Questo Passepartout che continua a chiudere da quasi due anni


Basta condividere su Facebook l'articolo di Aldo Grasso sulla chiusura di Passepartout... è vecchio di quasi due anni!!!

Dopo che per l’ennesima volta si vede imperversare su Facebook l’articolo Addio a Passepartout di Daverio ma nessuno protesta per la cultura, in cui Aldo Grasso lamentava la chiusura della nota trasmissione divulgativa di Philippe Daverio, si avverte la necessità di scrivere due righe, perché di tanto in tanto questo pezzo uscito sul Corriere viene presentato come fatto di stringente attualità. Questa volta mi riferisco in particolare a un post uscito il 2 maggio sulla pagina Facebook “Passpartout” (senza la “e”), post che in questo momento mi risulta avere 5.912 condivisioni e 502 commenti. Centinaia di commenti indignati di utenti del social network che piangono la scomparsa del programma.

Ovviamente senza che si prendano la briga di fare una semplicissima ricerca su Google e di scoprire che l’articolo è del 24 settembre 2011. Il programma sì è stato chiuso, ma nel 2012 Daverio ha condotto una nuova trasmissione (Il capitale, non molto diverso per forme e contenuti da Passepartout), e tuttora la domenica a ora di pranzo continuano a essere trasmesse le repliche di Passepartout. Oltretutto non è richiesto neppure l’enorme sforzo di digitare su Google “Addio a Passepartout” (e con il primo risultato sul motore di ricerca si viene a scoprire la data dell’articolo): basterebbe semplicemente sfogliare un po’ i commenti, perché si trova alle volte qualche utente accorto che fa notare come l’articolo sia vecchio.

Se gli amanti della trasmissione prendono per buono e per attuale un articolo vecchio di quasi due anni, c’è da domandarsi che cosa molti dei telespettatori recepiscano da Passepartout che, non ne faccio mistero, è una trasmissione che non mi piace: trovo che la capacità di approfondimento sia scarsa, che i modi del conduttore Daverio alimentino il cliché del critico d’arte in papillon e giacca di tweed che ama fare sfoggio e che dà definizioni non semplici degli artisti di cui parla (per esempio, “molto probabilmente Giorgione è il primo incrocio fra un’esperienza primordiale leggermente naïve e uno sviluppo immediatamente successivo consapevole e surrealista”), e che la visione della trasmissione non consenta di farsi un’idea chiara su un artista, sul suo stile, sul contesto storico in cui operò (benché vada riconosciuto alla trasmissione il merito di accendere i riflettori anche su artisti meno noti al grande pubblico come Cima da Conegliano o Vincenzo Foppa). Ma queste sono opinioni personali.

Comunque una cosa è certa: siccome pare che i più non siano in grado di capire che l’articolo di Aldo Grasso è vecchio di due anni, sarebbe necessario che in Italia si familiarizzasse un po’ di più con il concetto di information literacy che purtroppo sembrerebbe quasi essere un perfetto sconosciuto.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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