Alex lascia la conduzione della rubrica "Cineart" con un articolo su uno dei film americani più famosi: “Taxi Driver” di Martin Scorsese. Qual è il parallelo tra questo film e l'arte? Il crudo, anzi il ruvido realismo che emerge dalla pellicola!
Nel 1976 il regista italo-americano Martin Scorsese e lo sceneggiatore Paul Schrader decisero di realizzare una sceneggiatura per un film ambientato nei sobborghi di New York, liberamente ispirato ai libri di Fedor Dostoevskij come Delitto e castigo e Memorie dal sottosuolo.
All’epoca Taxi Driver venne inserito da quasi tutti i critici nel filone “urban violence” che aveva i suoi prodromi in film come Il giustiziere della notte di Michael Winner, Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet.
L’ambientazione newyorkese caratterizzata dalle dicotomie grattacieli/slums e ricchezza/delinquenza aveva avuto dei precedenti in film come Un uomo da marciapiede di John Schlesinger (1969), Trash – I rifiuti di New York di Paul Morrisey (1970), Serpico di Sidney Lumet (1973), Il braccio violento della legge di William Friedkin (1975).
Il film ruota - è proprio il caso di dirlo – attorno al tassista reduce dal Vietnam Trevis Bickle che lavora di notte nei quartieri malavitosi di New York e il critico Richard Thompson sulla rivista Film Comment (vol.12, n°2, 1976) lo definisce come “una Chiesa protestante”, un Dio vendicativo che si sente il paladino della giustizia nel mondo degradato che lo circonda.
Nessun film ha dipinto New York con toni più foschi: fumi intensi che si levano dai tombini, luci rossastre che trasformano gli uomini in veri e propri diavoli, una città “senza cielo” brulicante come un girone dell’ Inferno Dantesco, popolata di esseri ostili come prostitute, magnaccia, delinquenti e drogati.
L’intenzione dichiarata di Schrader è quella di far vedere allo spettatore New York con gli occhi di Travis, vero e proprio delegato dell’istanza narrante (Scorsese) ed è quella di vivere nella testa di Travis e […] accettare la sua realtà ivi comprese le sue paranoie sulla società borghese e il suo razzismo velato.
La metropoli di Scorsese è una creazione visiva originale, che si distacca sia dalle scenografie distorte dell’espressionismo tedesco degli anni ’20, di cui cito il film cult Il Gabinetto del Dottor Caligari di Robert Wiene, sia dalle ombre del cinema “noir” degli anni ’50, di cui cito La fiamma del peccato di Billy Wilder. La città dipinta in Taxi Driver è una città scritta, dove la violenza è stata portata alla superficie per mezzo sia di un ruvido realismo delle ambientazioni che delle colonna sonora ansiogena di Bernard Hermann (già curatore della colonna sonora di Psyco di Alfred Hitchcock, uscito nel 1960).
Sesso e violenza sono duplicati nelle insegne, nei cinema che trasmettono film pornografici a cui Trevis partecipa e che per lui, alienato e impotente di fronte alla società che ritrova al ritorno dal Vietnam, sono l’unica forma di sessualità che si concede.
Travis vive in un mondo sbiadito da clichè borghesi in cui si sente alienato ed è convinto che si venga al mondo con un ruolo, con una predestinazione anche se in realtà non fa mai menzione della sua fede.
La vita secondo lui può trarre senso anche da un unico gesto e poiché è sempre più frustato ogni giorno che passa decide di fare giustizia alla comunità, tentando di attentare alla vita del Presidente degli Stati Uniti e compiendo una strage in una casa di appuntamenti nel finale.
Travis, infatti, è una sorta di sacerdote di morte, che non a caso si sottopone ad un travestimento rituale tagliandosi i capelli come un Mohicano ed agisce come un agente rivelatore degli orrori della città infernale.
Il finale apocalittico che non svelo per sollecitare la vostra curiosità e l’esplosione di violenza che ne consegue era un leit motiv del cinema dell’epoca, basti pensare a film come Easy Rider (1969), Soldato Blu di Ralph Nelson (1970), Cane di paglia (1971) e Il mucchio selvaggio (1969) di Sam Peckinpah.
Alex Fiorini