di Redazione 22/10/2026
Categorie: Musei / Argomenti: Musei - Colombia
Il Ministero della Cultura colombiano ha ordinato la rimozione di trenta opere e testimonianze dalla mostra permanente del Museo nazionale di Bogotá, comprese quelle legate ai movimenti femministi e LGBTQ+ e alla storia della sinistra. La decisione ha provocato proteste dei cittadini, critiche da parte di sei musei e un intervento giudiziario per bloccare ulteriori modifiche.
La rimozione di trenta opere e testimonianze storiche dalle sale del Museo nazionale della Colombia, a Bogotá, ha aperto un conflitto sul ruolo delle istituzioni culturali nella costruzione della memoria pubblica. Secondo quanto riportato dalla testata EL PAÍS, la decisione, presa dal Ministero della Cultura Colombiano, ha interessato la mostra permanente Hacer Sociedad (Fare società), dedicata alla storia e alla diversità del Paese, provocando proteste di cittadini, critiche da parte di altre istituzioni museali e un intervento giudiziario per impedire ulteriori cambiamenti.
La vicenda è emersa giovedì, quando i visitatori hanno constatato l’assenza di oggetti, documenti e fotografie precedentemente selezionati dai curatori per raccontare la società colombiana. Tra i materiali rimossi figurano testimonianze legate al movimento LGBTQ+, alle lotte femministe, agli studenti che contribuirono alla Costituzione del 1991 e a due esponenti della sinistra assassinati nel 1990.
Sabato e domenica centinaia di persone si sono radunate davanti all’edificio, un ex panopticon nazionale (un modello di carcere ideale), per contestare la decisione. Le proteste diurne si sono svolte pacificamente, mentre durante la notte la polizia antisommossa ha utilizzato idranti contro i partecipanti e distrutto un’installazione improvvisata composta da torri di mattoni sulle quali erano esposte fotografie dei trenta oggetti rimossi.
La mobilitazione ha coinvolto anche il settore museale. I musei d’arte moderna di Medellín, Cartagena, Barranquilla, Tolima e Roldanillo, sede del Museo Rayo, hanno rivolto un appello alla ministra della Cultura Paola Holguín affinché garantisca l’indipendenza e l’autonomia delle istituzioni artistiche. Secondo i musei, la rimozione è avvenuta senza rispettare le procedure tecniche previste e in una fase in cui il Museo nazionale era privo di un direttore stabile. Anche il Consiglio internazionale dei musei in Colombia ha contestato l’operazione, definendola una violazione del Codice etico dei musei.
Lunedì mattina un giudice di Bogotá ha ordinato al governo di non apportare ulteriori modifiche e di conservare le opere rimosse. La sera precedente, mentre il museo era ancora presidiato dalla polizia antisommossa, Holguín ha affrontato la rimozione senza chiarire i criteri utilizzati per selezionare i materiali né le ragioni dell’improvvisa operazione, che ha lasciato vuoti sulle pareti delle sale. La ministra si è limitata a dichiarare che il Ministero sta riesaminando l’impostazione curatoriale del museo.
La decisione si inserisce nel quadro dello scontro politico e culturale avviato dal presidente colombiano Abelardo de la Espriella, entrato in carica il 7 agosto. Lo stesso giorno della rimozione, il presidente aveva pronunciato un discorso al Ministero della Cultura dichiarando guerra alla cultura progressista, definita “woke”. De la Espriella accusa questa visione di negare le differenze biologiche tra uomini e donne, glorificare i terroristi e falsificare la storia riducendola al conflitto tra oppressori e oppressi.
Come riferisce ancora la testata, dopo le proteste, Holguín non ha mostrato segnali di voler rivedere la decisione. Al contrario, in un messaggio pubblicato domenica sera ha accusato i promotori delle manifestazioni di aver trasformato la cultura in uno strumento di decostruzione storica, glorificazione del crimine e rivittimizzazione delle vittime. La dichiarazione era rivolta al precedente governo, guidato da Gustavo Petro, al quale l’attuale amministrazione rimprovera di aver attribuito a determinati oggetti un valore simbolico che, a suo giudizio, non corrisponderebbe alla loro effettiva rilevanza storica, ma rifletterebbe una specifica ideologia.
Tra gli oggetti contestati figura il cappello di Carlos Pizarro, comandante della guerriglia M-19, che firmò un accordo di pace nel 1989 e fu assassinato pochi mesi dopo, mentre era candidato alla presidenza, a bordo di un aereo. Petro, che in passato aveva fatto parte dell’M-19, non ha partecipato alla manifestazione, alla quale erano invece presenti alcuni suoi ex ministri, tra cui l’ex ministra dell’Ambiente Susana Muhamad. Le critiche alla rimozione non sono arrivate soltanto dalla sinistra. La decisione ha suscitato reazioni anche negli ambienti liberali e in settori della destra tradizionale, come dimostrano lettere pubbliche sottoscritte da decine di personalità.
Per alcuni analisti, lo scontro colombiano si inserisce in una contesa internazionale sul rapporto tra potere politico e narrazione storica nei musei. Negli Stati Uniti, Donald Trump ha intrapreso una lunga disputa con lo Smithsonian Institution, accusandolo di essersi allontanato dai valori americani e occidentali, soprattutto nel modo di affrontare la storia del razzismo. In Argentina, a febbraio, il presidente Javier Milei ha chiesto che la sciabola dell’eroe dell’indipendenza José de San Martín fosse trasferita dal Museo storico nazionale a un’unità militare, ritenendola più adatta alla sua conservazione. In Cile, il partito del presidente José Antonio Kast ha promosso il progetto di un Museo della verità volto a rivalutare il colpo di Stato del 1973 guidato da Augusto Pinochet.
Il caso del Museo nazionale colombiano riporta così al centro una questione che riguarda direttamente le istituzioni culturali: chi decide quali oggetti meritano di essere esposti e quali vicende devono entrare nella memoria collettiva? La selezione museale quindi non riguarda soltanto la conservazione delle testimonianze, ma anche il modo in cui una società rappresenta il proprio passato.
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