Lo stile di Lorenzo Lotto in cinque capolavori

La nota

2013, Sesta puntata

Attraverso la lettura di cinque grandi capolavori di Lorenzo Lotto che vanno dagli esordi a Treviso del pittore veneziano fino agli anni Venti e al suo lungo soggiorno bergamasco, Anselmo ci propone un'analisi dello stile originalissimo e innovativo di un grandissimo pittore, a lungo dimenticato dalla critica e oggi giustamente posto tra i grandi nomi della storia dell'arte italiana.

Lorenzo Lotto è uno dei pochi artisti di cui, grazie alla conservazione di numerosissima documentazione, anche “privata” (si pensi al “Libro di spese diverse”), possiamo ricostruire in modo efficace la personalità. Il ritratto che ne scaturisce è quello di un uomo tormentato, il cui grande talento non trovò mai pieno riconoscimento presso gli ambienti più abbienti costringendolo così a girovagare lavorando spesso in territori di provincia. Non sappiamo nulla della formazione dell'artista, nato a Venezia intorno al 1480, la sua prima attestazione ufficiale è quale testimone in un atto notarile vergato a Treviso il 10 giugno 1503. Lorenzo è indicato come “Ser Laurentio Loto q. ser Thome de Venetiis, pictore Travisi”. Questo sta ad indicare come Lotto risiedesse da qualche anno a Treviso e fosse persona conosciuta nella comunità, altrimenti non sarebbe stato scelto come testimone.

Nella chiesa parrocchiale di Santa Cristina al Tiverone, collocata a Quinto di Treviso, nei dintorni della città veneta, si conserva la prima opera conosciuta di Lorenzo, realizzata tra il 1504 ed il 1505: si tratta della pala raffigurante la Madonna col Bambino tra i santi Pietro, Cristina, Liberale e Girolamo, corredata da una cimasa raffigurante “Cristo morto sul sarcofago sorretto da due angeli” che, come ha notato Giovanni Carlo Federico Villa nel catalogo della mostra lottesca tenutasi a Roma due anni fa, rappresenta “un'attenta e sentita parafrasi delle Pietà del maestro Giovanni Bellini”.

L'anno successivo Lorenzo si trasferisce a Recanati per realizzarvi il maestoso polittico commissionatogli dai frati domenicani e dedicato al loro fondatore. L'opera, pagata 700 fiorini (cifra ragguardevole per un giovane pittore), sarà stata terminata presumibilmente entro il 15 giugno 1508, giorno in cui si festeggia il patrono di Recanati, o al più tardi per il 4 agosto, festa di san Domenico. Il grande complesso venne posto sull'altare maggiore della chiesa conventuale ove rimase per secoli fino a quando, prima del 1834 (anno in cui il marchese Amico Ricci lo vide già smontato), venne smontato e trasferito in sacrestia. Nel 1890 il polittico verrà trasferito nella Pinacoteca di Recanati, dove nel 1912 verrà ricomposto in una cornice in stile rinascimentale, da questo riallestimento fu esclusa la predella (descritta da Vasari nel 1568) in quanto probabilmente all'epoca era già dispersa. Seppure la pala presenti una struttura divisa in scomparti, uso un poco provinciale, questa dà occasione a Lotto di realizzare, sempre secondo Villa, “una struttura spaziale articolata per volumi lucidi e definiti dalla luce, che entra da destra e conferisce unità all'architettura monumentale ove i santi compongono una piramide prospettica”.

Osservando attentamente il dipinto emerge inoltre la grande capacità di Lorenzo di prodursi in una stupefacente campionatura di “tipi” umani. Guardiamo ad esempio i due putti musicanti che, posti ai piedi del trono della Madonna, cessano di suonare e si voltano rapidi verso san Domenico che sta ricevendo lo scapolare dalla Vergine. Notiamo anche l'aria stanca di san Vincenzo Ferrer ed il fervore con cui prega san Pietro martire. Il polittico marchigiano procura a Lorenzo grande notorietà, grazie ad esso viene chiamato a Roma per lavorare alla decorazione delle nuove stanze del Palazzo Apostolico. L'artista lavorerà in quegli ambienti che saranno poi noti come “stanze della Segantura”, affrescati da Raffaello. I pagamenti, cominciati a marzo, terminano però già a settembre.

Una stagione brevissima di cui non permarranno opere (nulla rimane degli affreschi realizzati dal Lotto), ma che lascerà una traccia nella produzione dell'artista la quale, dopo il 1510, mostrerà una meditazione sul lavoro di Raffaello e, come nota Villa, “un maturo e autonomo confronto con i maestri toscani e centroitaliani direttamente conosciuti”. La Roma di quegli anni rappresenta un ambiente vivacissimo, vi operano Bramante, Bramantino, Raffaello, Cesare da Sesto, Sodoma, Michelangelo, Peruzzi, ma Lorenzo, “homo poco avventurato”, come lui stesso si definisce, è schivo, solitario e non riesce a ricavarsi un suo spazio. Decide pertanto di lasciare la Città Eterna per tornare al nord, ma si trova in mezzo alla guerra della Lega di Cambrai, il territorio è perciò preda di un'insicurezza diffusa e ciò contribuisce al suo perenne girovagare interrotto solo da soggiorni in centri cosìddetti “minori” come ad esempio Bergamo.

Nella città lombarda è documentato per la prima volta il 15 maggio 1513, giorno in cui stipula il contratto per una grande pala destinata alla chiesa dei Santi Stefano e Domenico, la cosiddetta “Pala Martinengo” (la cui tavola principale si conserva oggi nella chiesa di San Bartolomeo a Bergamo mentre la cimasa e la predella sono divise fra il Szépm?vészeti Múseum di Budapest e l'Accademia Carrara di Bergamo). Nel dipinto una fitta schiera di santi attornia la Vergine, assisa su un alto trono dietro cui si diparte un colonnato che conduce verso una parete di fondo, immersa nell'oscurità. Ai piedi del trono due putti giocano con un manto mentre, all'estrema sinistra della scena, san Sebastiano volge il suo sguardo verso il fedele per invitarlo ad unirsi ai santi in conteplazione. Lotto vivrà a Bergamo, senza sostanziali interruzioni, per undici anni, trascorrendovi forse il periodo più felice della sua vita. Nel 1521, per la chiesa di San Bernardino in Pignolo nella medesima città, dipinge la “pala di San Bernardino”, opera di sublime qualità in cui, sotto un telo retto da angeli, dipinti con uno straordinario senso prospettico, la Madonna presenta quattro santi ad un Bambino smorfiosetto e capriccioso. Nel quadro vi sono brani di grande vividezza, basti vedere l'angelo posto ai piedi del trono, quasi seccato perché è stato distratto dal sopraggiungere dell'osservatore mentre stava annotando qualcosa nel suo libro. Notevolissima anche la figura del sant'Antonio abate che si piega verso il Battista, quasi che, un po' duro d'orecchi, non avesse inteso l'invito del san Giovanni a contemplare Gesù e sua Madre. Mentre san Bernardino da Siena è immerso pienamente nella visione della Vergine, san Giuseppe ha un'aria non partecipe e quasi seccata, come se fosse un vecchio contadino che, tornando a casa dal duro lavoro dei campi si fosse trovato davanti questa straordinaria manifestazione, un contrattempo che ritarda il suo arrivo a casa ed il meritato riposo.

Lotto utilizzerà altre volte questa sua straordinaria capacità di umanizzare i protagonisti dei suoi dipinti, si guardi ad esempio la “Madonna col Bambino e i santi Caterina d'Alessandria e Tommaso” conservata nella Gemäldegalerie del Kunsthistorisches Museum di Vienna. Se non si bada alla presenza dell'angelo che incorona la Vergine quest'opera (la cui collocazione originaria ci è ignota) sembra raffigurare un'elegante colazione sull'erba: i personaggi sono tutti posti sullo stesso piano, non vi è alcuna gerarchia fra di loro e le aureole sono quasi invisibili.

Anselmo Nuvolari Duodo








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