di
Federico Giannini @federicogiannini1
19/10/2026
Categorie: Opinioni
La nomina di Francesco Bonami alla guida artistica di GES-2, centro d’arte contemporanea di Mosca, passa quasi inosservata in Italia. Un incarico culturale può avere un peso politico, specie se in Russia servono patenti di rispettabilità culturale, anche senza implicare complicità o condizionamenti diretti?
Semplice e inoffensivo esercizio per verificare la rilevanza del settore arti visive nel discorso pubblico italiano: aprire i giornali e contare quanti articoli son stati dedicati alla nomina di Francesco Bonami a direttore artistico di GES-2, il centro d’arte contemporanea aperto a fine 2021 a Mosca coi soldi di un oligarca del gas. Si potrà facilmente riscontrare che l’attenzione riservata a questa notiziola generica, a questa notiziola dappoco, ecco, è pressoché nulla: i più le han riservato, come si conviene in queste occasioni, la solita notarile trascrizione del comunicato arrivato dalla Russia, qualcuno ha ritenuto fosse il caso d’avventurarsi in sommarie ricostruzioni della storia di GES-2, e poi nient’altro, a parte qualche cinguettio sui twitter d’Italia e d’Ucraina. Dinnanzi a tanta neghittosa, svagata indifferenza qualcuno noterà che generalmente il pulviscolo si leva quando il flusso è inverso, ovvero si tende a far casino qualora si dia il caso d’un qualche crocifero di regime che viene spedito dalle nostre parti camuffato da innocuo e disinteressato latore di cultura: sussiegose cantanti d’opera, loquaci direttori d’orchestra, musicisti folk, sconosciuti pure alle loro madri, che si prestano a fare carotaggi culturali alla Biennale di Venezia, naturalmente col benestare del suo presidente. In situazioni del genere è usuale aspettarsi quegli schiaffi correttivi che ogni tanto il milieu culturale e la stampa si ricordano d’assestare a chi viene a cantare, a ballare, a suonare impunemente dalle nostre parti facendo finta che la cultura sia una sorta di Miss Italia perenne, un continuo, variopinto, insistente appello alla pace nel mondo.
Qualcuno noterà che se siamo invece noi a esportare ingegni in Russia, allora tendiamo a farci meno caso. È vero, ma forse non così tanto. È vero probabilmente perché i nostri commerci culturali con la Russia, dopo la guerra, si son quasi azzerati: ci è capitato, al più, d’inviare da quelle parti qualche reduce della nostra musica leggera forte ancora di qualche consenso tra Volga e Urali. Ed è vero che capitava se ne sentisse parlare a guerra in Ucraina da poco iniziata, quando si tentava d’esortare l’Albano o il Pupo di turno a più ragionati consigli, ma quelli se ne sono legittimamente strafregati d’ogni rimostranza e hanno continuato a girare tra Mosca e Novosibirsk fissando ogni volta poco probabili “concerti per la pace” a tre fermate di autobus dal Cremlino, che è un po’ come dire una manifestazione su di una spiaggia californiana per chiedere allo squalo bianco di decidersi a seguire una dieta vegetariana. Ecco, al cospetto di tanta ostinazione la nostra stampa probabilmente ha fatto come si fa con quelli che, in una discussione, per quanto poco dialetticamente attrezzati vogliono aver ragione per forza: due buffetti sugli omeri, e ci si può finalmente occupare di questioni appena più serie.
Con Bonami dev’essere accaduto qualcosa del genere. I giornali italiani avranno di sicuro notato il parallelismo tra lui e i residuati dell’industria musicale di quarant’anni fa, e avranno ritenuto che non fosse il caso di commentare. Nell’accettare l’incarico, Bonami non ha fatto altro che dare un poco di brillantante al solito frasario di prammatica: “Il ruolo del direttore artistico consiste nel catalizzare energia artistica”, “il nostro obiettivo è quello di cercare i migliori progetti per GES-2, e la mia esperienza dovrebbe aiutare”, “oggi le persone interessanti sono quelle capaci di costruire un mondo dentro di sé e poi raccontarlo al resto del mondo”, “vedo artisti e giovani curatori in Russia sviluppare una prospettiva che trascende i contesti locali o nazionali”, e via dicendo. Insomma, le solite storie: i migliori progetti, i giovani, il contesto, se poi ci si aggiunge il dialogo (in passato, del resto, Bonami aveva già smesso per qualche minuto i panni del saltimbanco da social per dire che sanzionare la cultura è un crimine e, più di recente, nei giorni dell’apertura dell’ultima Biennale, per dire che l’arte non ha barriere: gli mancava solo il diadema di Miss Sorriso) e magari anche l’esperienza di lungo corso in Russia e le amicizie colà stabilite, il repertorio diventa lo stesso di quei cantanti che da noi si usano come sinonimo di anticaglia da 33 giri. Insomma, Francesco Bonami è il Pupo dell’arte contemporanea. E di sicuro Bonami sarebbe pure lieto del paragone. C’è, intanto, una banale convergenza geografica. C’è poi l’inflessibile volontà di tenere in piedi un’illusione di dialogo con la Russia d’oggi. C’è il fatto che entrambi han dato il meglio tempo addietro (per dire, il Bonami più recente è quello dell’ultima Quadriennale, dove ha curato la sezione più bolsa e più pigra della mostra, o più prevedibile e più rassicurante, se si vogliono adoperare gli aggettivi di Luca Rossi). Il fatto che poi, in certe circostanze, la volontà di tenere in piedi illusioni di dialogo, la prevedibilità e la rassicurazione siano anche le più sofisticate forme di audacia, è ipotesi che forse meriterebbe un approfondimento, ed è qui che Bonami tocca gli apici della sua irriverenza.
Poi è ovvio: uno si sceglie i datori di lavoro che preferisce. E poi si dirà, a voler esser precisi, che a presiedere GES-2 non c’è più l’oligarca controverso, l’oligarca sanzionato da Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, perché la proprietà è stata trasferita alla figlia. Ma, ad ogni modo, uno può fare il siniscalco di chi gli pare, specie se poi le forme sono mantenute, le convenzioni sono rispettate, le apparenze rimangono solide (visto che si parla di russi, ce l’ha insegnato l’impiegato di Cechov che le forme vanno ossessivamente osservate sino alla morte). Altrettanto legittimamente uno decide d’esercitare come vuole la propria libertà culturale. Altrettanto legittimamente si può pensare che una collaborazione con un’istituzione russa non equivalga in automatico a una forma di complicità. Altrettanto legittimamente il significato politico d’un incarico non coincide necessariamente con le intenzioni di chi lo accetta. Anzi, può esserci financo una legittima divergenza, perché l’effetto politico d’una scelta può anche non coincidere con le motivazioni di chi la compie. E può anche darsi il caso d’un incarico privo di qualunque forma di condizionamento diretto, un incarico che preveda i margini più ampi possibili e le condizioni più accettabili del mondo (nessun controllo sui contenuti, nessun intervento sulle scelte artistiche, la trasparenza più totale): ciò non toglie che la scelta non diventerebbe a un tratto politicamente irrilevante.
Ad ogni modo, non c’è da preoccuparsi più di tanto del fatto che a Mosca e dintorni si stiano rallegrando per la notizia: The Art Newspaper riferisce d’una presentatrice televisiva russa che gongolava perché il loro centro d’arte contemporanea viene diretto ora da un italiano con tanto di cittadinanza statunitense. Insomma, se gli artisti russi espongono alla Biennale di Venezia e se adesso financo un italiano va a dirigere un loro polo culturale, vorrà pur dire che la Russia non è culturalmente isolata: questione di capitale relazionale, di continuità istituzionale, di rispettabilità culturale. Viene però il sospetto che da quelle parti si acquietino con niente: alle volte per esser soddisfatti è sufficiente un curatore che, ormai esaurita ogni ulteriore facoltà di significare qualcosa, si limita a fare l’istrione sui social con minuscoli video in cui s’ostina a mettere in scena la quotidiana pantomima della propria afasia. S’accontentano di poco, purché abbia un passaporto diverso dal loro. Stavolta però non ci sono istituzioni di mezzo, non c’è una Biennale di Venezia che ci dà l’occasione di ricordarci che noialtri italiani dobbiamo sempre farci riconoscere, c’è solo un privato che va a lavorare da un altro privato e pazienza se diventa poi un mezzo fatto pubblico, nessuno se ne accorgerà: è che siamo così abituati alla nostra marginalità che se qualcuno s’avvede della nostra esistenza penseremo subito a un errore di protocollo, a uno scambio di persona, a un equivoco amministrativo.
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