Il Diario del Pontormo: la tormentata personalità di un genio

La nota

2009, Nona puntata

Grazie a un diario che il Pontormo scrisse negli ultimi anni della sua vita, oggi conosciamo molti aspetti della sua personalità, anche quelli più inaspettati. Con questo articolo Ambra ci offre una bella panoramica sul carattere del Pontormo e ci fa capire quali furono i motivi per i quali i contemporanei e la critica successiva non apprezzarono Jacopo Carucci, riscoperto soltanto nel Novecento. Anche per questa puntata un articolo da leggere con vivo interesse!


Scoperto in data piuttosto recente, il cosiddetto "Diario" di Jacopo Pontormo, unico suo scritto autografo conosciuto col titolo aggiunto di "Diario di Jacopo da Pontormo", fu scritto sugli stessi fogli di carta adoperati per i disegni che l'artista compì nella chiesa fiorentina di San Lorenzo. Il diario, oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, venne scritto dall'artista durante i suoi ultimi tre anni di vita e lasciato incompiuto a causa della sua morte avvenuta il 31 dicembre 1556.
Nel 1554, anno in cui si apre il "Diario", lo scritto viene inaugurato da un trauma. Una domenica di gennaio Pontormo cadde, probabilmente precipitando dall' impalcatura posta in San Lorenzo, così come successe a Michelangelo durante i lavori della Sistina.
Pontormo racconta di essersi lussato una spalla, rotto il braccio e di aver per tale sciagura trovato ricovero a casa del suo allievo Bronzino per sei giorni. "Poi me ne tornai a casa e stetti male insino a Carnovale che fu adi' sei di febraio 1554".

Dal diario emerge con grande chiarezza una personalità ipocondriaca, bizzarra e lunatica che viveva in una specie di tugurio reso da lui stesso inaccessibile agli estranei da un piccolo ponte levatoio. Leggendo i suoi scritti si comprende un'ostinata volontà nel segnalare con meticolosa precisione la sua dieta quotidiana, la sua miseria, i suoi tumulti gastro-intestinali: "Cenai la sera con Bronzino pollastrini morti dalla faina". E ancora: "Carnaccia" e "minestraccia", "farciglioni, gallinelle d' acqua e sanguinacci", pane al rosmarino, vitella, castroni, stinchi, fegatelli e porci, vermicelli, insalata invidia e frittate d' uovo persino più del Pereira di Tabucchi. Per non parlare dei "capogirli" e dello "spurgo", delle diarree (le "uscite"), della bile ("colera sanguigna e biancha") e della "cosa apicata" alla gola.

Anche Vasari ne "Le Vite" ci parla del giovane artista, fornendo inizialmente un ritratto entusiasta del giovane Pontormo poiché era molto promettente, una specie di bambino prodigio nella pittura; anche il grande Michelangelo riconosceva l'eccezionale talento del Pontormo e gli aveva per questo previsto una luminosa carriera artistica. Il Vasari stesso narra che Pontormo, nel 1510 dipinse una piccola Annunciazione per un amico e quando Raffaello, trovandosi a Firenze vide l’opera, la lodò molto, cosa di cui l’artista sedicenne sembra sia andato molto fiero tanto che, secondo il racconto vasariano, ne "menò gran vanto".
Ma proprio questa profonda considerazione di sé, secondo Vasari lo avrebbe portato successivamente ad abbandonare i buoni modelli della pittura provando e riprovando innovazioni che al tempo non vennero comprese, ma al contrario molto spesso giudicate bizzarre, smodate ed eccessive.
Vasari, inoltre sottolinea la sua incontentabilità e la sua solitudine che neanche gli amici fraterni riuscivano a scalfire: "...domenica fu picchiato alla porta da Bronzino, e poi il dì da Daniello; non so quello che si volessino..." come scrive lui stesso.

Vasari infine non si esime dal giudicare negativamente il ciclo figurativo di cui Pontormo parla nel suo diario, cioè i perduti affreschi nella chiesa di San Lorenzo a Firenze. L’incarico fu affidato al pittore dal duca Cosimo I, intorno al 1546, ma sopraggiunta la morte del pittore, l’affresco rimase incompiuto e fu ben presto concluso da Bronzino. Purtroppo l’intera composizione non ebbe lunga vita poichè fu distrutta in seguito ad alcuni lavori di ristrutturazione del coro. Secondo il Vasari, in quell’opera non fu "osservato nè ordine di storia, né misura né tempo... né alcun ordine di prospettiva; ma pieno ogni cosa di ignudi".
Sottolineando la sua ricerca della perfezione e la costante insoddisfazione, il Vasari dice: "Si travagliava il cervello che era una compassione, guastando e rifacendo oggi quello che aveva fatto ieri". Si comprende come il giovane artista fosse alla ricerca di un proprio stile ma forse, anche di una propria poetica artistica. Si ritiene infatti che l'influenza sulla sua pittura di due famosi artisti come Durer e Michelangelo lo avesse particolarmente condizionato nel suo tentativo di evolvere una pittura personale all’altezza di questi grandi maestri.

Il Pontormo, che pure ebbe protettori importanti come i Medici, non ebbe nel tempo l'apprezzamento che invece fu tributato a suoi contemporanei come Andrea del Sarto, Fra Bartolomeo o il Franciabigio. Dopo le note del Vasari, che non ne apprezzò le opere più mature, le citazioni di Pontormo furono per molti secoli rare e poco interessate, segno del disinteresse che fino ai primi del Novecento caratterizzò questo pittore e le sue opere.
Intorno ai primi anni del Novecento infatti, alcuni importanti saggi dimostrano una inversione di tendenza. E' il caso ad esempio di un breve scritto dello storico d'arte Frederik Clapp a suscitare un nuovo interesse per il Pontormo.

Solo a quel tempo infatti, dopo il fiorire dell'impressionismo e delle avanguardie successive cominciarono ad essere rivalutate le anticipazioni del linguaggio pittorico moderno, liberato dall'obbligo di riprodurre fedelmente la realtà. Della maturità di Pontormo vennero così apprezzate le prospettive audaci e irreali, i gesti stilizzati ed innaturali, le vesti con i loro drappeggi artificiosi, le espressioni impaurite o pensose dei suoi ritratti, caratteristiche considerate a suo tempo del tutto negative, anche dallo stesso Vasari.

Ambra Grieco








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