Un tempio per la sapienza: Santa Sofia a Costantinopoli

Antiquitates

2012, Prima puntata

Luca compie il suo esordio con la rubrica Antiquitates proponendoci un interessante articolo sulla basilica di Santa Sofia a Costantinopoli, l'odierna Istanbul: il pezzo ne ripercorre la storia focalizzandosi sull'importanza che l'edificio ha avuto per l'impero d'Oriente. Uno dei più grandi capolavori dell'arte bizantina.


“Ma quella famosa chiesa, alla quale giustamente diedero il nome della Sapienza di Dio – e davvero non è opera della sapienza umana – a chi, quando l’abbia vista, consentirà per il futuro di menzionare o ammirare altre opere, o anche solo di serbarne il ricordo? Credo infatti che non sia mai esistito e non esisterà mai nulla di simile al mondo.”

Queste le parole con cui si esprimeva Manuele Crisolora, il primo titolare di una cattedra di greco a Firenze, nel 1411, in una lettera indirizzata al basileus, descrivendo il più fastoso degli edifici bizantini e uno dei più notevoli di tutto il mondo cristiano.

La storia della Hagia Sofia, la basilica della Santa Sapienza, risale ai tempi di Costantino il Grande (IV secolo) il quale aveva creato nella pars orientis dell’impero una Nuova Roma, la città destinata a serbare la memoria dell’Impero fino al XV secolo. Tuttavia del primitivo tempio non si sa praticamente niente: si trattava di un edificio a pianta basilicale (che doveva seguire il modello delle altre basiliche costantiniane, come il vecchio San Pietro a Roma) con copertura lignea. Pesantemente danneggiata da un incendio del 404, venne restaurata da Teodosio II nel 414 e abbattuta nuovamente da un incendio nel 532 a seguito di una sommossa cittadina. Quella che vediamo oggi (fatta eccezione per le aggiunte apportate dai turchi che conquistarono la città nel 1453 e che trasformarono la chiesa in una moschea) è sostanzialmente la totale ricostruzione voluta nel VI secolo dall’imperatore Giustiniano, il quale disse: “Voglio una chiesa come mai dai tempi di Adamo ce ne fu una così, e mai più ce ne possa essere una simile.”

La direzione dell’enorme cantiere fu affidata a due incredibili personaggi: il celebre matematico Antemio di Tralle e Isidoro di Mileto, uno dei pochi architetti bizantini di cui si serbi memoria, i quali ebbero una serie di geniali idee. La prima novità consiste nel fatto che la pianta basilicale è iscritta in un rettangolo quasi quadrato di 71x77 metri, che ha la funzione di frenare la spinta e il movimento verso l’abside tipico di tutti gli edifici basilicali e nello stesso tempo di rafforzare lo spazio centrale. La seconda soluzione è quella di aver inserito entro l’involucro esterno , delimitato dalle mura perimetrali, un guscio interno che costituisce la navata centrale; questa è completamente isolata dalle navate laterali per mezzo di 8 pilastri (4 maggiori e 4 minori) e 40 colonne. Tutti questi elementi sono stati spostati verso le navate laterali per aumentare lo spazio centrale che è dominato dalla enorme cupola, terzo geniale accorgimento, che crea l’effetto di un edificio a pianta centrale e racchiude e riassume tutto il significato spaziale della chiesa.

I materiali più preziosi e lussuosi vennero usati per la decorazione di Santa Sofia: colonne di marmo verde sorreggono le nicchie dei matronei sovrastate da enormi timpani forati da finestre; colonne di porfido egiziano (l’unico elemento di riutilizzo, dato che all’epoca il porfido, simbolo per eccellenza della regalità imperiale, non veniva più estratto) sorreggono le nicchie delle navate laterali. Ad artefici abilissimi si deve l’intaglio dei capitelli (molti dei quali recano il monogramma dell’imperatore) e il rivestimento di marmo bianco lavorato a trina delle arcate che crea un delicato gioco di chiari e di scuri. Immensi furono i mezzi finanziari e le risorse umane messi a disposizione per l’impresa: tutti i marmi più preziosi – bianchi, rossi, gialli, rosa venato – furono cavati e trasportati a Costantinopoli da tutte le regioni del bacino mediterraneo. Rivestimenti e sculture furono lavorati in eccezionale quantità presso le officine imperiali del Proconneso. Come non citare poi l’opera di orafi, fonditori, mosaicisti attivi nella decorazione parietale e dell’arredo liturgico. La cupola era rivestita, pare, da oltre centocinquanta milioni di tessere di mosaico lavorate con l’oro e posizionate con specifiche inclinazioni in modo che, quando la luce entrava dalle quaranta finestre lungo il tamburo, lo sfavillio dei riflessi creava un senso di sospensione aerea che suggerì a Procopio di Cesarea (biografo di Giustiniano, nonché autore di un’opera sugli edifici fatti costruire dall’imperatore) l’immagine della “volta del cielo sospesa sopra di noi”.

Il fulcro religioso e anche politico dell’impero fu completato in 5 anni e suscitò un’ammirazione talmente forte da parte degli osservatori che l’imperatore, orgoglioso della sua opera, poté esclamare: “Oh Salomone, ti ho superato!”

L’articolazione dello spazio interno della chiesa, scandita da spazi pieni e vuoti, non permetteva una decorazione a cicli narrativi. Infatti, il primo apparato decorativo era composto dall’accostamento di lastre di marmo venato, disposte “a specchio”, dall’intaglio dei marmi traforati a trapano, e dall’applicazione di mosaici aniconici sulle volte degli archi e dei due narteci all’ingresso della chiesa. A partire dal IX secolo, con la fine del movimento iconoclasta, l’edificio venne invece arricchito da una serie di pannelli musivi che, oltre ad onorare la divinità di Cristo, della Madonna, di angeli e santi con precisi rimandi teologici, portano la memoria anche degli imperatori stessi, delle loro munifiche donazioni e delle loro gesta. Si ricordano in particolare il mosaico absidale che raffigura la Vergine in trono col Bambino e due giganteschi angeli; quello sulla lunetta sopra la porta principale che rappresenta l’imperatore Leone VI nell’atto della proskynesis (un particolare atto di prostrazione che viene riservato al sovrano o alla divinità) verso Cristo in trono affiancato da due medaglioni entro i quali stanno la Madonna e un angelo; il pannello sopra l’ingresso meridionale del nartece, che tramanda la memoria dei due principali committenti della chiesa, Costantino e Giustiniano, che presentano il modello dell’edificio alla Vergine col Bambino. Infine non vanno dimenticati i mosaici lungo le pareti del matroneo tra i quali spicca una delicatissima Deesis (la rappresentazione del Cristo Pantocratore in trono affiancato dalla Madonna e da San Giovanni Battista che intercedono per il fedele presso di lui).

Bibliografia:

  1. J. Durand, Arte Bizantina. Mille anni di splendore, Genova, 2001
  2. A. Cutler – J. Nesbitt, L’arte Bizantina e il suo pubblico, Torino, 1986
  3. K. Freund, L’arte Bizantina nell’età di Giustiniano, Art e Dossier n. 23, aprile 1988


Luca Cipriani








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