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Una fabbrica abbandonata del Ghana diventa un'opera d'arte alla Fondation Cartier di Parigi

di Redazione 22/10/2026

Categorie: Arte contemporanea / Argomenti: Arte contemporanea


Alla Fondation Cartier di Parigi, l’artista ghanese Ibrahim Mahama ricostruisce una fabbrica di bottiglie del Ghana dismessa utilizzando i materiali originali. La sua opera riflette sulle promesse incompiute dell’indipendenza, sulla memoria coloniale e sulla possibilità di trasformare le rovine in luoghi di creazione.

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Una fabbrica di bottiglie di vetro costruita in Ghana nel 1966, abbandonata dopo decenni di tentativi di ristrutturazione e privatizzazione, viene smontata e ricostruita come opera d’arte. Le strutture metalliche, gli stampi, le bottiglie e i frammenti di vetro dell’edificio originario diventano gli elementi di una nuova installazione, intitolata Things Fall Apart, con cui l’artista ghanese Ibrahim Mahama riflette sulle promesse incompiute dell’indipendenza del proprio paese e sulla possibilità di trasformare le tracce del passato in strumenti per immaginare il futuro. L’opera è uno dei fulcri di The Harvest Season, la mostra che la Fondation Cartier pour l’art contemporain dedica a Mahama nell’autunno del 2026 nella sua sede di Parigi, dal 22 ottobre al 28 febbraio 2027. Nato nel 1987 a Tamale, nel nord del Ghana, l’artista presenta un progetto concepito appositamente per i nuovi spazi della fondazione, insieme a nove artisti e collettivi con cui ha collaborato negli anni. L’esposizione comprende nuove installazioni, versioni inedite di opere già note e interventi che mettono in relazione patrimonio industriale, memoria storica e pratiche artistiche collettive.

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Il punto di partenza di Mahama è una storia nazionale segnata dalla fine del dominio coloniale, dall’indipendenza del 1957 e dalle trasformazioni politiche ed economiche che ne sono seguite. Il Ghana fu guidato dal primo presidente Kwame Nkrumah, protagonista di un progetto di modernizzazione che attribuiva un ruolo importante alle infrastrutture e allo sviluppo industriale. Nel 1966, tuttavia, un colpo di Stato pose fine al suo governo: a sessant’anni da quella svolta, Mahama torna sulle ambizioni di quel periodo attraverso edifici dismessi, materiali recuperati e archivi, interrogandosi su ciò che è rimasto di quelle aspirazioni e su quali possibilità possano ancora essere riattivate.

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Ibrahim Mahama, Things Fall Apart (2026; installazione). Foto: Benoît Fougeirol © Ibrahim Mahama
Ibrahim Mahama, Things Fall Apart (2026; installazione). Foto: Benoît Fougeirol © Ibrahim Mahama

Things Fall Apart: ricostruire dalle rovine

La fabbrica al centro di Things Fall Apart si trova ad Aboso, nel Ghana sudoccidentale. Inaugurata nel 1966, fu uno degli ultimi grandi progetti di decentralizzazione industriale avviati sotto la presidenza di Nkrumah prima della sua caduta dal potere nello stesso anno. Dopo diversi tentativi di ristrutturazione e privatizzazione, lo stabilimento venne abbandonato. Nel 2024 Mahama ne acquistò il sito, avviando lo smantellamento della struttura e il trasferimento dei materiali al centro d’arte Red Clay, fondato dall’artista a Tamale.

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L’installazione ricostruisce l’edificio utilizzando i suoi elementi originali: non si tratta però di ripristinare la fabbrica nella sua funzione produttiva, né di ricostruire un’immagine idealizzata del passato industriale del Ghana. Mahama riunisce invece i materiali in una configurazione nuova, facendo della struttura recuperata un’opera e uno spazio di apprendimento, e nelle sue intenzioni il patrimonio industriale viene così sottratto alla condizione di rovina inutilizzata e inserito in una narrazione rivolta al futuro. Il titolo riprende quello del romanzo Things Fall Apart, pubblicato nel 1958 dallo scrittore nigeriano Chinua Achebe: il riferimento si inserisce in una riflessione più ampia sul modo in cui le nuove generazioni di artisti africani possono riappropriarsi di una storia politica e culturale della quale, in molti casi, restano soprattutto frammenti materiali. Nel lavoro di Mahama, la memoria non coincide con il rimpianto per ciò che è andato perduto ma mira a diventare una risorsa per ricostruire.

L’artista definisce questo approccio attraverso l’idea di “rovina attiva”, ovvero una condizione nella quale ciò che è stato abbandonato non viene considerato definitivamente esaurito, ma può acquisire nuove funzioni e significati. La trasformazione della fabbrica è quindi, a suo avviso, anche un modo per mettere in discussione una concezione del progresso fondata sulla sostituzione del vecchio con il nuovo, nel senso che gli edifici, gli oggetti e i materiali usurati non sono necessariamente ostacoli da rimuovere: possono contenere conoscenze, tracce di lavoro e possibilità ancora da sviluppare. Questa attenzione per il recupero attraversa tutta la ricerca di Mahama, che da oltre un decennio lavora con materiali raccolti, archivi e frammenti dell’eredità industriale del Ghana, assemblandoli in installazioni di grandi dimensioni.

Tra i materiali ricorrenti ci sono i sacchi di juta utilizzati per trasportare cacao e carbone, ormai entrati stabilmente nella sua ricerca: recuperati e trasformati in opere tessili, conservano le tracce dell’usura e del lavoro manuale, ma anche quelle degli scambi economici internazionali. La materia non viene resa anonima attraverso una lavorazione che cancelli ogni segno precedente: le sue caratteristiche originarie rimangono leggibili e diventano parte del lavoro artistico. Riparare, in questo senso, significa secondo Mahama restituire una possibilità d’uso senza cancellare la storia dell’oggetto. Nel testo Repair as Artistic Method, tratto dal catalogo della mostra, Mahama descrive la riparazione come una pratica insieme materiale e sociale, capace di confrontarsi con le tracce della violenza, della privazione, della perdita e dello spostamento: un oggetto riparato conserva infatti ciò che ha attraversato e, proprio per questo, può entrare in una nuova fase della propria esistenza.

Il processo coinvolge spesso artigiani, meccanici e membri delle comunità locali. Il lavoro collettivo tuttavia non serve soltanto a recuperare la funzionalità di un elemento danneggiato: rappresenta anche una forma di responsabilità condivisa nei confronti del patrimonio culturale e materiale. Quando mancano gli spazi in cui queste competenze possono essere trasmesse, l’artista interviene anche attraverso il recupero e la riorganizzazione di edifici abbandonati, trasformandoli in luoghi dedicati alla produzione artistica e alla formazione.

Ibrahim Mahama, Season of Migration to the North (2025-2026). Foto: Benoît Fougeirol © Ibrahim Mahama
Ibrahim Mahama, Season of Migration to the North (2025-2026). Foto: Benoît Fougeirol © Ibrahim Mahama
James Barnor and Ibrahim Mahama, Untitled (2024; polaroid, 90 × 60 cm) © James Barnor e Ibrahim Mahama, su concessione della galleria Clémentine de la Féronnière
James Barnor and Ibrahim Mahama, Untitled (2024; polaroid, 90 × 60 cm) © James Barnor e Ibrahim Mahama, su concessione della galleria Clémentine de la Féronnière

Parliament of Ghosts, un parlamento senza rappresentanti

Accanto alla ricostruzione della fabbrica, la mostra presenta una nuova versione di Parliament of Ghosts, installazione che Mahama sviluppa dal 2019 e che oggi è esposta stabilmente nel centro Red Clay di Tamale. L’opera assume la forma di un’aula parlamentare composta da sgabelli tradizionali in legno del popolo Asante, originario del Ghana centrale, sui quali i visitatori possono sedersi. Gli sgabelli, acquistati o scambiati dall’artista in Ghana, sono anche oggetti legati alla storia del Regno Asante, poiché i loro significati richiamano le campagne di spoliazione coloniale avvenute durante i conflitti tra il regno e l’Impero britannico, combattuti tra il 1824 e il 1901. Riuniti in una struttura che evoca un parlamento, gli oggetti diventano parte di una riflessione sulla storia politica e sulle istituzioni.

Il titolo, “Parlamento dei fantasmi”, allude a un’assemblea priva dei suoi rappresentanti. L’installazione è una metafora della democrazia fallita e rimanda al colpo di Stato del 1966 e allo scioglimento del governo ghanese. L’assenza dei rappresentanti non determina tuttavia un vuoto privo di significato: lascia emergere le istituzioni che hanno fallito e quelle che non sono mai riuscite a esistere, aprendo uno spazio per immaginare forme alternative di partecipazione politica. Per questa versione destinata alla Fondation Cartier, Mahama ha riunito gli sgabelli Asante in una configurazione specifica per gli spazi della fondazione. L’opera si ispira anche alla nozione di “parlamento delle forme” elaborata dal curatore nigeriano Okwui Enwezor (1963-2019), con cui si indicano installazioni nelle quali memoria, storia e azione collettiva entrano in relazione.

Durante la mostra, Parliament of Ghosts non sarà soltanto un ambiente da attraversare o osservare. La struttura verrà utilizzata come palcoscenico circolare per un programma di musica dal vivo, performance, incontri e dibattiti, oltre che per lezioni e seminari organizzati in collaborazione con scuole d’arte. La dimensione partecipativa dell’opera si estende così alle attività che la accompagnano, trasformando l’installazione in un luogo di confronto.

Ibrahim Mahama, Parliament of Ghosts (2026; sgabelli Ashanti in legno). Foto: Benoît Fougeirol © Ibrahim Mahama
Ibrahim Mahama, Parliament of Ghosts (2026; sgabelli Ashanti in legno). Foto: Benoît Fougeirol © Ibrahim Mahama
Ibrahim Mahama, Parliament of Ghosts (2025; sgabelli Ashanti in legno; Tamale, Red Clay) Foto: Ernest Sackitey © Ibrahim Mahama
Ibrahim Mahama, Parliament of Ghosts (2025; sgabelli Ashanti in legno; Tamale, Red Clay) Foto: Ernest Sackitey © Ibrahim Mahama

Nove artisti e collettivi attorno a Mahama

The Harvest Season riunisce, oltre a Mahama, nove artisti e collettivi con cui l’artista intrattiene rapporti consolidati di collaborazione, ricerca e scambio. Le loro pratiche affrontano, da prospettive differenti, la memoria storica, le identità culturali, le infrastrutture e le forme di trasmissione del sapere.

Il fotografo James Barnor, figura di riferimento della fotografia dell’Africa occidentale, ha documentato i primi anni dell’indipendenza del Ghana. Dorothy Akpene Amenuke, artista tessile e prima donna a diventare professoressa alla Kwame Nkrumah University of Science and Technology di Kumasi, lavora principalmente con la juta. Gideon Appah, pittore, attinge agli archivi visivi ghanesi per realizzare composizioni di carattere onirico. L’architetto Courage Dzidula Kpodo e il collettivo Postbox Ghana sviluppano lavori legati agli archivi architettonici del Paese. Zohra Opoku, artista tedesco-ghanese, indaga invece la costruzione dell’identità attraverso i tessuti. Il collettivo congolese Cercle d’Art des Travailleurs de Plantation Congolaise (CATPC) considera l’arte uno strumento di emancipazione economica e politica. Completano il gruppo l’artista slovena Tjaša Rener, che studia i legami tra Ghana e Jugoslavia durante la Guerra fredda, e Feda Wardak, artista e architetto franco-afghano, che affronta le conseguenze dell’estrattivismo sulle infrastrutture agricole.

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