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In difesa della scrittura: una riflessione anacronistica?

Categorie: Opinioni / Argomenti: Arte e tecnologia - Scrittura


In una società dominata dai video brevi, dall’immediatezza e dalla ricerca dell’attenzione, scrivere bene sembra un esercizio anacronistico. Eppure la scrittura richiede tempo, cura e precisione: è uno strumento per elaborare il pensiero e dare alle parole una vita che vada oltre la fugacità dei social. La riflessione di Ilaria Baratta.

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Nei tempi in cui stiamo vivendo, tempi in cui la modalità camera on sembra essere diventata la priorità, voglio difendere la scrittura. La bella scrittura. Un desiderio anacronistico? Forse, se penso che oramai la tendenza più in voga, almeno sui social media, è quella di puntarsi addosso la camera di uno smartphone per mettere la propria faccia in primo piano e cominciare a parlare, di qualsiasi argomento, ubriacando di parole gli utenti dalla propria cameretta e spacciandosi per esperti, anche se molto spesso non si va più in là di piccole nozioncine apprese il giorno prima sui banchi di scuola o nelle aule di università. Un fenomeno, questo dei cosiddetti influencer o dei content creator, che si è diffuso in particolare nel periodo Covid-19, quando per causa di forza maggiore il mondo intero si è ritrovato da un giorno all’altro chiuso in casa, e che poi si è sviluppato in maniera esponenziale caratterizzando questo secondo millennio.

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In questo pullulare di contenuti facili e veloci, destinati a essere effimeri per il media e la modalità stessi di diffusione (le stories di Instagram hanno ventiquattro ore di vita dalla pubblicazione, a meno che non vengano inserite nelle Storie in evidenza, e comunque, come i reel, sono legate alle dinamiche di un canale social), forse sarebbe il caso di tornare a ricordarsi della scrittura.

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Telemaco Signorini, Non potendo aspettare (1867; olio su tela, 46,6 x 37,5 cm; Milano, Gallerie d'Italia)
Telemaco Signorini, Non potendo aspettare (1867; olio su tela, 46,6 x 37,5 cm; Milano, Gallerie d’Italia)

Scrivere richiede tempo, concentrazione, riflessione; scrivere significa scegliere le parole più adatte per esprimere un determinato pensiero e concetto, perché le parole non sono intercambiabili, possono essere diverse anche per minime sfumature di significato. Significa sentire la musicalità che nasce dall’accostamento dei vocaboli, prestare attenzione al ritmo delle frasi, alla loro lunghezza, alle pause, alle ripetizioni, a tutto ciò che contribuisce a rendere un testo non soltanto comprensibile, ma anche piacevole da leggere. Scrivere significa interrogarsi sul peso di ogni singolo termine, sulla sua capacità di evocare un’immagine, di suscitare un’emozione; capire quando una frase ha bisogno di essere ampliata e quando, al contrario, è opportuno sottrarre, alleggerire, eliminare tutto ciò che rischia di appesantirla. È un esercizio continuo di ricerca e di selezione, fatto di ripensamenti, correzioni, riscritture: non sempre i termini arrivano immediatamente. Spesso occorre infatti tornare su ciò che si è scritto, rileggerlo, metterlo in discussione, cambiare una parola, spostare una frase, ricominciare da capo.

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La scrittura è uno strumento di elaborazione del pensiero: costringe a mettere in ordine le idee, a stabilire connessioni, a individuare contraddizioni, a verificare la solidità di un’intuizione. È anche per questo che desidero difendere la scrittura in una società sempre più dominata dalla velocità e dall’immediatezza, in cui è necessario condensare un pensiero in poche parole, per attirare l’attenzione in pochi secondi. Scrivere significa riconoscere il valore della cura, della precisione; rivendicare la possibilità di dedicare a un argomento tutto lo spazio che merita, senza dover necessariamente inseguire i ritmi imposti dalle piattaforme o adeguarsi a una comunicazione che privilegia la rapidità rispetto alla riflessione. È una forma di rispetto prima ancora che di comunicazione, perché richiede attenzione verso ciò che si vuole esprimere, verso la lingua che si utilizza e verso le persone a cui ci si rivolge. Questo perché un testo scritto ha una vita potenzialmente molto più lunga rispetto a un reel: non si esaurisce nel momento in cui viene pubblicato, né dipende necessariamente dalla rapidità con cui riesce a catturare l’attenzione. Esiste anche a distanza di anni, può essere citato e ripreso in un altro contesto. È una presenza stabile e può conservare il proprio valore anche molto tempo dopo la sua pubblicazione.

Ma come si è arrivati a perdere il gusto per la scrittura? Credo che si debba, in larga parte, alla piega che ha preso la società attuale, votata alla velocità, all’immediatezza, alla facilità, a un ambiente mediatico in cui sguazzano gli improvvisati comunicatori che intendono catturare l’attenzione con una frase ad effetto e con smorfie, ammiccamenti e gesti costruiti davanti allo specchio. Una società in cui la soglia di attenzione è di durata molto breve e, dimostrano le statistiche, tende ad accorciarsi (e infatti i contenuti social vanno da uno a tre minuti); una società in cui ci si spaventa per la lunghezza di un testo e si fa persino fatica a guardare sul vocabolario il significato di una parola che non si conosce.

Per scrivere è necessario inoltre leggere molto. È un serpente che si morde la coda: la lettura è infatti una palestra indispensabile per la scrittura, ma richiede a sua volta tempo, concentrazione e curiosità. Il tempo per soffermarsi su un testo e comprenderlo, la curiosità per approfondire idee e punti di vista differenti. È un esercizio che nutre il pensiero, arricchisce il vocabolario e migliora la capacità di esprimersi.

Voglio difendere la scrittura non per snobismo, ma perché auspico una società che si riabitui a comprendere un testo, a riflettere, ad approfondire, ad avere cura delle parole, a prendersi del tempo utile e a dare attenzione al pensiero e all’espressione. Per difendere la capacità di andare oltre la superficie e fare in modo che la velocità non diventi l’unico metro di misura del nostro modo di comunicare, conoscere e stare al mondo.

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