrebbe non essere interessato? Tenendo presente che in Italia c’è comunque una forte domanda di cultura (e lo dimostrano i numeri delle mostre più visitate), ma il problema a mio avviso sta nel cercare di non banalizzare i contenuti, non far scadere la cultura facendola diventare un prodotto di consumo.
Nel nostro caso siamo facilitati dal fatto che Vivian Maier è un personaggio che attira tantissimi, soprattutto i più giovani. Forse perché è stata una donna che ha avuto una vita piena di difficoltà, perché è stata scoperta successivamente, e perché ha fatto comunque un lavoro molto importante. Ciò detto, è molto difficile rispondere alle esigenze di un pubblico che chiede cultura. Io sono convinto che esistano tanti livelli di comunicazione, e devono esser tenuti presenti tutti. Più il pubblico è eterogeneo, più occorre essere freschi ed essenziali, però senza semplificare, affrontando gli argomenti con preparazione. Secondo me occorre puntare su due aspetti: il primo è incuriosire il pubblico, il secondo è dare informazioni serie. Occorre trovare un equilibrio tra questi due aspetti. Non è vero che per arrivare a tutti si debba per forza abbassare il livello, nella convinzione che tanto poi il pubblico andrà a informarsi per conto proprio. Perché altrimenti il problema è quello di rimanere superficiali e di trasmettere superficialità, nel senso che il pubblico poi coglierà soltanto gli aspetti superficiali del lavoro di un artista, senza approfondire. Invece a mio avviso occorre sì stare un po’ in superficie, ma poi bisogna scendere: un po’ come il lavoro del palombaro. Per affiancare, come detto, l’aspetto più leggero a quello più serio e profondo. Non è facile, certo. È un lavoro sui contenuti, sul linguaggio, sul pubblico, su quello che il pubblico prova e su quello che noi stessi che componiamo i testi proviamo di fronte all’opera di un artista. Se c’è qualcosa che mi muove, metto in scena anche quello che ha toccato me. Questo è anche un modo per arrivare in maniera più diretta e per instaurare un dialogo con il pubblico che può anche essere più empatico e meno formale.

Un passaggio dello spettacolo che mi è rimasto particolarmente impresso è quello dell’edicolante che esprime il suo disprezzo nei confronti di quella che lui chiama la “pornografia delle immagini”. C’è una polemica contro il modo in cui oggi utilizziamo le immagini?
L’idea di essere un po’ più coscienti sull’uso che facciamo delle foto. È bello ed è facile fare le foto, e ben venga ciò, con le tecnologie che oggi abbiamo a disposizione. Spesso però si scatta senza un minimo di testa. La polemica è questa. Penso si debba ragionare di più sulle foto. I nostri cellulari oggi scattano fotografie a una risoluzione che una volta era propria di macchine fotografiche ritenute professionali. Con questi mezzi abbiamo dunque grandi possibilità. E potremmo rivoluzionare il mondo con questi mezzi. A volte succede, ma nella stragrande maggioranza dei casi le fotografie che vediamo sono come rumore di fondo. Questa cosa mi dispiace molto, perché abbiamo una tecnologia che ci permetterebbe di essere veramente democratici e di far correre le notizie, ma spesso non viene sfruttata bene.

E le immagini hanno un potere enorme. L’anno scorso qui c’era Tano D’Amico, e con lui si parlava di come le immagini scattate come fossero documenti possono non essere un fatto necessariamente positivo, perché un documento può essere manipolato, di conseguenza occorre cercare delle belle immagini, quelle che dietro hanno un pensiero, che rappresentano l’anima di chi le ha create, per parafrasare un’espressione dello stesso Tano D’Amico... e forse oggi questo ci manca, avvertiamo forse la mancanza dell’idea dell’immagine come mezzo per cambiare il mondo...
Credo che il problema consista nel fatto che oggi manchi un’educazione all’immagine, secondo me. E, sempre secondo me, manca anche un discorso analitico sulle fotografie, che consentirebbe di sviluppare una riflessione più profonda anche per ciò che riguarda l’aspetto tecnico della fotografia, cosa che oggi spesso viene molto trascurata.



Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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