Sgarbi macinato dal giornalismo-show: cosa succede se l'inchiesta diventa intrattenimento?


Il trattamento riservato dal Fatto e da Report a Vittorio Sgarbi solleva una questione che va oltre le vicende giudiziarie: fino a che punto un’inchiesta può ricorrere ai meccanismi dello spettacolo senza diventare accanimento e senza smarrire la propria natura giornalistica? E cosa succede quando la pressione mediatica si trasforma in un massacro? L’editoriale di Federico Giannini.

Non mi son messo e non mi metterò a far la conta della molitura a mezzo stampa incolpata d’aver macinato la figura pubblica di Vittorio Sgarbi: ci ha già pensato Ermes Antonucci sul Foglio, che ha scritto un pezzo, in larga parte condivisibile, in cui è inclusa tutta la diligente contabilità dell’accanimento, imputato soprattutto al Fatto Quotidiano e a Report, con puntuale ricostruzione della data e del luogo di nascita di tutta l’operazione. Né posseggo elementi utili per ritenere che tra le ragioni dell’attuale stato di salute di Vittorio Sgarbi vi sia l’incrocio in fase offensiva del giornale di Travaglio e della fu trasmissione di Ranucci. Penso sia cimento da lasciare a chi ha le competenze, ma poi l’eventuale soluzione del problema sarebbe di modesta utilità: anche qualora non s’arrivasse a stabilire una relazione di causa ed effetto, da diversi mesi a questa parte è un fatto che la malattia, qualunque sia la causa, abbia prodotto un Vittorio Sgarbi frantumato ma al contempo distillato, sofferente ma assoluto, restituito a un’altra forma di se stesso, un Vittorio Sgarbi sempre più lontano dal tumulto della cronaca, dagli ornamenti della vita pubblica, eppure, proprio per questa ragione, prodigiosamente presente, di una presenza luminescente che agisce per sottrazione.

Ora, il fatto che ci sia stato un lungo furore inquisitorio contro Sgarbi non significa certo che occorreva tacere, che non sarebbe stato corretto far partire le inchieste, che non sarebbe stato corretto porsi il problema della compatibilità fra la sua carica pubblica e la sua attività di conferenziere, il problema della presenza del dipinto di Rutilio Manetti nella sua collezione, il problema della titolarità del dipinto di Vittorio Zecchin e via dicendo. Andrà peraltro ricordato che, al momento, Sgarbi è stato, in tutti e tre i casi, assolto in primo grado (su Manetti perché il fatto non costituisce reato, su Zecchin perché il fatto non sussiste e sulle conferenze perché la Corte dei Conti ha stabilito che gl’incarichi istituzionali non fossero incompatibili con le sue prestazioni professionali: Sgarbi, in un’intervista, aveva peraltro attribuito esattamente a questo procedimento, e alle conseguenti dimissioni da sottosegretario da lui ritenute una “ingiustizia assoluta”, la più parte delle sue ambasce).

Vittorio Sgarbi durante una delle più recenti uscite pubbliche. Foto: profilo Facebook di Vittorio Sgarbi
Vittorio Sgarbi durante una delle più recenti uscite pubbliche. Foto: profilo Facebook di Vittorio Sgarbi

Naturalmente qualcuno, con compiaciuto puntiglio da burocrate, si premurerà di rammentare che l’assoluzione sul dipinto di Manetti non è definitiva, che la sentenza di assoluzione per il caso di danno erariale è stata emessa dalla sezione giurisdizionale di primo grado della Corte dei Conti, e che ogni procura ha la possibilità di presentare ricorso in appello e per il caso del dipinto di Manetti è già stato fatto. È vero, nessuno dei procedimenti può ancora dirsi definitivamente concluso. Forse però si potrebbe azzardare l’esecrabile imprudenza di allontanare lo sguardo dalle vicende giudiziarie e posarlo, piuttosto, sui metodi attraverso cui le inchieste del Fatto e di Report son state apparecchiate e servite al pubblico. Ecco: se uno guarda ai metodi, allora probabilmente finirà per concludere che le inchieste su Vittorio Sgarbi, più che col giornalismo, hanno qualcosa da spartire con l’intrattenimento, con lo show, con lo sceneggiato a puntate. Si pone allora un non trascurabile problema di responsabilità: quando s’assottiglia il confine tra il giornalismo d’inchiesta e lo show, il giornalista è ancora quel professionista che cerca di risalire alla verità sostanziale dei fatti, o finisce per diventare un mediocre teatrante che costruisce i presupposti per un sentenza emotiva prima ancora che arrivi quella giudiziaria, ben sapendo, peraltro, che le sentenze emotive son più refrattarie ai ricorsi di quelle emesse dalla magistratura?

Si potrà convenire sul fatto che il giornalismo-show rischi di produrre l’effetto d’orientare in maniera più o meno larvata le percezioni del pubblico. Gli appostamenti fuori dalle mostre, gl’inseguimenti dopo le inaugurazioni, i tappeti musicali con le note della Pantera Rosa, le domande provocatorie, i dissotterramenti di cose di venti, trenta, quarant’anni fa, gli articoli in cui si son spacciate per interessanti le rivelazioni dell’ex autista, dell’ex social media manager, di altri ex presunti manutengoli poi ravvedutisi e divenuti improvvisati collaboratori di giustizialismo. Del resto mica capita tutti i giorni d’avere tra le mani un buratto così visibile e così succulento, di quelli che ti garantiscono mesi di articoli e di ascolti, e quando ti capita non ti par vero di disporre di tanta copia di materiale utile a produrre una valida alternativa a Netflix a uso e consumo dell’onesto cittadino. È che però si fa fatica a qualificare tutto questo come giornalismo.

Più che a una temeraria forma di giornalismo d’inchiesta, tutta questa pressione mediatica su Vittorio Sgarbi s’è ritrovata a somigliare, semmai, a un grandguignol dell’informazione per piccoloborghesi perbenisti con le terga incollate al divano, a un genere d’intrattenimento fabbricato per il sollazzo d’un pubblico moralista che osserva con compiaciuto favore i pestelli, i frullatori, gli elettromulini, le macine, le ruote dentate, tutto l’attrezzario per lo sminuzzamento (e vale lo stesso anche per il massacro, certo non meno imbecille, che sta riducendo in detriti quel che resta dell’immagine pubblica di Sigfrido Ranucci), al corrispettivo d’un Temptation Island immaginato per quell’uditorio che marca il territorio professando la sua avversità ai reality e mettendosi in coda ai festival culturali, ma che poi non si perde una puntata del serial su Sgarbi (per inciso, non è che sei estraneo ai meccanismi di Temptation Island solo perché stai finendo di leggere il secondo volume della Recherche in lingua originale: sei uguale identico a quello che s’appassiona agli amori di Sara e Gabriele, è solo che quello stesso tipo d’intrattenimento, nel tuo caso, cercano di chiamartelo “giornalismo investigativo”). Tutto legittimo, ovviamente, e poi questo genere di macinatura diverte. Forse anche troppo: non è che se il giornalismo diventa spettacolo poi finisce che il pubblico s’accorgerà di preferire l’originale e dovremo tutti cambiare mestiere?



Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Ha scritto i libri Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore, 2025) e Immagini del potere. Arte e propaganda da Augusto a Trump (Giunti editore, 2026). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).




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