di Anna de Fazio Siciliano 16/10/2026
Categorie: Opere e artisti / Argomenti: Arte e guerra - Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea - Roma - Seconda Guerra Mondiale
Il rastrellamento del 16 ottobre 1943 e il saccheggio della Biblioteca della Comunità Israelitica segnarono Roma durante l’occupazione nazista. E proprio in quel momento, Palma Bucarelli sfidava i pericoli della guerra per sottrarre i capolavori alla distruzione. Anna De Fazio Siciliano ripercorre questa storia.
“Quando arrivò a Roma l’ultima spedizione dalle Marche, alcune delle opere più insigni furono tolte dalle casse in una sala di Palazzo Venezia, per riscontrarne le condizioni prima di trasportarle in Vaticano. Non mi piace la retorica, ma debbo dire che eravamo commossi. Guardavamo le opere, finalmente al sicuro dopo tanto trepidare, come fossero ancora più nostre, la parte più viva di noi […]. Arrivò in quel punto un fonogramma del Ministero di Padova, irritatissimo: deplorava che funzionari ‘non in attività di servizio’ avessero trasportato ‘arbitrariamente’ a Roma opere d’arte e li richiamava alla grave responsabilità da essi assunta. Ci guardammo sorridendo: era la più bella medaglia che si potesse appuntare al petto dei salvatori. Le opere erano lì, il resto non contava. Si continuò a fare i trasporti finché si poté, fino alla liberazione di Roma”. Questo lacerto di parole trepidanti, estrapolato da centinaia di appunti appassionati, lo ha scritto una donna.
È il 1944. La dichiarazione di Roma come “Città aperta” si è rivelata mendace nei fatti. Roma che è il cuore pulsante del nostro patrimonio, avrebbe dovuto essere difesa, preservata. E invece fu violata, bombardata e depredata.
Quanto coraggio servì, quindi, per opporsi a quel destino? Quanta determinazione fu necessaria per Palma Bucarelli per muoversi tra quelle macerie sfidando le bombe? Cosa agitava l’animo della direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, mentre affidava ai suoi taccuini la cronaca del suo lavoro? Una professione e un ruolo considerato spesso al riparo nelle stanze di un museo si era trasformato all’improvviso in una trincea.
Riavvolgiamo il nastro. Già un anno prima, a Roma, si era scatenato l’inferno. Non fu soltanto il disastroso bombardamento dello storico quartiere di San Lorenzo. È il 16 ottobre dello stesso anno: il terrore stringe d’assedio il Ghetto ebraico. Tra il Portico di Ottavia e la fontana delle Tartarughe, poco prima dell’alba, le SS rastrellano le famiglie ebree nel sonno. È un’operazione spietata: 1.259 persone vengono arrestate. Due giorni dopo, 1.022 ebrei (tra cui 200 bambini) stipati in vagoni merci alla stazione Tiburtina, partono per Auschwitz-Birkenau. Da lì faranno ritorno soltanto in 16: quindici uomini e una sola donna, Settimia Spizzichino.
Nelle stesse ore, un’unità speciale nazista saccheggia la Biblioteca della Comunità Israelitica, trafugando oltre 10.000 volumi rari, incunaboli e codici miniati. Un patrimonio prezioso spedito in Germania e mai più restituito. Roma, così, fu violata due volte: prima con la razzia di vite umane, poi con il furto della memoria.
Mentre le famiglie venivano rastrellate, i nazisti cercavano le carte della biblioteca non per semplice avidità, ma con la sistematica volontà di cancellarne la storia. Nel clima d’assedio che avvolgeva la capitale, tra rastrellamenti, perquisizioni e bombardamenti, i musei diventarono vere trincee. La “Roma città aperta” immortalata da Roberto Rossellini (in quel capolavoro girato non a Cinecittà, trasformata allora in campo profughi, ma nel vecchio teatro Capitani dietro via del Tritone) era il ritratto di un corpo ferito e dolente.
È in questo scenario drammatico che si muove la figura di Palma Bucarelli. Romana d’origine, direttrice della GNAM dal 1939, non esitò a mettere a rischio la propria vita, organizzando il trasferimento clandestino a Palazzo Farnese a Caprarola di 672 dipinti e 63 sculture, scortando lei stessa i convogli. Ma il suo temerario amore per l’arte non si fermò lì: nell’aprile del 1941, sfidando il ministro Bottai, decise di riaprire la Galleria al pubblico. In un Paese stremato dalla guerra, regalare una parvenza di normalità significava molto più che esporre quadri: era un gesto politico, un modo per custodire un barlume di speranza per l’umanità. Tra il settembre del 1941 e il febbraio del 1942, con ventidue viaggi a bordo di camion di fortuna o della sua piccola Topolino, trasportò centinaia di opere. Talvolta restò a dormire all’interno del museo per vegliare sulle opere rimaste in città.
Dopo l’8 settembre 1943, quando anche il rifugio di Caprarola diventò insicuro, la Bucarelli cambiò strategia. L’ordine del governo era di trasferire le opere al Nord. Lei disubbidì. Ottenuta la protezione di papa Pio XII, riportò le tele a Roma, nel segreto di Castel Sant’Angelo.
A sorreggere quell’operazione fu Eugenio Pacelli. Il pontificato di Pio XII resta ancora oggi al centro di accesi dibattiti storici: se da un lato la sua prudenza diplomatica gli impedì di condannare apertamente la Shoah (una cautela motivata dal timore di scatenare ritorsioni ancora più feroci nei territori occupati), dall’altro lato, studi recenti hanno riportato alla luce una complessa rete di accoglienza sotterranea da lui coordinata. Stando a queste carte, il papa aprì le porte di conventi, parrocchie e palazzi vaticani non soltanto ai capolavori dell’arte, ma ai perseguitati in fuga.
Palma Bucarelli non fu sola in questa battaglia. In tutta Italia emergevano figure eroiche: da Pasquale Rotondi, che trasse in salvo i tesori veneti e marchigiani nelle rocche del Montefeltro, a Fernanda Wittgens a Milano, fino a Rodolfo Siviero e Augusto Campana. Nei suoi taccuini, la Bucarelli annotava con lucidità la drammaticità di quelle ore: “Ogni giorno poteva essere quello decisivo. Non c’era tempo per attendere disposizioni che non sarebbero comunque arrivate; bisognava agire, assumersi il rischio personale di ogni singola mossa, perché quei quadri erano la nostra storia e non potevano essere lasciati in balia della barbarie. Ci muovevamo tra mille ostacoli, con i mezzi di fortuna che sapevamo procurarci, sfidando i controlli e la paura dei bombardamenti. Ma sapevamo che ogni tela messa in salvo era un frammento di futuro che sottraevamo alla distruzione”.
Oggi come allora, la storia si ripete. I reporter di guerra continuano a rischiare la vita sul campo per documentare la tragedia del nostro presente. E come la Bucarelli affidava i suoi pensieri ai taccuini, oggi c’è chi fotografa, filma e raccoglie testimonianze. Perché la guerra non massacra soltanto le persone: punta dritta al cuore dei popoli. Come possiamo, allora, custodire la memoria del 16 ottobre 1943 di fronte alle macerie del presente, senza scivolare in polemiche strumentali e preservando il rigore e la “verità” della storia? Rievocare il rastrellamento e il saccheggio del Ghetto di Roma non significa tracciare necessariamente un confronto con l’attualità. Confondere l’orrore dello sterminio degli ebrei con la scena contemporanea rischia di svuotare la memoria a puro slogan. Cosa ci trasmettono, dunque, ancora oggi, i diari e l’ostinata determinazione di Palma Bucarelli? Per la prima donna chiamata a dirigere un grande museo statale, proteggere quel patrimonio non fu un semplice dovere d’ufficio, ma un atto d’amore e di resistenza. Significava opporsi alla stessa logica devastatrice che, oggi come allora, scatena guerre, genera violenza e annienta i popoli rubando oltre che i territori, la memoria.
È anche così che si tenta di cancellare una comunità: privandola del diritto di esistere. Un danno che non è certo comparabile alla perdita di vite umane, ma che rimane un tentativo feroce di cancellazione del patrimonio visivo, dello sguardo di un popolo sul proprio passato e sul futuro. Custodire e salvare una traccia, che sia un dipinto, una scultura, un libro o una pietra d’inciampo (come fece Palma Bucarelli) è sempre un gesto rivoluzionario. E ci ricorda che il patrimonio culturale non appartiene a una parte politica o a un territorio: appartiene all’umanità tutta.
Su questo principio si fonda la Carta dell’UNESCO, che dal 1980 tutela il centro storico di Roma, i suoi monumenti e i suoi rioni, compreso il Ghetto Ebraico con il Portico di Ottavia. Nata dalle macerie della seconda guerra mondiale, tra il 1945 e il 1946, l’UNESCO ha legittimato l’idea che la protezione della bellezza sia un dovere verso le generazioni future. Come possiamo dunque non affermare che l’impresa condotta con strenuo coraggio da Palma Bucarelli, e negli anni più bui del Novecento, non abbia anticipato un principio che avrebbe preso forma istituzionale soltanto dopo di lei?
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