di Noemi Capoccia 23/10/2026
Categorie: Interviste / Argomenti: Arte contemporanea - Artigianato - Preistoria - Paleontologia
In un laboratorio di Carrara, la scultrice Mariaelena Mariotti, conosciuta anche come Mother of the Dinosaurs, modella dinosauri così realistici da sembrare vivi, ma che sfidano anche l’immaginario della ferocia. Un percorso in cui scultura, studio anatomico e sensibilità per il mondo animale si incontrano. E nella sua città sogna un museo di storia naturale. L’intervista di Noemi Capoccia.
Nata e cresciuta a Carrara, Mariaelena Mariotti, in arte Mother of the Dinosaurs, sta riscuotendo sempre più successi con i suoi dinosauri realistici, incredibili sculture che nascono nel suo laboratorio sotto le Apuane e raggiungono poi tutti gli angoli del mondo. Ha iniziato a modellare dinosauri quando ancora non sapeva che quella passione sarebbe diventata il centro della sua ricerca artistica. Dal pongo della scuola materna alla creta del liceo artistico, fino alle grandi sculture realizzate negli anni dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, il rapporto con le creature è rimasto una costante, trasformandosi progressivamente da gioco infantile in un linguaggio capace di fonde scultura, anatomia, paleontologia e attenzione per il mondo animale. Il suo percorso passa anche dal cinema, dove ha lavorato per due anni come aiuto costumista a Torino, prima del ritorno a Carrara e dell’incontro con lo scultore Franco Mauro Franchi, allora docente dell’Accademia. È proprio lì che Mariotti trova la possibilità di misurarsi con la grande scala: nasce così il primo Velociraptor a grandezza naturale, seguito dal Tirannosaurus rex di tredici metri, realizzato in cera di recupero e cartapesta, accoccolato sotto una coperta e con il ventre in movimento a simulare il respiro.
Nel tempo, la ricerca si è fatta sempre più rigorosa: dalla creta al bronzo, dalla resina al poliuretano e ai materiali di recupero, Mariotti ha sviluppato tecniche diverse per fabbricare creature monumentali, studiandone l’anatomia e confrontandosi con reperti e scansioni reali. Dietro il nome di “Mother of the Dinosaurs” c’è così una ricerca che parte dalla meraviglia per la vita preistorica per interrogarsi sul nostro posto nel pianeta. Una ricerca che oggi guarda anche al futuro, con il sogno di creare proprio a Carrara un museo dedicato alla geologia, alla storia naturale e alla paleontologia, dove sculture, reperti e attività didattiche possano restituire al pubblico una consapevolezza diversa della profondità del tempo e della fragilità degli ecosistemi. Mariaelena Mariotti ci racconta tutto in questa intervista con Noemi Capoccia.
NC. Quando nasce il tuo rapporto con i dinosauri? C’è un momento preciso in cui questa passione da bambina si è trasformata in una vocazione artistica?
MM. Ho avuto la fortuna, almeno dal mio punto di vista, di nascere proprio nell’anno di Jurassic Park. Sono cresciuta nel pieno del boom dei dinosauri, ma la passione per queste creature è arrivata ancora prima che potessi davvero darle un nome. Ho ricordi nitidissimi già della scuola materna e, fin da piccola, ho avuto la passione per i dinosauri. In quegli anni guardavo continuamente Jurassic Park, ma soprattutto i documentari di Piero Angela, che mi avevano regalato e che sono stati fondamentali nella mia formazione. Ancora oggi penso che, più del film in sé, sia stato il making of di Jurassic Park a influenzarmi maggiormente: vedere come i dinosauri venivano progettati e realizzati, partendo dalla plastilina e arrivando a creature estremamente realistiche, mi affascinava profondamente. La mia famiglia ha sempre sostenuto la mia passione, mettendomi a disposizione materiali con cui potessi costruire, modellare e disegnare. Il pongo, la LEGO e tutto ciò che permetteva di lavorare manualmente hanno accompagnato la mia infanzia e, in qualche modo, hanno anticipato quello che avrei fatto in seguito. È una passione che non ha mai avuto una vera interruzione. Ancora oggi il pongo è uno dei materiali che utilizzo maggiormente. C’è anche una componente legata alla memoria: il suo odore, così come quello dei pastelli e dei materiali scolastici, mi riporta immediatamente all’infanzia. I dinosauri rappresentano quindi anche un elemento profondamente legato alla mia formazione e al mio modo di lavorare. Negli ultimi anni invece è accaduto qualcosa che per me ha avuto un significato particolare: sono entrata in contatto con alcune delle persone che hanno lavorato alla realizzazione dei dinosauri di Jurassic Park. Un membro della squadra dei primi due film che si occupava della robotica e in particolare del Dilofosauro mi ha contattata per conoscermi e per complimentarsi con il mio lavoro. Successivamente sono entrata in contatto anche con lo scultore che aveva realizzato il modello del Dilofosauro: per me è stato un incontro importante, perché quelle persone appartengono esattamente al mondo che avevo osservato da bambina nei documentari sulla realizzazione del film. Oggi sto pensando anche a un progetto fotografico che riprenda alcune delle loro modalità di lavoro e delle loro pose, come forma di omaggio a quella fase della mia formazione. Quando nel 2017 ho realizzato il Velociraptor in bronzo, avevo raccontato anche al figlio di Stan Winston (effettista del film) quanto il lavoro del padre fosse stato importante per me. È proprio questo il filo che lega la mia infanzia alla ricerca che porto avanti oggi: non tanto il dinosauro come soggetto, quanto l’interesse per il processo attraverso cui un’immagine prende forma e diventa materia. A questa storia si lega anche la mia collezione di modellini, che negli anni è diventata molto ampia. Ne possiedo migliaia, alcuni esposti e altri conservati e catalogati. Sono oggetti che appartengono a epoche diverse della storia di Jurassic Park e che continuo a ricercare e studiare. In fondo, quella collezione è la traccia più evidente di una passione nata nell’infanzia e che, invece di esaurirsi, si è progressivamente trasformata in una parte del mio percorso artistico.
Sei nata e vivi a Carrara, una città profondamente legata alla scultura. Quanto ha influito il territorio nella tua formazione e nel tuo modo di concepire la materia?
Amo molto Carrara e penso sia una città spesso sottovalutata, soprattutto quando la si guarda superficialmente. Per me è sempre stata uno scrigno, un luogo in cui continuare a scoprire cose nuove. Da bambina mi colpivano soprattutto i grandi blocchi di marmo trasportati dai camion: quella sensazione di trovarmi davanti a qualcosa di enormemente più grande di me è rimasta e credo abbia contribuito al mio rapporto con la materia e con la scala della scultura. Il mio percorso artistico non è stato sempre semplice: a scuola ho vissuto anche episodi di isolamento legati alle mie passioni, fino ad arrivare a mettere temporaneamente da parte la mia collezione di dinosauri nel tentativo di omologarmi. È stata una fase breve, perché ho capito che non aveva senso rinunciare a ciò che mi rappresentava. L’Accademia di Belle Arti di Carrara è stata invece decisiva soprattutto sul piano tecnico. Qui Franco Mauro Franchi, vedendo il mio portfolio, mi propose di realizzare una scultura a grandezza naturale. Da lì è nato il primo Velociraptor, che mi ha permesso di confrontarmi con la creta, le armature, gli stampi e la fusione. L’anno successivo ho realizzato un T-Rex, ancora molto influenzato dall’immaginario di Jurassic Park. Oggi il mio approccio è diverso: l’accuratezza scientifica è diventata fondamentale e sto lavorando a nuove sculture attraverso uno studio molto più rigoroso dell’anatomia e dei reperti. Anche all’Accademia ho vissuto episodi di isolamento e pregiudizio, legati soprattutto all’idea che avessi ricevuto privilegi o aiuti dai docenti. È stata un’esperienza difficile, ma mi ha insegnato a non farmi condizionare dal giudizio degli altri e a continuare a costruire il mio percorso con autonomia.
Come nasce una tua scultura, dall’idea iniziale alla forma definitiva? Quali materiali utilizzi e quanto tempo può richiedere la creazione di una creatura di queste dimensioni?
I materiali sono cambiati molto nel tempo, seguendo anche l’evoluzione delle mie esigenze. All’inizio lavoravo soprattutto con la creta e il gesso, poi sono passata alla resina e al bronzo. Il T-Rex, per esempio, era realizzato con una struttura in ferro, cartapesta e cera. Per un periodo ho lavorato anche esclusivamente con la cera, soprattutto per le sculture più piccole. Successivamente, dopo un’esperienza espositiva in cui una grande scultura venne danneggiata durante il trasporto, ho iniziato a ragionare maggiormente sul problema del peso e sulla necessità di utilizzare materiali più leggeri. È così che ho scoperto il poliuretano, che è diventato per diversi anni uno dei materiali principali del mio lavoro. Le grandi sculture venivano realizzate con strutture interne in ferro, poliuretano scolpito e resine bicomponenti, lavorate poi con taglierini, sgorbie e raspe. Per alcuni soggetti utilizzo anche pellicce sintetiche, successivamente dipinte, mentre le sculture più piccole vengono realizzate attraverso assemblaggi e stratificazioni di resina. Da quest’anno ho adottato una tecnica diversa, che mi permette di lavorare più velocemente e senza ricorrere alla saldatura. Realizzo sagome in legno già dimensionate in base alla struttura che devono sostenere, aggiungo il ferro fissandolo e resinandolo nei punti necessari e costruisco poi il volume con schiuma poliuretanica e materiali di recupero, come polistirolo proveniente dagli imballaggi. La forma viene infine definita manualmente, come in precedenza, e rivestita con la resina. È una tecnica più rapida, leggera e facilmente trasportabile, ma mi permette di mantenere lo stesso controllo nella definizione anatomica della scultura.
Che cosa è cambiato nel tuo modo di lavorare quando hai iniziato a confrontarti con la scultura di grandi dimensioni?
La soddisfazione più grande non dipende necessariamente dalle dimensioni della scultura. A volte anche un soggetto piccolo può acquistare una vitalità sorprendente: quando un occhio sembra davvero guardarti o quando la luce e il calore del sole restituiscono per un attimo l’impressione di avere davanti qualcosa di vivo, è una sensazione difficile da spiegare. Le grandi dimensioni, invece, producono un altro tipo di emozione. Restituiscono la magnificenza dell’animale e, in qualche modo, fanno percepire la nostra inferiorità rispetto alla vita che ci circonda. È un senso di umiltà che credo dovrebbe appartenere a chiunque si interessi di biologia, zoologia o paleontologia. Quando inizi a confrontarti con tempi di centinaia di milioni di anni, infatti, cambia anche la percezione della nostra storia. Scoprire che gli squali esistono da prima degli alberi o comprendere la distanza temporale che separa animali come lo Stegosauro e il Tirannosauro fa inevitabilmente ridimensionare la nostra presenza sul pianeta. È questo uno degli aspetti che cerco di restituire anche attraverso il realismo delle mie sculture. Naturalmente non possiamo sapere esattamente quale fosse l’aspetto di un animale estinto, ma quando ricostruisco un’anatomia sulla base di reperti e scansioni reali e poi vedo la luce del sole colpire quella forma, provo una sensazione particolare, è come se, per un istante, quella creatura tornasse a essere illuminata dopo milioni di anni. È una delle parti più affascinanti del mio lavoro.
I tuoi dinosauri sembrano quasi creature capaci di raccontare il presente. Qual è il significato che vuoi affidare alle tue opere? Perché proprio loro sono diventati il tuo linguaggio artistico?
Uno dei miei sogni è aprire un museo che unisca la paleontologia alle mie opere, con spazi dedicati anche ai laboratori. Vorrei che fosse soprattutto un luogo di educazione, capace di trasmettere una maggiore consapevolezza del nostro rapporto con il pianeta. Mi piacerebbe insegnare soprattutto ai bambini a confrontarsi con la dimensione del tempo geologico e con la storia della vita sulla Terra. I dinosauri possono essere un modo immediato per avvicinarli a questi temi, ma l’obiettivo sarebbe far comprendere qualcosa di più grande: quanto siamo recenti rispetto alla storia del pianeta e quanto siano fragili gli equilibri degli ecosistemi. Credo che spesso abbiamo una percezione molto antropocentrica del mondo, come se il pianeta, gli animali e le sue risorse fossero semplicemente a nostra disposizione. Confrontarsi con centinaia di milioni di anni di evoluzione aiuta invece a ridimensionare la nostra presenza e a capire che siamo soltanto una parte, e molto recente, di una storia immensamente più lunga. Per questo immagino il museo quasi come un luogo in cui aiutare le persone a capire meglio dove sono e quando sono. È una consapevolezza che considero fondamentale e che, secondo me, dovrebbe avere più spazio anche nell’educazione scolastica. I dinosauri sono un tassello fondamentale della storia del pianeta e trovo emblematico che spesso vengano trattati così poco.
Una delle tue opere più sorprendenti è il tirannosauro di 13 metri realizzato in cera di recupero, accoccolato sotto una coperta e con il ventre che simula il respiro. Da dove nasce l’idea di dare una dimensione umana a una creatura che normalmente associamo alla ferocia?
L’intento è creare una sorta di ossimoro, perché i dinosauri vengono spesso associati al rumore, alla violenza e al sangue. Io cerco invece di mostrarne anche il lato animale, più vulnerabile e quotidiano. Lo stesso vale per gli altri soggetti che rappresento. Uno squalo, per esempio, non è solo quello che abbiamo imparato a conoscere attraverso il cinema: è un animale che può essere curioso, impaurito, tranquillo. Cerco di restituire proprio questa dimensione, anche se naturalmente, parlando di animali estinti, si tratta sempre di una ricostruzione interpretativa. Questo approccio riguarda anche la fotografia. Per me la scultura non si esaurisce nell’opera fisica. Cerco di trasformare anche le fotografie in una parte integrante del lavoro, costruendo ogni immagine come se fosse a sua volta un’opera. Credo ci sia bisogno anche di questa dimensione più delicata. Negli anni ho ricevuto messaggi da persone di diversi Paesi che mi raccontano di aspettare i miei lavori per sorridere o semplicemente per sentirsi meglio. È qualcosa che mi emoziona molto, perché significa che attraverso animali preistorici, apparentemente così lontani e imponenti, si può trasmettere anche un senso di tenerezza e di conforto. È proprio questo contrasto che mi interessa: utilizzare soggetti associati alla forza e alla ferocia per raccontarne invece anche la parte più fragile, curiosa e vitale.
I tuoi lavori hanno una dimensione monumentale e spettacolare. Vengono pensati anche per uscire dagli spazi tradizionali dell’arte e arrivare a un pubblico diverso? Hai già portato o ti piacerebbe portare le tue opere fuori dall’Italia?
Il mio pubblico, per fortuna, è già molto internazionale. La maggior parte delle mie opere di dimensioni più contenute viene acquistata soprattutto negli Stati Uniti, nel Nord Europa, in Giappone, in India e in America Latina. È un aspetto che mi fa riflettere anche sulla diversa percezione del mio lavoro nei vari Paesi. In Italia il dinosauro viene ancora associato molto spesso all’infanzia o all’intrattenimento. All’estero, invece, viene riconosciuto maggiormente anche come soggetto scientifico e artistico. Questo mi ha permesso di raggiungere un pubblico che guarda al mio lavoro con una prospettiva diversa e che riconosce il valore della ricerca che c’è dietro ogni ricostruzione. Anche per questo mi piacerebbe molto portare le mie opere fuori dall’Italia. Finora ho esposto soprattutto qui e uno dei miei sogni sarebbe realizzare una mostra all’estero, in particolare in Inghilterra o in Germania, dove esiste una tradizione molto forte legata alla paleontologia e alla divulgazione scientifica. Credo che il fatto di avere costruito gran parte del mio pubblico fuori dall’Italia dimostri anche che esiste uno spazio per questo tipo di ricerca. Il mio obiettivo è far riconoscere questa attività per quello che è: un lavoro che unisce arte, ricostruzione anatomica, studio scientifico e divulgazione.
Dopo anni dedicati alla ricerca e alla costruzione del tuo universo di creature, quali sono oggi gli obiettivi di “Mother of the Dinosaurs”? C’è un dinosauro che ancora non hai realizzato e che sogni di creare?
Quello che mi preme davvero realizzare è il museo, e mi piacerebbe farlo a Carrara, che sento particolarmente mia. Vorrei fosse un museo dedicato innanzitutto alla geologia del territorio, quindi alle rocce e ai materiali delle nostre montagne, ma con uno sguardo sulla storia geologica e naturale del pianeta. Ho già una collezione di ricostruzioni e reperti che potrebbe costituire una prima base: oltre alle sculture, possiedo ammoniti, impronte di dinosauro, denti e altri fossili. È importante ricordare, inoltre, che nei grandi musei di storia naturale non tutti gli scheletri esposti sono originali: molti sono calchi o repliche realizzati a partire da reperti autentici. Per questo credo che il materiale che ho raccolto negli anni possa già contribuire alla costruzione di un grande progetto. Per quanto riguarda le mostre, invece, sono diventata molto più selettiva. Ho avuto esperienze in cui le opere non sono state trattate con il rispetto che meritavano e oggi considero fondamentale che una collaborazione riconosca l’artista come professionista, garantendo condizioni, assistenza e accordi chiari. Una delle esperienze più positive è stata quella con Lucca Comics, dove, nonostante fossi ancora all’inizio del mio percorso, sono stata trattata professionalmente sotto ogni aspetto. È una differenza che ho imparato a considerare essenziale. Per quanto riguarda il pubblico internazionale, credo che il successo delle sculture più piccole si possa riassumere anche nel concetto giapponese di kawaii, cioè nell’idea di qualcosa di tenero e piacevole. I miei cuccioli nascono proprio dall’incontro tra accuratezza scientifica e una certa tenerezza: hanno proporzioni e caratteristiche anatomiche studiate, ma anche occhi più grandi e alcuni tratti volutamente accentuati per renderli espressivi. La cosa che mi colpisce maggiormente è che una grande parte di queste opere viene acquistata come regalo. Mi è capitato, per esempio, che fossero figlie a regalarle alle madri che avevano sognato di studiare paleontologia, oppure genitori ai figli, coppie o nonni. Questo aspetto mi dà una motivazione particolare: sapere che una mia scultura attraversa il mondo e arriva a qualcuno che l’ha scelta per un motivo personale mi ricorda che, al di là della fatica quotidiana del lavoro, dall’altra parte c’è una persona che ha visto ciò che faccio, lo ha apprezzato e ha deciso di portare con sé una parte del mio lavoro.
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