Quando nel 1995 ho iniziato a raccogliere i miei primi RAU (Reperti Arteologici Urbani), cercavo le tracce di una quotidianità che scivolava via: i resti di una civiltà votata al consumo e, in fondo, a una lenta autodistruzione. Camminavo per le strade di Roma guardando in basso, trattando i marciapiedi come un sito archeologico contemporaneo. Raccoglievo oggetti smarriti, scarti, involucri, biglietti dell’autobus usati e pacchetti di sigarette schiacciati. Per me non erano spazzatura, ma testimonianze biologiche e sociali del passaggio umano.
Trent’anni dopo, nell’autunno del 2026, mi rendo conto che quella spazzatura metropolitana si è dematerializzata. Oggi non la troviamo più soltanto sui marciapiedi, ma fluttua invisibile dentro gli schermi dei nostri telefoni. La chiamano dipendenza digitale, la paragonano alle “sigarette dei social”, ma il principio è lo stesso: consumare l’uomo per produrre profitto.
È per questo che ho deciso di portare ad ArtParma Fair (in scena proprio in questi giorni, il 3 e 4 e poi dal 9 all’11 ottobre 2026) insieme a Pinzimonio Space, la mia nuova serie intitolata “Il Fumo uccide, la Geometria no!”. Una sfida concettuale ed estetica che sento drammaticamente urgente.
Nel concepire questo progetto per il Padiglione 7 del quartiere fieristico di Parma, ho voluto mettere radicalmente in opposizione due condizioni: da una parte l’effimero, l’informe fumo di una sigaretta; dall’altra la stabilità assoluta della geometria, che per me significa struttura, ordine, resistenza e principio di organizzazione. Il fumo è per definizione una materia destinata a dissolversi, un piacere immediato e volatile che lascia dietro di sé solo cenere e danni.
Ed è esattamente lo stesso sballo gassoso che vedo rincorrere oggi da milioni di ragazzi agganciati allo scrolling infinito di TikTok o Instagram: un flusso continuo, privo di un inizio e di una fine (infinite scroll), studiato per eliminare ogni barriera temporale; una trappola dopaminergica basata sul principio della ricompensa variabile intermittente (lo stesso delle slot machine), che stimola l’area cerebrale dello striato negli adolescenti prima ancora che la loro corteccia prefrontale possa attivare l’autocontrollo; una dissoluzione psicologica nell’ansia, nell’ipersensibilità al giudizio altrui (la caccia ai “Like”) e nell’isolamento cronico.
Il fumo che indago con i miei quadri non esce più solo dalle sigarette, ma dai pixel. In entrambi i casi, siamo di fronte a un’industria manipolativa che fa leva sulle nostre vulnerabilità biologiche. Il tema del tabacco, d’altronde, ha sempre fatto parte della mia ricerca: dalla performance Rifiutindagine a Big Torino 2000, fino alla collettiva FUMO del 2011 alla Galleria Luigi di Sarro di Roma. Oggi, quel fumo si è fatto virtuale.
Il progetto artistico “Il Fumo uccide, la Geometria no!” affronta così il tema della dipendenza profonda indotta da fumo, social e intelligenze artificiali, contrapponendo all’effimero della dissoluzione digitale la stabilità geometrica. Le opere incorporano elementi analogici come pacchetti di sigarette e disegni tecnici a mano, destinati a trasformarsi nel tempo in Reperti Arteologici (RAU) di valore storico ed economico.
Laddove il fumo disperde e distrugge, la mia Geometria vuole offrire permanenza, ordine e costruzione. È il mio modo di imporre un argine al caos e alla sottomissione psicologica.
Trovo straordinario che proprio in questo momento storico, mentre io espongo le mie strutture geometriche ad ArtParma, la società civile e la politica stiano cercando a fatica la propria “geometria giuridica” per difendersi dalle Big Tech. Penso alle sentenze epocali nei tribunali americani – come il caso KGM contro Meta e Google, che ha condannato i giganti tecnologici per il design d’origine “pericoloso” dei loro algoritmi – o alle sanzioni miliardarie per la violazione della privacy dei minori.
Pensate al neonato EU KIDS Act europeo: cosa fa se non imporre regole geometriche al caos del web? Introduce blocchi orari rigidi (un’ora al giorno per i mini-account sotto i 15 anni), vieta l’apertura di profili sotto i 13 anni e impone la disattivazione forzata di autoplay e notifiche push manipolative (la cosiddetta Safety by Design). Persino l’applicazione crittografica per la verifica dell’età (Zero-Knowledge Proof), in fase di test anche in Italia, usa la matematica per dire ai social “sì, questo utente è autorizzato” senza cedere i dati personali o biometrici.
Quello che la politica e la tecnologia provano a fare con i decreti e i sistemi crittografici per disinnescare la dopamina, io provo a farlo con le opere d’arte: uso il rigore geometrico come scudo contro la nebbia tossica dell’eterno presente digitale.
Le multinazionali del tabacco vi vogliono dipendenti dal fumo. I giganti del tech vi vogliono passivi, intrappolati a consumare video per ore. La mia risposta a questa anestesia totale è, da sempre, l’azione relazionale.
Chi viene al mio stand a Parma non troverà soltanto quadri storici o nuove opere da contemplare a distanza. Vi costringerò a muovervi, a interagire, a risvegliare la vostra corteccia prefrontale riflessiva attraverso due dispositivi aperti: CUS – Cerca ed Usa la Smorfia (vi distribuirò i miei storici adesivi: non loghi commerciali, ma smorfie umane; il mio intento è lo sticker bombing urbano: dovete uscire dalla fiera e attaccarli sui muri, sui pali, sui vagoni dei treni. Mentre i bollini rossi delle notifiche social vi inchiodano allo schermo, il mio adesivo vi costringe a riappropriarvi fisicamente dello spazio pubblico); LCA – Libri in Cerca d’Autore (metterò in circolazione questi volumi stravolti, nati nel 2003: un libro modificato non è un oggetto sacro da contemplare; è un dispositivo che vive solo se lo prendete in mano, lo sfogliate, seguite o distruggete le mie istruzioni, diventando co-autori dell’opera. Nell’era in cui tocchiamo una superficie di vetro liscia che dimentica tutto in cinque secondi, l’LCA vi restituisce l’attrito della carta e la fatica del pensiero).
C’è un’ultima, grandissima urgenza in questa mia presenza ad ArtParma. I proventi della vendita di questa nuova serie (proposta a prezzi accessibili, tra i 600 e i 1.500 euro) serviranno a finanziare un progetto collettivo: la nascita del mio Archivio Ufficiale.
Chi decide di acquisire una mia opera non compie un semplice atto di collezionismo privato, ma partecipa a una vera e propria sottoscrizione culturale, entrando di diritto tra gli “Amici della futura Associazione Archivio”. Accanto alle nuove tele, esporrò non a caso alcuni dei miei storici Testamenti, opere che affrontano il tema della memoria e della fragilità della produzione culturale.
In un’epoca in cui gli algoritmi bruciano e fagocitano miliardi di pensieri, immagini e vite nel tritacarne del feed quotidiano – condannando tutto all’oblio nello spazio di un clic – fondare un Archivio è una presa di posizione politica. È la scelta consapevole di salvare la memoria storica, ordinandola geometricamente contro la nebbia digitale che tutto cancella e tutto dissolve.
“Il Fumo uccide, la Geometria no!” non è solo il titolo della mia mostra. È la mia personale Warning Label, un manifesto di guerriglia relazionale per ricordarvi che l’unico modo per non disperderci come fumo è spegnere lo schermo, sporcarsi le mani e tornare a disegnare, insieme, i confini della nostra libertà.
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