Nello studio Massimiliano Pelletti: la memoria viva della pietra e la scultura come tempo che riaffiora


Nel lavoro di Massimiliano Pelletti la scultura diventa archivio di memoria e trasformazione. Il dialogo con marmo, pietre rare e calchi classici costruisce un rapporto continuo che fonde archeologia, geologia e presente, in cui la materia orienta la forma e ridefinisce il tempo.

Nel tempo lungo della scultura occidentale, le forme non scompaiono mai del tutto. Cambiano stato, materia, contesto, ma continuano a riemergere come tracce di una memoria che non si lascia fissare in una sola immagine. In tale prospettiva, il richiamo a Mnemosyne, la personificazione del ricordare e madre delle Muse, secondo Esiodo, appare quasi inevitabile: la forma sembra custodire un engramma, una sedimentazione che oltrepassa i linguaggi e le età. Partendo da questa considerazione, le statue greche di epoca classica ed ellenistica, fin dal loro emergere nel V secolo a.C., hanno conosciuto una vicenda stratificata, segnata da continui spostamenti, restauri, frammentazioni, riusi e copie, fino alla dispersione nei relitti sommersi o alla loro riscoperta in epoca moderna nei grandi centri del Mediterraneo.

All’interno di tale flusso discontinuo, la scultura si presenta quindi come organismo che accumula tempo. Non è un elemento stabile. È proprio in questo delicato equilibrio di conservazione e mutamento che si inserisce il lavoro di Massimiliano Pelletti (Pietrasanta, 1975), artista da sempre profondamente legato alla storia antica, all’archeologia e alla geologia, ambiti che alimentano la sua ricerca e il suo universo formale. La sua pratica si colloca entro una riflessione sulla memoria materiale delle forme e sulla loro continua rielaborazione, come se le opere fossero toccate da una tensione mnesica.

“Fin da piccolo ho sempre avuto una forte passione per l’antico, per le cose vecchie, per il tempo passato. Sono sempre stato una persona piuttosto nostalgica e mi sono naturalmente appassionato alla storia, a tutto ciò che conserva una memoria”, mi racconta l’artista. “Nel mio lavoro non mi interessa tanto la spettacolarità, quanto piuttosto la poesia. Vorrei che chi si trova davanti a un’opera potesse percepire questa dimensione, instaurando una relazione profonda, emotiva e non un rapporto che non si basi soltanto sulla meraviglia immediata”.

Lo studio e le opere di Massimiliano Pelletti. Foto: Noemi Capoccia
Lo studio e le opere di Massimiliano Pelletti. Foto: Noemi Capoccia
Lo studio e le opere di Massimiliano Pelletti. Foto: Noemi Capoccia
Lo studio e le opere di Massimiliano Pelletti. Foto: Noemi Capoccia

Fin dall’infanzia, Pelletti entra in contatto con la lavorazione del marmo all’interno della bottega artigiana di famiglia, dove apprende le tecniche tradizionali dal nonno. Le prime sculture nascono proprio dall’uso del marmo, materiale identitario del territorio d’origine dell’artista, impiegato come elemento centrale della sua costruzione formale. Nella fase iniziale, il linguaggio scultoreo si lega a una manualità diretta, ancora profondamente connessa alla tradizione locale della lavorazione lapidea. Successivamente, il suo campo d’indagine si espande progressivamente verso l’utilizzo di quarzi, onici, calcari e altre rocce, ovvero pietre impiegate di rado nella scultura. Lo spostamento verso pietre differenti, rispetto bianco marmo delle Alpi Apuane, introduce un cambiamento che diventa sempre più aperto alla variabilità geologica dei materiali naturali. Pelletti lavora il singolo elemento roccioso come un potenziale campo di intervento e accoglie ciò che la natura dona senza gerarchie prestabilite, quasi riconoscendo nella materia una forza primigenia che rimanda a Gea, madre originaria della Terra e generatrice di ogni elemento naturale.

La sua pratica si sviluppa attraverso una composizione rigorosa e al tempo stesso sperimentale, in cui la materia viene trattata con attenzione quasi compositiva, senza rinunciare all’imprevisto che essa contiene. L’equilibrio che esiste tra controllo e apertura trova un riferimento in un nucleo di modelli tradizionali: una collezione di gessi di scultura classica, ereditata dal nonno, che mantiene vivo il legame con la storia della rappresentazione e con la trasmissione accademica delle forme. All’interno di questo sistema, il suo studio si configura come un luogo in cui la memoria della scultura si manifesta attraverso livelli differenti. Una vasta collezione di gessi, che comprende Le Tre Grazie, la Venere Italica, la maestosa Pietà di Michelangelo, o ancora l’Apollo del Belvedere, occupa lo spazio con soggetti e dimensioni eterogenee, restituendo una sorta di atlante tridimensionale della forma classica e rinascimentale. La presenza della raccolta assume un valore particolare. All’interno del suo studio, Pelletti mi spiega infatti che, ad oggi, è sempre più difficile incontrare collezioni di gessi conservate nella loro interezza.

Possiamo considerare dunque i gessi dell’artista come dispositivi di memoria. Tutti i calchi conservano una traccia, un passaggio, una trasformazione, una metamorfosi che rimanda alla lunga storia della copia e della variazione. In tal senso, lo studio diventa un archivio di engrammi, intesi come impronte che investono la materia e ne strutturano la percezione. L’engramma nel caso dei gessi dell’artista è una sovrapposizione di processi, il residuo di una continuità che si manifesta tramite la forma.

Lo studio e le opere di Massimiliano Pelletti. Foto: Noemi Capoccia
Lo studio e le opere di Massimiliano Pelletti. Foto: Noemi Capoccia
Lo studio e le opere di Massimiliano Pelletti. Foto: Noemi Capoccia
Lo studio e le opere di Massimiliano Pelletti. Foto: Noemi Capoccia
Lo studio e le opere di Massimiliano Pelletti. Foto: Noemi Capoccia
Lo studio e le opere di Massimiliano Pelletti. Foto: Noemi Capoccia
Lo studio e le opere di Massimiliano Pelletti. Foto: Noemi Capoccia
Lo studio di Massimiliano Pelletti e la testa Atena. Foto: Noemi Capoccia

Accanto a questa dimensione, il lavoro dell’artista, all’interno del suo studio, si sviluppa attraverso una costante rilettura della scultura classica di cui recupera forme e iconografie per restituirle tramite un nuovo linguaggio materico. Come anticipato precedentemente, le statue antiche vengono reinterpretate mediante un vasto impiego di materiali provenienti da contesti geografici e geologici differenti. Le pietre utilizzate provengono da una rete globale che include il Sudamerica, come nel caso di Blue Venus (2025, sodalite, marmo bianco, malachite e bronzo) e Broken White (2023, onice bianco messicano), ma anche Asia, Europa e Medio Oriente da cui proviene l’onice rosa impiegato per il Discobolo Lancellotti del 2024. I materiali appartengono a famiglie minerali diverse, spesso difficili da classificare in modo univoco.

La ricerca di Pelletti riflette sul modo in cui le pietre vengono definite e collocate culturalmente. Per l’artista la pietra non possiede un’identità fissa e neutra, la acquisisce nei contesti in cui circola e viene interpretata. È il tempo a scolpire l’identità e la memoria della materia, come se la stessa Gea, nella sua dimensione primordiale, continuasse a operare attraverso le trasformazioni lente della crosta terrestre. All’interno del sistema appena descritto, la selezione dei materiali segue una logica che privilegia l’irregolarità. Cavità, fratture, inclusioni e discontinuità cromatiche vengono assunte come elementi strutturali. L’idea di difetto, nella pratica di Pelletti, perde la sua connotazione negativa e viene reinterpretata come condizione generativa. L’imperfezione, se così vogliamo chiamarla, non viene rimossa e nemmeno rimodellata. La materia viene osservata nella sua capacità di produrre forme impreviste. All’interno del pensiero si colloca la monumentale testa di Atena presente nello studio, che l’artista mi mostra e mi invita a osservare e a toccare.

“Mi piace che le opere vengano toccate. Se qualcuno chiede di farlo, dico subito di sì, perché senza il contatto non si riesce davvero a capire. È una questione tattile: il tatto entra nella percezione visiva e la completa”, spiega l’artista.

Massimiliano Pelletti, Blue Venus (2025; sodalite, marmo bianco, malachite e bronzo, 70x45x29 cm, ed. 1/1). Foto di Nicola Gnesi
Massimiliano Pelletti, Blue Venus (2025; sodalite, marmo bianco, malachite e bronzo, 70x45x29 cm, ed. 1/1). Foto di Nicola Gnesi
Massimiliano Pelletti, Discobolo Lancellotti (2024; onice rosa, 83x92x37 cm, ed. 1/1). Foto di Nicola Gnesi
Massimiliano Pelletti, Discobolo Lancellotti (2024; onice rosa, 83x92x37 cm, ed. 1/1). Foto di Nicola Gnesi
Massimiliano Pelletti, Fusion (2023; onice bianco messicano, sodalite e onice smeraldo, 39x27x32 cm, ed. 1/1). Foto di Nicola Gnesi
Massimiliano Pelletti, Fusion (2023; onice bianco messicano, sodalite e onice smeraldo, 39x27x32 cm, ed. 1/1). Foto di Nicola Gnesi
Massimiliano Pelletti, Testa di Heracle (2024; onici policromi, 55x30x35 cm, ed. 1/1). Foto di Nicola Gnesi
Massimiliano Pelletti, Testa di Heracle (2024; onici policromi, 55x30x35 cm, ed. 1/1). Foto di Nicola Gnesi
Massimiliano Pelletti, Eroded Eros (2021; pietra nera, 56x45x32 cm, ed. 1/1). Foto di Nicola Gnesi
Massimiliano Pelletti, Eroded Eros (2021; pietra nera, 56x45x32 cm, ed. 1/1). Foto di Nicola Gnesi

A tale dimensione si affianca il tema dell’erosione, tradotto in opere come Natural Erosion (2025, marmo sedimentario eroso) ed Eroded Eros (2023, bronzo), dove le teste classiche appaiono consumate dalla materia stessa, come esito di un lento processo di trasformazione. Parallelamente, emerge il processo della multi-materia, evidente in lavori come Testa di Heracle (2024, onici policromi), Fusion (2023, onice bianco messicano, sodalite e onice smeraldo) e Wavy Venus (2023, onice bianco e crema con intarsi in lapislazzuli). In alcuni casi, le pietre vengono integrate con materiali artificiali ottenuti tramite resine e inserti minerali eterogenei, generando blocchi compositi in cui elementi di diversa provenienza si ricompongono in un’unica struttura. Tale processo introduce un ulteriore livello di ibridazione, dove natura e artificio si sovrappongono senza soluzione di continuità.

Il processo scultoreo si sviluppa così a partire da un incontro con il materiale e non da un progetto o un soggettorigidamente definito. La forma finale dell’opera emerge nel confronto tra ciò che l’artista immagina e ciò che la pietra consente, e questo è un aspetto fondamentale nella pratica di Pelletti. In questa relazione, la materia stessa partecipa alla costruzione dell’opera, condizionandone direzione e struttura. L’artista mi spiega che la pietra suggerisce possibilità e limiti, imponendo un legame che fonde intenzione e resistenza. La forma si definisce come esito di tale negoziazione, senza mai assumere un carattere definitivo.

“La personalità del materiale è sempre determinante”, mi racconta Pelletti. “In alcuni casi, per esempio, una formazione di tipo cristallino che emerge su un blocco viene letta attraverso un’estetica di matrice archeologica, ma non si tratta di una frattura o di un’assenza: è una presenza, perché il cristallo è una sorta di scultura naturale. In uno stesso pezzo convivono il lavoro dello scultore e quello della natura, senza che si arrivi a un risultato univoco. Il mio lavoro non parte mai dal soggetto. Non decido prima di fare una figura e poi cerco il materiale per realizzarla, come nel caso di Atena o di altri modelli. Al contrario, parto sempre dalla materia. Cerco materiali e li seleziono in base alle loro caratteristiche geologiche e morfologiche. Quando incontro un materiale che considero interessante, nasce un dialogo iniziale con la materia stessa, fino a capire quale direzione può suggerire e cosa può diventare all’interno del processo scultoreo”.

Massimiliano Pelletti, Mother Earth (2022-2025; onice smeraldo, 74x27x33 cm, ed. 1/1). Foto di Nicola Gnesi
Massimiliano Pelletti, Mother Earth (2022-2025; onice smeraldo, 74x27x33 cm, ed. 1/1). Foto di Nicola Gnesi
Massimiliano Pelletti, Le due Grazie (2024; onice pesca, 186x83x70 cm, ed. 1/1). Foto di Nicola Gnesi
Massimiliano Pelletti, Le due Grazie (2024; onice pesca, 186x83x70 cm, ed. 1/1). Foto di Nicola Gnesi

All’interno dello studio si conserva inoltre una vasta collezione di opere che attraversano riferimenti culturali differenti: forme di matrice greca si affiancano a suggestioni di idoli africani, talvolta fondendosi in configurazioni ibride, come Le due Grazie (2024, onice pesca), Tribal Hermes (2023–2025, marmo nero Marquinia e onice verde), Mother Earth (2022–2025, onice smeraldo) e Venus with African Mask (2025, calcare grottoso e travertino).

“Mi interessa il fatto che si tratti di due classicismi diversi, sviluppatisi in continenti differenti, insieme a un classicismo più primitivo, quello africano, che si manifesta comunque in modo analogo, ciascuno con i propri dèi, i propri miti, le proprie figure”, aggiunge l’artista. “Ho trovato in questo mix, un segno molto rappresentativo della forza culturale del presente. Mi è interessato creare un legame, costruire una sorta di nuova rappresentazione di questi feticci attraverso materiali che, in realtà, non sono mai stati utilizzati in precedenza”.

Le superfici delle sculture restituiscono quindi una tensione duplice: alla precisione che deriva dallo studio dei modelli storici e dal rigore tecnico si contrappone una componente irregolare, nata dal confronto diretto con la materia. L’ambivalenza caratterizza l’intera struttura delle opere, nelle quali rimangono visibili i segni del processo trasformativo.

In alcuni casi, le opere di Pelletti sembrano emergere dal mare, come se le loro superfici portassero i segni di una lunga permanenza all’interno di una stiva sommersa. Verrebbe quasi da pensare al progetto Treasures from the Wreck of the Unbelievable di Damien Hirst, ma, a differenza delle narrazioni immaginarie di Hirst, le sculture di Pelletti richiamano più direttamente i ritrovamenti archeologici dei relitti che trasportavano opere dalla Grecia all’Italia. Nei naufragi tardo-ellenistici di Anticitera e Mahdia, le statue marmoree mostrano una duplicità: da un lato la perfezione ideale della forma classica, dall’altro la corrosione prodotta dall’ambiente marino. Tale tensione, che coinvolge ideale e deterioramento, restituisce a quelle opere una sorprendente attualità. Al tempo stesso, le sculture di Pelletti evocano una condizione di incompiutezza, come se fossero state lasciate dall’artista in seguito alla resistenza interna del marmo. Si configura così una temporalità doppia: opere ancora in fase di formazione che sembrano aver affrontato secoli di erosione prima della loro apparizione.

Allestimento della mostra VERSUS /// Massimiliano Pelletti presso il Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo di Roma. Foto di Nicola Gnesi
Allestimento della mostra VERSUS /// Massimiliano Pelletti presso il Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo di Roma. Foto di Nicola Gnesi
Allestimento della mostra VERSUS /// Massimiliano Pelletti presso il Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo di Roma. Foto di Nicola Gnesi
Allestimento della mostra VERSUS /// Massimiliano Pelletti presso il Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo di Roma. Foto di Nicola Gnesi
Allestimento della mostra VERSUS /// Massimiliano Pelletti presso il Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo di Roma. Foto di Nicola Gnesi
Allestimento della mostra VERSUS /// Massimiliano Pelletti presso il Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo di Roma. Foto di Nicola Gnesi
Allestimento della mostra VERSUS /// Massimiliano Pelletti presso il Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo di Roma. Foto di Nicola Gnesi
Allestimento della mostra VERSUS /// Massimiliano Pelletti presso il Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo di Roma. Foto di Nicola Gnesi

La condizione di sospensione si collega direttamente alla riflessione sviluppata nell’ambito della mostra VERSUS /// Massimiliano Pelletti presso il Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo di Roma, dove il rapporto con la scultura antica si basa su un confronto diretto e non su una semplice citazione. L’esposizione articola infatti un legame tra le opere appartenenti alla collezione museale e le sculture realizzate ex novo dall’artista, mettendo in relazione due temporalità che si osservano reciprocamente senza mai risolversi in una sintesi definitiva. Si tratta di una meditazione sul tempo presente, segnato da una costante accelerazione e da una predilezione per azioni a breve termine, orientate alla produzione di risultati immediati e verificabili. In tale contesto, il lavoro di Pelletti introduce una contro-temporalità che si oppone alla logica dell’urgenza, riattivando una dimensione più lenta, stratificata e sedimentaria, in cui la forma rimane aperta alla durata e alla trasformazione. La prospettiva si fonde con il tempo della scultura e con la memoria materiale che attraversa tanto il museo quanto lo studio.

Nel lavoro di Pelletti la memoria assume la forma di una traccia ancora operante che si deposita e si conserva all’interno della materia. In questo quadro, l’engramma costituisce una chiave interpretativa centrale: una persistenza di forme e informazioni che continuano ad agire nel presente della scultura. Il lavoro e la scultura di Pelletti è dunque un processo in costante stato di emersione, ed è proprio in questa sospensione che nasce la possibilità di un incontro più intimo con lo spettatore chiamato a riconoscere nell’opera, così come dice Pelletti, una memoria capace di generare emozione.



Noemi Capoccia

L'autrice di questo articolo: Noemi Capoccia

Originaria di Lecce, classe 1995, ha conseguito la laurea presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2021. Le sue passioni sono l'arte antica e l'archeologia. Dal 2024 lavora in Finestre sull'Arte.



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