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Nove anfore sul fondo del mare: a Camogli (Genova) riemerge un relitto romano perduto

di Redazione 22/10/2026

Categorie: Archeologia / Argomenti: Genova - Archeologia - Archeologia subacquea


Nelle acque dell’Area Marina Protetta di Portofino, i Carabinieri Subacquei hanno individuato nove anfore romane, riaprendo un caso archeologico documentato nel 1959 da Duilio Marcante e verificato nel 1960 con Nino Lamboglia. Ora si pone il problema della tutela del sito.

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Un relitto romano a lungo scomparso è stato nuovamente individuato nelle acque di Punta Chiappa, a Camogli (Genova), nell’Area Marina Protetta di Portofino. Durante un’attività addestrativa, i Carabinieri del Nucleo Subacquei di Genova hanno scoperto un’anfora romana integra di tipo Dressel 1, a oltre quaranta metri di profondità. La successiva collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria e con il suo Servizio Tecnico di Archeologia Subacquea (S.T.A.S.) ha permesso di identificare una concentrazione di reperti compatibile con la presenza di un relitto.

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La prima mappatura ha censito nove anfore, distribuite in uno spazio ristretto lungo le spaccature della falesia. L’individuazione è resa difficile dalla posizione dei manufatti, saldati al fondale roccioso e ricoperti da consistenti concrezioni coralligene. Due anfore, considerate maggiormente esposte al rischio di trafugamento per l’elevata frequentazione subacquea della zona, sono state recuperate.

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Il recupero delle anfore. Foto: Alessandro Grasso
Il recupero delle anfore. Foto: Alessandro Grasso
Il recupero delle anfore. Foto: Alessandro Grasso
Il recupero delle anfore. Foto: Alessandro Grasso
Il recupero delle anfore. Foto: Alessandro Grasso
Il recupero delle anfore. Foto: Alessandro Grasso

Il ritrovamento riapre una vicenda documentata a partire dal 1959. Il 10 novembre di quell’anno, Duilio Marcante (1914-1985), pioniere della subacquea italiana, segnalò alla Soprintendenza alle Antichità della Liguria e al Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina di Albenga la presenza di anfore “incastrate tra le rocce e saldate alle stesse da notevoli ammassi di madrepora e di alghe calcaree”. Durante un’immersione effettuata con i Carabinieri del Nucleo Sommozzatori, Marcante aveva infatti individuato i due esemplari. Una ricognizione dell’area aveva inoltre rivelato altre anfore e un possibile cumulo alla base della falesia, nascosto dai sedimenti fangosi.

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Il 9 novembre, dopo la prima immersione del 7, la squadra era tornata sul posto, recuperando due anfore integre per scongiurare possibili trafugamenti. L’8 e il 9 maggio 1960, Gianni Roghi, collaboratore del Centro di Albenga diretto da Nino Lamboglia (1912-1977), si era immerso nuovamente con Marcante e i Carabinieri per verificare il sito. Del presunto cumulo, tuttavia, non era rimasta traccia. Erano state rinvenute un’anfora legata con una cima sottile, probabilmente predisposta per il trafugamento, e tre anfore frammentarie inglobate nelle concrezioni.

La vicenda era stata ripresa da Lamboglia, considerato il padre dell’archeologia subacquea italiana, negli atti del III Convegno internazionale di archeologia subacquea, svoltosi a Barcellona nel settembre 1961.

Il recupero delle anfore. Foto: Alessandro Grasso
Il recupero delle anfore. Foto: Alessandro Grasso
Il recupero delle anfore. Foto: Alessandro Grasso
Il recupero delle anfore. Foto: Alessandro Grasso

“Nel Novembre del 1959“, sintetizzava Lamboglia, ”il sig. Duilio Marcante, Direttore del Centro Subacqueo Mediterraneo e della Scuola di pesca Subacquea di Genova, provetto sommozzatore e parte attiva nella prima campagna di ricerche del 1958 sulla Nave Romana di Spargi (Sardegna), segnalava l’identificazione di un campo di anfore romane a 45 m di profondità sull’estremità di Punta Chiappa. Le difficoltà della stagione impedivano un’immediata continuazione delle ricerche, ma la notevole profondità e ripidità del fondale sconsigliavano l’intervento della nave Daino, allora al suo primo anno di esperienza, e rimandavano l’impresa sine die. È probabile che nel frattempo il giacimento non sia rimasto immune dagli incettatori clandestini".

Un articolo pubblicato dal Secolo XIX il 18 novembre testimonia inoltre l’interesse dell’Ente provinciale per il turismo, che già allora individuava nel turismo culturale subacqueo una risorsa da valorizzare. Da quel momento, però, il relitto era scomparso dalle ricognizioni. La nuova scoperta pone ora al centro la conservazione del sito. Nonostante la profondità e lo stato di concrezionamento dei reperti, la Soprintendenza ritiene necessario prevedere un monitoraggio costante e una regolamentazione delle immersioni, per proteggere un patrimonio archeologico sommerso esposto alla frequentazione e ai possibili prelievi illeciti.

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