di Redazione 28/10/2026
Categorie: Attualità / Argomenti: Musei - Istat
Il rapporto Bes 2026 dell’Istat fotografa un Paese in cui cresce la frequentazione dei musei, ma restano profonde disuguaglianze territoriali. La spesa pubblica per cultura e paesaggio è sotto la media europea e il patrimonio continua a essere concentrato in pochi grandi poli. I dati.
In Italia i visitatori dei musei sono aumentati dell’8,4% rispetto al 2019, ma le risorse pubbliche destinate alla cultura e al paesaggio restano inferiori alla media europea. È il quadro che emerge dal Rapporto sul benessere equo e sostenibile in Italia (Bes) 2026 dell’Istat, che dedica un capitolo al rapporto tra patrimonio culturale, paesaggio e qualità della vita.
La fotografia restituisce un quadro articolato: alcuni indicatori mostrano segnali di ripresa, ma le differenze territoriali rimangono profonde e diverse criticità ambientali si sono aggravate nell’ultimo decennio. Il patrimonio italiano continua a occupare una posizione di rilievo internazionale, mentre la sua tutela deve fare i conti con risorse limitate, pressione delle attività economiche e trasformazioni del territorio.
Più visitatori nei musei, ma l’offerta resta concentrata
Nel 2025 le strutture espositive aperte al pubblico in Italia, tra musei, gallerie, aree e parchi archeologici, monumenti e complessi monumentali, erano circa 4.700. Il loro numero è aumentato del 5,9% rispetto al 2022, pur restando inferiore al livello precedente alla pandemia. La frequentazione, invece, ha superato del 30,5% quella del 2022 e dell’8,4% quella del 2019.
La crescita dei visitatori non ha però modificato la distribuzione geografica dell’offerta culturale. L’indicatore Istat che misura la densità delle strutture espositive tenendo conto anche del numero dei visitatori raggiunge nel 2025 il valore di 2,21 strutture ponderate per 100 chilometri quadrati nel Centro, di 1,85 nel Nord e di 0,95 nel Mezzogiorno. Rispetto al 2022, l’indicatore è cresciuto rispettivamente del 2,8%, dell’8,2% e del 5,6%.
Le differenze sono ancora più evidenti osservando i dati regionali. Il Lazio registra un valore di 6,79 strutture ponderate per 100 chilometri quadrati, seguito dalla Campania con 3,53 e dalla Toscana con 2,99. Lombardia e Veneto si attestano entrambe intorno a 1,80.
La concentrazione dei valori più elevati nei territori che ospitano i principali poli del turismo culturale rimane dunque un tratto caratteristico del sistema italiano. Il recupero della frequentazione museale non coincide, infatti, con una distribuzione uniforme delle strutture e della loro capacità di attrarre visitatori.
La spesa per la cultura cresce, ma l’Italia resta sotto la media europea
Un altro dato significativo riguarda le risorse pubbliche destinate alla cultura e al paesaggio. Nel 2024 la spesa pubblica italiana per i servizi culturali e la protezione della biodiversità e del paesaggio è stata pari allo 0,48% del Pil, contro una media dell’Unione europea dello 0,57%. Nella graduatoria dei 27 Stati membri, l’Italia si colloca al ventesimo posto, davanti alla Germania ma dietro alle altre grandi economie considerate nel rapporto: la Francia destina a queste voci lo 0,70% del Pil, mentre la Spagna lo 0,64%.
Nel decennio 2014-2024 la spesa italiana è comunque aumentata del 49,6% a prezzi correnti, un incremento inferiore a quello registrato complessivamente nell’Unione europea, pari al 54,6%.
Anche i bilanci comunali mostrano una crescita, ma con differenze territoriali marcate. Nel 2024 la spesa corrente dei Comuni per la tutela e la valorizzazione dei beni e delle attività culturali e paesaggistici è salita a 23,5 euro per abitante, un euro in più rispetto al 2023 e 6,2 euro in più rispetto al minimo del 2020. Rispetto al 2014, quando la spesa era di 18,9 euro pro capite, l’aumento è stato del 24,3%.
La quota di questa voce sulla spesa corrente complessiva delle amministrazioni comunali è però scesa dal 2,8% al 2,7%. Soprattutto, la media nazionale nasconde uno squilibrio rilevante: i Comuni del Nord spendono 29,3 euro per abitante e quelli del Centro 28,6, mentre nel Mezzogiorno la cifra si ferma addirittura a 12,5 euro.
A livello regionale, il divario è ancora più ampio. Il valore minimo è quello della Campania, con appena 6,4 euro pro capite, meno di un decimo della Provincia autonoma di Bolzano che raggiunge 65,3 euro e guida la graduatoria. Tra le Regioni a statuto ordinario, il valore più alto spetta alla Toscana, con 38 euro per abitante. Il rapporto segnala che nelle Regioni e Province autonome le competenze comunali in materia culturale possono essere più ampie rispetto a quelle previste nelle Regioni a statuto ordinario: un elemento da considerare nel confronto.
Il paesaggio rurale tra tutela e trasformazioni
Il patrimonio culturale italiano non coincide con monumenti e musei. Una parte importante della sua identità è legata ai paesaggi rurali, alle pratiche agricole tradizionali e agli equilibri tra attività umane e territorio.
In questo ambito, il Registro nazionale dei paesaggi rurali storici e delle pratiche agricole tradizionali, istituito nel 2012 dal Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, comprende 34 paesaggi e 8 pratiche agricole distribuiti in 16 regioni. La Toscana è la regione più rappresentata, con sette paesaggi e una pratica agricola.
Tra le iscrizioni più recenti figurano, nel 2025, il paesaggio del “bosco di mandorli e d’olivi” e i giardini d’agrumi della Valle dei Templi d’Agrigento. Nel 2026 sono stati aggiunti “Terre di Calenzano: ville fattoria, olivete tradizionali e boschi”, in Toscana, l’allevamento brado di bovini ed equini maremmani a conduzione buttera, tra Lazio e Toscana, e la tracciatura del solco dritto, in Campania. A livello internazionale opera anche il programma GIAHS della Fao, dedicato ai sistemi del patrimonio agricolo di rilevanza mondiale, che individua e tutela paesaggi di interesse estetico e storico-culturale caratterizzati da una significativa biodiversità. In Italia sono stati riconosciuti tre siti: i vigneti tradizionali di Soave, in Veneto, nel 2018; gli oliveti dei pendii tra Assisi e Spoleto, in Umbria, nello stesso anno; e i limoneti e il sistema agricolo terrazzato di Amalfi, in Campania, nel 2025.
Il rapporto segnala tuttavia che il paesaggio rurale continua a essere sottoposto a trasformazioni significative. Gli indicatori relativi all’erosione dello spazio rurale, aggiornati su base decennale, mostrano un peggioramento tra il 2011 e il 2021. La quota di territorio nazionale interessata dall’erosione legata all’abbandono e allo spopolamento delle aree rurali è passata dal 35,1% al 38,9%; quella associata all’espansione urbana è cresciuta dal 22,5% al 24,1%.
Sono fenomeni diversi, ma entrambi incidono sulla conservazione dei paesaggi coltivati: da un lato, la dismissione delle attività agricole e lo spopolamento; dall’altro, il consumo di suolo connesso all’urbanizzazione.
Agriturismi, un settore che rallenta ma può crescere al Sud
Anche l’agriturismo rientra tra gli indicatori utilizzati per leggere il rapporto tra economia e paesaggio. Nel 2024 le aziende agrituristiche attive in Italia erano 26.360, con una densità media di 8,7 strutture ogni 100 chilometri quadrati.
Il settore continua a espandersi, ma a un ritmo più contenuto rispetto al passato. Il tasso di crescita annuale è passato dal 4,1% del 2019 allo 0,9% del 2024. La dinamica rimane più vivace nel Mezzogiorno, dove le aziende sono aumentate del 2,5% nell’ultimo anno, mentre al Nord e al Centro la crescita si è fermata allo 0,5%.
Le differenze emergono anche dalla densità territoriale: 4,2 aziende ogni 100 chilometri quadrati nel Mezzogiorno, 9,6 nel Nord e 16,6 nel Centro. La Provincia autonoma di Bolzano registra il valore più elevato, con 46,3 aziende ogni 100 chilometri quadrati. Un’altra area di forte concentrazione comprende Liguria, Toscana, Umbria e Marche, che insieme ospitano il 34,2% delle aziende italiane. In Toscana la densità raggiunge 25,5 strutture ogni 100 chilometri quadrati, mentre nelle Marche è pari a 12.
La crescita del comparto si riflette anche nella produzione economica, aumentata in media del 5,3% annuo a prezzi correnti dal 2014. Nel solo 2024 l’incremento è stato del 3,3%, senza differenze significative tra le ripartizioni geografiche. Gli arrivi hanno raggiunto 4,7 milioni, in crescita del 4,3% sull’anno precedente, con una prevalenza di turisti stranieri, pari al 54,8% del totale. Il rallentamento degli ultimi anni suggerisce una progressiva maturazione del mercato. Tra il 2019 e il 2024, in diverse regioni il numero delle aziende è cresciuto meno che nel quinquennio precedente; in Valle d’Aosta, Umbria, Molise, Calabria e Sardegna si è registrata addirittura una diminuzione delle strutture attive.
Secondo il rapporto, le regioni meridionali conservano margini di crescita maggiori. L’espansione dell’agriturismo potrebbe contribuire all’integrazione del reddito agricolo e al contrasto dell’abbandono delle aree interne, con possibili ricadute positive sulla tutela e sulla valorizzazione del paesaggio rurale.
Ville, parchi e giardini storici: un patrimonio anche ecologico
Il verde storico rappresenta un’altra componente del patrimonio culturale che il rapporto mette in relazione con la qualità degli ambienti urbani. La categoria comprende ville, parchi e giardini di interesse artistico o storico, oltre ad altre aree verdi di particolare valore, tutelate dal Codice dei beni culturali e del paesaggio.
Nei capoluoghi italiani queste aree rappresentano oltre il 10% del verde urbano. Nel 2024 la loro densità era pari a 1,60 metri quadrati ogni 100 metri quadrati di superficie urbanizzata, un valore sostanzialmente stabile rispetto agli anni precedenti. Il massimo regionale si registra in Umbria, con 4,66 metri quadrati ogni 100 di superficie urbanizzata.
Anche in questo caso i dati evidenziano un divario geografico. Nei capoluoghi del Nord la densità media è di 2,13 metri quadrati ogni 100 metri quadrati, con un valore più alto nel Nord-ovest, pari a 2,75. Nel Centro si scende a 1,40 e nel Mezzogiorno a 0,95.
Il verde storico ha quindi una doppia rilevanza: è parte del patrimonio culturale tutelato e contribuisce alla qualità degli ecosistemi urbani. La sua distribuzione, tuttavia, non è uniforme sul territorio nazionale.
Cave e consumo di risorse: la pressione sul territorio
Tra le criticità evidenziate dall’Istat figura anche l’intensità delle attività estrattive. Nel 2023 in Italia sono stati estratti 95,8 milioni di metri cubi di risorse minerali non energetiche, destinate in larga parte al settore delle costruzioni. Oltre il 90% del materiale proveniva da cave, perlopiù coltivate a cielo aperto.
La pressione estrattiva è stata pari a 308 metri cubi per chilometro quadrato, lo stesso valore dell’anno precedente e poco al di sotto del massimo di 310 registrato nel 2021. Nel decennio 2014-2023 sono stati estratti in media 2.840 metri cubi di materiale per ogni chilometro quadrato di territorio nazionale. Si tratta soprattutto di calcare, sabbia e ghiaia, che nel 2023 rappresentavano rispettivamente il 38% e il 37,3% del volume delle risorse estratte dalle cave.
L’intensità dell’estrazione varia sensibilmente da una zona all’altra. Nel Nord-ovest raggiunge 421 metri cubi per chilometro quadrato e in Lombardia sale a 598. Nel Nord-est il valore medio è di 302, mentre nel Centro arriva a 338, con punte di 474 in Umbria e 432 in Veneto. Sud e Isole presentano valori inferiori, rispettivamente pari a 239 e 252 metri cubi per chilometro quadrato. Dopo la pandemia, tuttavia, Calabria e Sardegna hanno registrato incrementi significativi, del 63,4% e del 53,2% rispetto al 2020.
Nel confronto europeo, l’Italia presenta un’intensità di estrazione interna di risorse non energetiche inferiore alla media dell’Unione europea nel periodo considerato: circa 758 tonnellate per chilometro quadrato all’anno, contro 829. Il dato è calcolato in unità di massa, mentre l’indicatore nazionale utilizzato per misurare la pressione estrattiva è espresso in volume.
Gli incendi boschivi aumentano soprattutto nel Mezzogiorno
Il peggioramento più netto tra gli indicatori ambientali riguarda gli incendi boschivi. Nel 2025 la superficie forestale percorsa dal fuoco è stata pari a 2,9 chilometri quadrati ogni mille chilometri quadrati di territorio, contro 1,8 nel 2024. L’aumento è del 66,9%.
Il valore resta comunque inferiore ai picchi superiori a 5 per mille registrati nel 2017 e nel 2021, oltre che alla media degli altri Paesi dell’Europa meridionale appartenenti all’Unione europea, che nel 2025 ha raggiunto 7,7 per mille. Il confronto richiede però cautela, perché le stime europee e quelle italiane utilizzano metodi di rilevazione differenti.
L’incremento del 2025 assume particolare rilievo perché, secondo il rapporto, le condizioni meteorologiche favorevoli allo sviluppo degli incendi non differivano sostanzialmente da quelle dell’anno precedente. L’aumento della superficie bruciata non può quindi essere attribuito interamente alle condizioni ambientali e suggerisce un possibile intensificarsi dei fattori di origine antropica. L’Istat richiama inoltre la vulnerabilità degli ecosistemi forestali mediterranei e i rischi associati al riscaldamento globale.
La situazione è particolarmente critica nel Mezzogiorno, dove la superficie percorsa dal fuoco è quasi raddoppiata, raggiungendo 6,5 chilometri quadrati ogni mille chilometri quadrati. In Sicilia l’indicatore sale a 12,5 per mille e in Calabria a 10,7, valori superiori anche alla media del decennio 2015-2024. Livelli superiori alla media decennale si registrano inoltre in Campania e, soprattutto, in Puglia e Basilicata.
Nel Centro il dato è invece sceso dall’1,5 all’1,2 per mille, mentre nel Nord è rimasto stabile allo 0,1. Liguria e Sardegna figurano tra le regioni che hanno registrato le diminuzioni più marcate.
Secondo le stime richiamate nel rapporto, soltanto circa il 2% degli incendi che interessano almeno un ettaro di superficie in Italia è innescato da cause naturali; gli altri sono attribuiti all’uomo, intenzionalmente o accidentalmente.
La percezione del paesaggio cambia tra città e piccoli comuni
Gli indicatori sulla percezione dei cittadini restituiscono un quadro altrettanto differenziato. Nel 2025 il 21,4% delle persone di almeno 14 anni si è dichiarato insoddisfatto del paesaggio del luogo in cui vive, ritenendolo interessato da un evidente degrado. Il dato è in lieve calo rispetto al 22,2% del 2024, dopo tre anni consecutivi di crescita, e torna sui livelli precedenti alla pandemia.
Il miglioramento, però, non riguarda allo stesso modo tutti i territori. Nei piccoli comuni, fino a 2.000 abitanti, la quota degli insoddisfatti è scesa all’11,3%, con una diminuzione di 3,4 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Nei comuni centro delle aree metropolitane, al contrario, raggiunge il 34,7%, contro il 24,3% dei comuni periferici delle stesse aree.
Anche la distribuzione geografica è significativa. Nel Mezzogiorno l’insoddisfazione interessa il 27,5% della popolazione, con un massimo del 35,3% in Campania. Nel Centro si attesta al 21,8%, ma nel Lazio sale al 28,6%. Al Nord la quota scende al 16,8%, fino al minimo dell’8,9% nella Provincia autonoma di Trento.
Le differenze legate all’età e al livello di istruzione sono più contenute. L’insoddisfazione raggiunge il 24,6% tra le persone di 35-44 anni e il 23,4% tra i laureati.
Diverso, ma complementare, è l’indicatore relativo alla preoccupazione per il deterioramento del paesaggio, che misura l’attenzione verso la sua tutela e verso il consumo di suolo. Nel 2025 la quota di persone preoccupate è salita al 13,6%, con un aumento di 0,7 punti percentuali rispetto al 2024.
Il valore rimane inferiore a quello del 2013, quando l’indicatore era pari al 17,3%, ma superiore al minimo storico dell’11,8% registrato nel 2022. Il rapporto collega quella flessione anche alla maggiore presenza nel dibattito pubblico di altre questioni ambientali, in particolare il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità, la cui rilevanza percepita era aumentata nel decennio precedente.
La preoccupazione per il deterioramento del paesaggio è più diffusa al Nord, dove raggiunge il 15,7%, con un massimo del 22,3% nella Provincia autonoma di Bolzano. Nel Mezzogiorno scende all’11%, fino al minimo del 6,2% in Basilicata. Rispetto all’insoddisfazione per il paesaggio del luogo di vita, questo indicatore presenta differenze più contenute tra le diverse tipologie di comuni e tra le fasce di popolazione.
La combinazione dei due dati evidenzia una differenza territoriale rilevante: nel Mezzogiorno la maggiore percezione del degrado convive con una minore preoccupazione dichiarata per il deterioramento del paesaggio; al Nord, e in particolare nelle regioni montane, a un giudizio mediamente più positivo sul luogo in cui si vive corrisponde una maggiore attenzione alla sua conservazione.
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