Animali e luoghi fantastici nei musei d'Italia: Lazio


Dai centauri di Andersen all’unicorno di Luca Longhi, dai mostri di Bomarzo all’uomo-lupo del Museo Etrusco di Villa Giulia: un viaggio tra le creature fantastiche del Lazio. Un progetto Finestre sull’Arte in collaborazione col Ministero della Cultura. 

Dopo la Lombardia e la Campania, il viaggio di Finestre sull’Arte alla scoperta degli animali e delle creature fantastiche raffigurati nelle opere dei musei italiani e dei luoghi fantastici che si incontrano percorrendo la nostra penisola fa tappa nel Lazio. Tra Roma, Viterbo, Sperlonga e Ostia abbiamo trovato, anche questa volta, creature e luoghi fantastici che affascinano grandi e piccoli, ricordando che i musei e i luoghi della cultura sono sicuri e adatti per trascorrere momenti sereni in compagnia della vostra famiglia e dei vostri bambini. Il progetto è condotto in collaborazione con il Ministero della Cultura. Si parte!

1. I centauri nelle Nozze dei centauri del Museo H.C. Andersen di Roma

Poco distante da Piazza del Popolo a Roma sorge il Museo Hendrik Christian Andersen, in una palazzina fatta costruire tra il 1922 e il 1925 dallo scultore norvegese naturalizzato americano Hendrik Christian Andersen (Bergen, 1872 - Roma, 1940) vissuto a Roma dalla fine dell’Ottocento fino alla sua scomparsa. Nella palazzina si trovava anche il suo studio di scultura, al piano terra, mentre al primo piano vi abitava. Oggi casa-museo, l’edificio riunisce la grande collezione delle opere dell’artista: oltre duecento sculture di grandi, medie e piccole dimensioni in gesso e bronzo, oltre duecento dipinti e oltre trecento opere grafiche. Tra le sculture vi è anche una statua in gesso che raffigura le nozze dei centauri in cui due creature metà uomo e metà cavallo, tratte dalla mitologia greca, si stanno abbracciando e baciando con amoroso trasporto su un tappeto di erbe e di fiori. Le loro figure, unendosi nell’abbraccio, diventano quasi una cosa sola. I centauri derivano il loro nome dal capostipite Centauro, figlio del re dei Lapiti Issione che costituivano la più antica tribù della Tessaglia. Durante un banchetto Issione tentò di sedurre Era; Zeus, resosi conto delle intenzioni di quest’ultimo, tramutò una nuvola, Nefele, nelle sembianze di Era, cosicché Issione ubriaco non si accorgesse del tranello. Dall’unione di Issione e di Nefele nacque Centauro che si unì alle cavalle del monte Pelio divenendo progenitore dei Centauri.

Hendrik Christian Andersen, Le nozze dei centauri (1900; gesso; Roma, Museo Hendrik Christian Andersen)
Hendrik Christian Andersen, Le nozze dei centauri (1900; gesso; Roma, Museo Hendrik Christian Andersen)

2. La Testa di Medusa del Museo Nazionale Romano

Nel Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma è conservata una bella testa di Medusa, una delle tre sorelle Gorgoni, nonché la più famosa, caratterizzata da serpenti al posto dei capelli e da uno sguardo che impietriva chiunque la guardasse. È raffigurata con grandi occhi atti a incantare, la bocca chiusa in un’espressione seria pronta ad ammansire, contrariamente alla bocca aperta con cui si è soliti raffigurarla. I capelli sono mossi dal vento e sul capo spuntano piccole ali. Il pezzo è in bronzo ed era probabilmente utilizzato come decorazione nella prima nave di Caligola ritrovata sul fondo del lago di Nemi: le navi erano infatti ornate con bronzi finemente lavorati, ori e gemme, statue, espressione di sfarzo volto a celebrare la ricchezza e il culto dell’imperatore.

Arte romana, Testa di Medusa (37-41 d.C.; bronzo; Roma, Museo Nazionale Romano)
Arte romana, Testa di Medusa (37-41 d.C.; bronzo; Roma, Museo Nazionale Romano)

3. Il ciclope Polifemo nel gruppo scultoreo di Ulisse acceca Polifemo al Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga

Il Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga accoglie il colossale gruppo scultoreo del Polifemo che narra la vicenda dell’Odissea in cui l’eroe Ulisse, durante il lungo viaggio di ritorno dalla guerra di Troia, circondato dai suoi compagni marinai, acceca con un lungo palo dalla punta incandescente il gigante Polifemo che, in quanto ciclope, figura della mitologia greca, ha un solo grande occhio sulla fronte. Per riuscire nell’intento, Ulisse e i suoi compagni lo fecero ubriacare (uno dei marinai tiene infatti in una mano l’otre di vino) e così il ciclope cadde in un sonno profondo lungo disteso su una roccia: Ulisse approfittò del momento giusto per accecarlo e riuscire quindi a fuggire dalla grotta in cui il ciclope li aveva imprigionati. Al museo di Sperlonga è esposta anche una proposta di ricostruzione del gruppo scultoreo, partendo dai frammenti esistenti rinvenuti durante gli scavi nell’area della villa di Tiberio per dare un’idea completa di come dovesse essere la colossale scultura presente nell’antica villa. La scultura è probabilmente riferibile ad Athanodoros, Hagesandros e Polydoros di Rodi, la cui firma è apposta sull’altro grande gruppo scultoreo presente in museo, quella della Scilla che attacca la nave di Ulisse e i suoi compagni al passaggio dello stretto di Messina. Questi stessi maestri realizzarono il celebre gruppo del Laocoonte esposto nei Musei Vaticani. Il tema di Ulisse è molto frequente in questo territorio, poiché fin dall’età romana si credeva che il promontorio a nord fosse l’isola della maga Circe dove Ulisse si fermò per oltre un anno prima di riprendere il viaggio verso casa.

Artista romano da originale greco ellenistico, Ulisse acceca Polifemo (I secolo a.C.; marmo; Sperlonga, Museo Archeologico Nazionale)
Proposta ricostruttiva. Artista romano da originale greco ellenistico, Ulisse acceca Polifemo (I secolo a.C.; marmo; Sperlonga, Museo Archeologico Nazionale)

4. Il drago alato nell’Orfeo di Marcello Provenzale alla Galleria Borghese

Tra i tanti animali che circondano Orfeo, intento a suonare la lira da braccio mentre sta seduto all’ombra di una quercia, si riconosce un draghetto alato dal colore dorato, con ali di pipistrello, zampe palmate e coda di serpente, e sopra di lui sta appollaiata su un rametto del grande albero un’aquila. I due animali rimandano allo stemma del cardinale Scipione Borghese, committente del mosaico compiuto nel 1618 da Marcello Provenzale (Cento, 1575 - Roma, 1639) oggi esposto alla Galleria Borghese di Roma. Secondo quanto narrato nelle Metamorfosi di Ovidio, tutti gli animali, tra rettili, volatili e felini, furono attratti dal triste canto di Orfeo intonato per la perdita dell’amata Euridice, i quali gli si strinsero attorno in segno di conforto: anche i cuori delle bestie più feroci si ammansirono al suono del triste canto. Sullo sfondo si intravedono le fiamme del mondo degli Inferi, dove, secondo il racconto, il giovane pastore era sceso per riportare sulla terra la bella ninfa Euridice morta a causa di un morso di serpente. Il tentativo non andò a buon fine perché l’anima dell’amata fu rispedita per sempre nell’aldilà dopo che Orfeo si era voltato verso di lei sulla soglia degli inferi, non rispettando il divieto che gli era stato imposto dal dio dell’aldilà, Ade.

Marcello Provenzale, Orfeo (1618; mosaico, 44 x 63 cm; Roma, Galleria Borghese)
Marcello Provenzale, Orfeo (1618; mosaico, 44 x 63 cm; Roma, Galleria Borghese)

5. I centauri nella Lotta di centauri di Giorgio De Chirico alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma

Prima della sua stagione metafisica, Giorgio de Chirico (Volo, 1888 – Roma, 1978) realizzò nel 1909 un olio su tela raffigurante una Lotta di centauri, opera divenuta celebre oggi conservata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e contemporanea di Roma. Questo dipinto deriva direttamente da dipinti di Arnold Böcklin (Basilea, 1827 – San Domenico di Fiesole, 1901): si sono riconosciute citazioni esplicite di opere di quest’ultimo, poiché De Chirico era un grande ammiratore del pittore svizzero e in particolare l’atmosfera con il cielo di colore blu intenso striato di bianco, la concitazione della scena, la violenza espressa da questi mostri metà uomini e metà cavalli esprimono totalmente la drammaticità che l’artista voleva portare sulla tela. Sebbene ispirato da Böcklin, De Chirico rappresentò la lotta dei centauri con tratti molto più cupi, come una lotta tra figure che rappresentano le forze originarie della natura e quindi istintive. Probabilmente il pittore svizzero gli aveva aperto gli occhi su un mondo primordiale, dove l’elemento bestiale è dominante e dove la vita si sottomette alla violenza della natura, oltrepassando sentimento e ragione.

Giorgio De Chirico, Lotta di centauri (1909; olio su tela, 75 x 110 cm; Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea)
Giorgio De Chirico, Lotta di centauri (1909; olio su tela, 75 x 110 cm; Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea)

6. Le Gorgoni nella Domus delle Gorgoni di Ostia Antica

Nel Parco Archeologico di Ostia Antica si trova la Domus delle Gorgoni che deve il suo nome alla raffigurazione a mosaico, all’interno della stanza 17, di un grande gorgoneion accompagnato dalle parole “Gorgoni bita” che è stato interpretato come “Evita Gorgo!”. La figura è rappresentata all’interno di un rettangolo a motivi geometrici bicromi, bianchi e neri, che disegnano una decorazione ritmata. Le Gorgoni erano figlie di Forco e di Ceto ed erano tre sorelle (Steno, Euriale e la più famosa Medusa): mostri della mitologia greca, avevano ali d’oro, mani di bronzo e serpenti al posto dei capelli e avevano il potere di pietrificare chiunque li guardasse negli occhi. Per questa ragione era da evitare ogni contatto con queste creature. La testa della Gorgone venne spesso rappresentata come motivo decorativo in edifici antichi, in figura di maschera con bocca aperta e capelli misti a serpenti; nel mosaico di Ostia Antica l’intero volto è circondato da serpi, la bocca è chiusa e dalla sua testa con capelli ricciuti spuntano lunghe ali.

Una delle Gorgoni della Domus delle Gorgoni di Ostia Antica
Una delle Gorgoni della Domus delle Gorgoni di Ostia Antica

7. Creature fantastiche negli affreschi della Sala Altoviti di Palazzo Venezia a Roma

La Sala Altoviti nel Museo di Palazzo Venezia a Roma prende il nome dagli affreschi che vennero originariamente realizzati nel Palazzo Altoviti e poi montati successivamente qui nel 1929. Il banchiere di origine fiorentina Bindo Altoviti commissionò nel 1553 a Giorgio Vasari affreschi che dovevano celebrare la ricchezza della famiglia e le nozze tra Giambattista Altoviti e Clarice Ridolfi; in seguito alla Legge del Tevere del 1876 si cominciò a costruire gli argini in muratura del fiume e quindi numerosi edifici vennero distrutti, tra cui Palazzo Altoviti, ma gli affreschi vasariani vennero staccati e montati su tele per preservarli. La volta Altoviti venne infatti ricomposta dal pittore Torello Rupelli, che li integrò e li contestualizzò all’interno della sala. Nel grande ovale centrale è raffigurato l’Omaggio a Cerere, dea dei campi e delle messi nonché dell’abbondanza. Ai lati due riquadri raffigurano attraverso personificazioni Firenze che incorona l’Arno e Roma che incorona il Tevere, accompagnati dai simboli delle città, ovvero il leone Marzocco con il giglio e la Lupa con Romolo e Remo. Intorno grottesche con giochi di putti, una zuffa di tritoni e una zuffa di centauri, mentre alla base della volta sono raffigurati i dodici mesi dell’anno.

Dettaglio delle grottesche della Sala Altoviti di Palazzo Venezia a Roma
Dettaglio delle grottesche della Sala Altoviti di Palazzo Venezia a Roma

8. L’uomo-lupo nel piatto etrusco del pittore di Tityos al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

Nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma è conservato un piatto su piede in ceramica a figure nere databile tra il 540 e il 510 a.C. e ascrivibile al pittore di Tityos. Ha un diametro di venti centimetri, come un moderno piattino da dolce ma fondo ed è alto quasi dieci centimetri. Lungo il bordo corre una decorazione a palmette e fiori di loto alternati, mentre la superficie interna presenta un tondo centrale in cui è raffigurata una sola figura: quella di un uomo-lupo, forse una divinità degli inferi. È rivolto verso sinistra, con il corpo frontale e la testa di profilo; ha gli arti piegati, per adattarsi allo spazio in cui è contenuto. È nudo, con il corpo nero coperto di peli resi con piccoli tratti bianchi: certamente il corpo è quello di un uomo, ma ha affilati artigli e la testa è quella di un lupo, le orecchie dritte e la bocca aperta da cui esce la lingua rossa. Si notano sugli avambracci dei bracciali d’oro. È una sorta di licantropo etrusco. Attorno, nella fascia circolare, sono dipinti altri tre personaggi che procedono in senso antiorario: un centauro, un uomo con arco e bastone e infine una donna. La scena è raccontata nel libro quarto delle Storie di Diodoro Siculo in cui narra che Eracle e sua moglie Deianira si imbatterono nel centauro Nesso sullo sponde di un fiume; quest’ultimo, invaghitosi della donna, aveva cercato di prenderla con la violenza. Per questo Eracle lo colpì con una freccia e lo uccise. La scena dunque raffigura il momento in cui Eracle si prepara a colpire Nesso e si vede quest’ultimo che si volta indietro e con la mano destra stringe un alberello improvvisando un’arma. Il piatto con Eracle, il rapimento di Deianira e l’uomo-lupo fu rinvenuto nella necropoli dell’Osteria a Vulci durante gli scavi della società Hercle del 1961-1963, e fa parte del corredo della tomba 177.

Pittore di Tityos, Piatto a figure nere con il rapimento di Deianira da parte del centauro Nesso inseguito da Ercole, al centro uomo-lupo (VI secolo a.C.; ceramica; Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia)
Pittore di Tityos, Piatto a figure nere con il rapimento di Deianira da parte del centauro Nesso inseguito da Ercole, al centro uomo-lupo (VI secolo a.C.; ceramica; Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia)

9. L’unicorno nella Donna con unicorno di Luca Longhi al Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo

Al centro della scena, in primo piano, una fanciulla con lo sguardo rivolto allo spettatore è seduta accanto a un unicorno e lo indica invitando l’osservatore a porre la sua attenzione verso la creatura. Sullo sfondo un paesaggio limpido e dai tratti bucolici. La giovane, qui ritratta in veste araldica, è probabilmente Giulia Farnese, sorella di papa Paolo III: la Vergine con l’unicorno era infatti simbolo della famiglia Farnese già da due generazioni quando il pittore romagnolo Luca Longhi (Ravenna, 1507 – 1580), ritrattista di famiglia e artista fortemente influenzato dalla maniera leonardesca, in particolare nei paesaggi e nella resa luministica, realizzò questo dipinto tra il 1535 e il 1540, oggi conservato al Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo. La raffigurazione di una fanciulla accanto all’unicorno era molto diffusa ed era un’allegoria di castità, dato che secondo il racconto contenuto nel Fisiologo solo una vergine pura era in grado di ammansire un unicorno. Oltre allo stemma della famiglia Farnese, il ritratto di Longhi richiama quindi anche il concetto di purezza della ragazza. Si tratta comunque di un’opera di celebrazione post mortem, poiché eseguita per volontà dei familiari di Giulia Farnese dopo la sua scomparsa prematura avvenuta nel 1524. È noto che la composizione è tratta da un disegno di Leonardo da Vinci (Anchiano, 1452 – Amboise, 1519) conservato all’Ashmolean Museum di Oxford.

Luca Longhi, Giovane donna con unicorno (1535-1540; olio su tavola, 132 x 98 cm; Roma, Museo Nazionale di Castel Sant'Angelo)
Luca Longhi, Giovane donna con unicorno (1535-1540; olio su tavola, 132 x 98 cm; Roma, Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo)

10. Creature fantastiche al Sacro Bosco di Bomarzo (Viterbo)

Sono due monumentali sfingi ad accogliere chiunque entri nel Sacro Bosco di Bomarzo, in provincia di Viterbo, ma lungo il percorso immerso nella natura sono moltissime le creature fantastiche e gli edifici insoliti che si incontrano e che fanno restare a bocca aperta dalla meraviglia grandi e piccini: il Proteo-Glauco, essere acquatico tratto dalla mitologia greca associato alla sua capacità di mutare forma, i giganti Ercole e Caco, il Pegaso alato, il dio Nettuno, il mostro a tre teste Cerbero, Medusa, l’echidna (mostro con corpo di donna e corpo di serpente), il Drago, la casa pendente dove il senso dell’equilibrio è messo a dura prova, la Ninfa dormiente, e primo su tutti, il grande Orco dalla bocca spalancata che invita i visitatori ad entrare al suo interno per dimenticare ogni pensiero funesto. Fu probabilmente per questa ragione, per liberare la mente e per “sfogare il core”, anche se il vero significato dell’intero percorso rimane tuttora ignoto, che Pier Francesco Orsini, detto Vicino (Roma, 1523 – Bomarzo, 1585), ideò e fece costruire questo luogo meraviglioso nella metà del Cinquecento. Un luogo dove trovare serenità dopo la prematura scomparsa dell’amata moglie Giulia Farnese avvenuta nel 1560. Affascinò celebri personaggi come Goethe e Salvador Dalí e qui Niki de Saint Phaille trovò ispirazione per il famoso Giardino dei Tarocchi. Oggi il Sacro Bosco di Bomarzo è uno dei parchi più suggestivi d’Italia.

Scultore ignoto, L'Orco (seconda metà del XVI secolo; Bomarzo, Sacro Bosco)
Scultore ignoto, L’Orco (seconda metà del XVI secolo; Bomarzo, Sacro Bosco)

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