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In Australia i droni trovano siti d'arte aborigena invisibili nella foresta

di Redazione 22/10/2026

Categorie: Archeologia / Argomenti: Archeologia - Arte e tecnologia - Australia


Nelle foreste dell’Australia, ricercatori dell’University of Sydney e dell’Australian Museum, insieme alla Dharug Custodian Aboriginal Corporation, hanno individuato tre siti con arte rupestre mai registrati, e tutto grazie a droni con tecnologia LiDAR.

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Nelle Blue Mountains, in Australia, tre ripari sottoroccia decorati con arte rupestre e manufatti in pietra sono stati individuati grazie a droni dotati di tecnologia LiDAR. I siti, finora non registrati negli archivi ufficiali, si trovano in un territorio montuoso ricoperto da una vegetazione fitta, dove le ricognizioni a piedi possono richiedere molto tempo e risultare particolarmente difficili. I ripari sottoroccia sono delle cavità naturali poco profonde che si trovano nel contesto di pareti rocciose, e tra le testimonianze individuate figurano impronte di mani in ocra rossa, tracce visibili di una presenza umana che la nuova metodologia può contribuire a documentare e proteggere.

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La ricerca è stata condotta da studiosi del Vere Gordon Childe Centre dell’Università di Sydney e dell’Australian Museum, in collaborazione con la Dharug Custodian Aboriginal Corporation (DCAC), organizzazione dei custodi aborigeni locali. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Remote Sensing e mostrano come le tecnologie di rilevamento aereo possano affiancare le conoscenze delle comunità indigene nella ricerca e nella tutela del patrimonio culturale.

La tecnica impiegata è il LiDAR, acronimo di Light Detection and Ranging. Il sistema utilizza impulsi laser per costruire mappe tridimensionali dettagliate del territorio, e consente di rilevare caratteristiche del paesaggio che possono rimanere nascoste sotto la vegetazione e le chiome degli alberi. In questo caso, le scansioni hanno permesso di individuare possibili ripari rocciosi da verificare successivamente sul terreno.

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Il bilancio delle ricognizioni comprende sei ripari già registrati e tre siti precedentemente sconosciuti, dove sono state rinvenute testimonianze di arte rupestre e manufatti litici. Le indagini hanno inoltre prodotto coordinate geografiche più precise di quelle riportate nell’Aboriginal Heritage Information Management System (AHIMS), il registro ufficiale dei siti aborigeni del Nuovo Galles del Sud.

La scoperta assume particolare rilievo se si considera quanto resta ancora da esplorare nella regione; nelle Blue Mountains sono stati documentati infatti più di 200 ripari sottoroccia con testimonianze culturali e archeologiche, ma secondo Amy Mosig Way, archeologa dell’Università di Sydney e dell’Australian Museum, si stima che sia stato sottoposto a ricognizione soltanto il 10 per cento del territorio. La conformazione accidentata e la difficoltà di accesso hanno finora limitato l’estensione delle indagini. “Questo lavoro è interessante perché offre un metodo efficiente e preciso per individuare siti in ambienti impervi, che notoriamente risultano difficili, costosi e dispendiosi in termini di tempo da esplorare”, ha dichiarato Jacob Bongers, primo autore dello studio sulla ricerca con i droni e archeologo digitale dell’Università di Sydney, già ricercatore ospite AMF/AMRI presso l’Australian Museum. Bongers ha aggiunto: “È importante sottolineare che la nostra metodologia sta contribuendo ad ampliare la documentazione sui siti culturali aborigeni nelle Blue Mountains e ha il potenziale per essere applicata in altre regioni”.

Wayne Brennan (a destra), esperto di arte rupestre, e alcuni studenti in uno dei siti culturali individuati dal drone. Foto: Università di Sydney
Wayne Brennan (a destra), esperto di arte rupestre, e alcuni studenti in uno dei siti culturali individuati dal drone. Foto: Università di Sydney

Dalle scansioni aeree alla verifica sul terreno

Il metodo non si limita a individuare possibili siti dall’alto. Dopo le scansioni, Amy Mosig Way ha guidato gruppi di studenti e volontari sul terreno per verificare le posizioni segnalate dai droni e accertare la presenza di materiali culturali. Una volta confermati i siti, Wayne Brennan, esperto di arte rupestre e co-direttore del progetto, ed Erin Wilkins, della Dharug Custodian Aboriginal Corporation, hanno condotto le attività di documentazione delle pitture e delle altre testimonianze.

Il lavoro si inserisce nel Gulamada Project, un programma fondato sul principio del camminare fianco a fianco, mettendo in relazione conoscenze scientifiche e saperi culturali delle Prime Nazioni, i popoli indigeni dell’Australia, per comprendere e prendersi cura del “Country”, termine che nel contesto aborigeno indica il territorio e le relazioni culturali che lo legano alle comunità.

L’approccio prevede dunque una collaborazione con i custodi indigeni, non soltanto il ricorso a una nuova tecnologia. Le conoscenze locali e le pratiche culturali rimangono parte essenziale del processo di individuazione, documentazione e protezione dei siti.

“Fin dall’inizio, la nostra visione per il Progetto Gulamada è stata quella di creare un autentico punto di incontro tra scienza e cultura. Questo lavoro mette in luce l’importanza di ascoltare, imparare e collaborare”, ha dichiarato Wayne Brennan, esperto di arte rupestre indigena e co-direttore del progetto presso l’Università di Sydney.

Anche il coinvolgimento degli studenti costituisce una componente del programma. “Uno degli aspetti più gratificanti del Progetto Gulamada è stato creare opportunità per gli studenti di acquisire esperienza pratica nella ricerca sul patrimonio culturale, all’interno di un progetto incentrato sulla comunità”, ha spiegato Way, sottolineando l’importanza di offrire esperienze dirette di ricerca sul patrimonio culturale all’interno di un progetto costruito attorno alla comunità.

Gli studenti del team di ricerca sul campo si preparano a raggiungere a piedi i potenziali siti individuati dal drone. Foto: Università di Sydney.
Gli studenti del team di ricerca sul campo si preparano a raggiungere a piedi i potenziali siti individuati dal drone. Foto: Università di Sydney.
Jacob Bongers pilota il drone DJI M350 con sensore LiDAR Yellowscan Explorer versione 2 nelle Blue Mountains, nei pressi di Sydney. Foto: Università di Sydney
Jacob Bongers pilota il drone DJI M350 con sensore LiDAR Yellowscan Explorer versione 2 nelle Blue Mountains, nei pressi di Sydney. Foto: Università di Sydney

Tecnologia e tutela del patrimonio aborigeno

Il Gulamada Project ha ricevuto 248.610 dollari australiani nell’ambito della prima edizione del programma governativo First Nations Heritage Grants, gestito dal Department of Climate Change, Energy, the Environment and Water (DCCEEW). Il programma finanzia progetti condotti sul territorio dalle comunità delle Prime Nazioni per identificare, registrare e proteggere il loro patrimonio nei luoghi già inseriti nelle liste del Patrimonio mondiale e del patrimonio nazionale australiano.

La possibilità di localizzare siti archeologici con maggiore rapidità può avere conseguenze importanti anche al di fuori della ricerca scientifica: le informazioni ottenute attraverso le scansioni possono aiutare le comunità aborigene e i responsabili della tutela del patrimonio a documentare luoghi culturali prima che siano danneggiati da interventi di sviluppo, erosione, incendi boschivi o altre minacce. Il sistema non sostituisce le conoscenze delle comunità né le verifiche sul campo, ma offre piuttosto uno strumento aggiuntivo per indirizzare le indagini verso aree che altrimenti sarebbero difficili da esplorare. La possibilità di esaminare rapidamente estensioni più ampie di territorio può rendere le ricognizioni meno onerose e consentire di concentrare le risorse sui luoghi che richiedono ulteriori accertamenti.

Le prossime ricerche dovrebbero verificare l’applicabilità del metodo in ambienti diversi da quello delle Blue Mountains: il gruppo di lavoro intende collaborare con altre comunità aborigene per adattare la tecnologia a territori che presentano caratteristiche differenti, tra cui le savane tropicali dell’Arnhem Land occidentale e le aree semiaride del Nuovo Galles del Sud occidentale.

L’obiettivo è sviluppare una metodologia che possa contribuire non soltanto a individuare nuovi siti archeologici, ma anche a documentare e salvaguardare paesaggi culturali nel loro insieme. Per le comunità aborigene, la possibilità di integrare le tecnologie di rilevamento con le conoscenze tramandate e le pratiche di cura del territorio potrebbe diventare uno strumento importante per proteggere il patrimonio delle generazioni future.

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