di Francesca Della Ventura 23/03/2021
Categorie: Opinioni
In Germania, dove la cultura è considerata “tempo libero”, ci sono restrizioni rigidissime per musei e biblioteche (dove è addirittura richiesto di presentare un test in cui si risulta negativi), nonostante i rischi siano molto bassi.
La notizia circolava già da qualche giorno: a Colonia, una delle città tedesche più vivaci dal punto di vista culturale, il numero dei positivi al coronavirus è in costante aumento e si inizia a parlare con timore della “terza ondata pandemica”. E allora la città corre ai ripari: impone l’obbligo di presentare test anticovid con risultati negativi qualora si voglia accedere a luoghi deputati al “tempo libero”, così come viene considerata la cultura. Andiamo con ordine: in tutta la Germania i musei sono chiusi dal 4 novembre 2020, e restrizioni molto forti sono state attuate anche per biblioteche e gallerie d’arte fino al 16 dicembre, quando tutto il paese entra in lockdown e chiude tutto. I numeri continuano a salire, i vaccini tardano ad arrivare e la politica è nel caos.
Solo a partire dall’8 marzo (per le biblioteche dal 16 marzo) si intravedono i primi spiragli per una riapertura (sempre in base a quello che chiamano “7-Tage-Inzidenz”, ovvero il valore che rappresenta i casi per 100.000 abitanti negli ultimi 7 giorni). Le restrizioni per accedere a musei, biblioteche e archivi cambiano di Land in Land, da regione a regione, e quella che riporto in questo articolo è la situazione relativa alla città di Colonia dove ha sede il Museum Ludwig con la collezione di Pop Art più importante d’Europa e del mondo, se escludiamo le opere conservate pubblicamente e privatamente negli Stati Uniti. Al museo si affianca una meravigliosa biblioteca di storia dell’arte, vero e proprio tesoro per tutti i ricercatori del settore che vi arrivano dalle zone limitrofe, nonché dalla vicina Olanda e dal Belgio per consultare (e fotografare e scansionare gratuitamente) i testi desiderati. Alla riapertura successiva al 16 marzo, l’accesso al Museo Ludwig è stato molto controllato: la collezione permanente non si puó visitare, delle mostre temporanee è possibile vitare solo quella dedicata ad Andy Warhol inauguarata a dicembre (Andy Warhol Now). Gli accessi sono limitati, a tempo (2 ore massimo), bisogna prenotare la visita ed è possibile far ciò solo di settimana in settimana, ragione per cui il numero di ingressi disponibile si esaurisce nel giro di due minuti (io non sono ancora riuscita a vedere la mostra).
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| Una sala del Museum Ludwig di Colonia |
Per la biblioteca le restrizioni sono ancora più importanti: prenotazione obbligatoria anticipata, richiesta dei testi da consultare anticipata e permesso tempo massimo di consultazione non superiore alle tre ore e mezzo. In base a quella che è stata la mia esperienza personale (sono riuscita a consultare, scansionare, fotografare più di venti libri richiesti in quelle tre ore e mezzo) non vi erano più di cinque persone nella fascia oraria da me prenotata. Non ho avuto contatti di alcun tipo, i libri erano già presenti al mio arrivo, distanza di più di 2 metri con gli altri ricercatori, insomma un contagio quasi impossibile.
Perché, quindi, danneggiare ulteriormente il mondo della cultura locale (il discorso può essere applicato in generale) richiedendo un test anticovid negativo realizzato nelle ventiquattro ore precedenti l’arrivo presso il museo o presso la biblioteca se le condizioni di contagio sono minime? Perché rendere ancora più complessa di quello che è la situazione del settore culturale dopo mesi di fermo? Perché continuare a danneggiare i lavoratori indipendenti in questo settore (guide, addetti alla sicurezza, personale che si dedica alle attività pedagogiche?) Perché si pensa che la cultura sia “tempo libero”, che le persone non ne abbiano bisogno, che fare i ricercatori, anche nella “civilissima e avanguardistica” Germania, sia un hobby e non un lavoro? Perché permettere ai vacanzieri tedeschi di riempire voli Lufthansa e Eurowings diretti a Maiorca (ebbene sì, avete letto correttamente!)? L’impressione che si continua a dare, soprattutto alle nuove generazioni, è che della cultura (teatri, musei, biblioteche, archivi, centri culturali di qualsiasi tipo) sia da una parte qualcosa di cui si può fare a meno, dall’altra, che sia il posto di incubazione preferita dal coronavirus: almeno il virus sa che la cultura è contagiosa e che serve a qualcosa!

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