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Verona, smantellata una rete di tombaroli: sequestrati oltre 800 reperti archeologici

di Redazione 15/10/2026

Categorie: Attualità / Argomenti: Archeologia - Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale


I Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale hanno eseguito otto perquisizioni coordinate dalla Procura di Verona. L’indagine ha ricostruito un sistema organizzato di scavi clandestini e vendita illecita di monete antiche, con canali di distribuzione online e sul mercato numismatico locale.

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L’operazione Eridanos ha portato allo smantellamento di una rete criminale dedita agli scavi archeologici clandestini e al traffico illecito di reperti e monete antiche. Nei giorni passati i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale (TPC) di Roma, con il supporto dei colleghi dei nuclei di Venezia, Udine, Monza e Bologna e dei Comandi provinciali dell’Arma territoriale di Verona, Rovigo, Mantova e Rimini, hanno eseguito otto decreti di perquisizione nei confronti di altrettante persone, ritenute responsabili, a vario titolo, di furto e ricettazione di beni culturali e di ricerche archeologiche non autorizzate.

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L’attività costituisce la fase conclusiva di un’articolata indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Verona, avviata nel marzo 2026 a seguito del monitoraggio della rete da parte dei Carabinieri del TPC di Roma. I militari avevano individuato l’attività anomala di un utente su una nota piattaforma di vendita online, dove venivano pubblicate inserzioni con descrizioni generiche, utilizzate per mascherare transazioni illecite. Attraverso questo sistema, l’indagato riusciva a spedire in forma anonima lotti di monete antiche appena scavate, raggiungendo acquirenti italiani e stranieri e aggirando le normative vigenti.

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Un passaggio decisivo per ricostruire l’organizzazione risale al 15 giugno 2026, quando una perquisizione eseguita dai Carabinieri del Nucleo TPC presso l’abitazione dell’utente aveva consentito di rinvenire e sequestrare diversi reperti archeologici e attrezzature tecniche utilizzate per gli scavi. Gli accertamenti successivi hanno permesso di delineare una rete strutturata, nella quale ogni componente svolgeva un compito specifico: dai cosiddetti tombaroli, incaricati materialmente delle ricerche clandestine, agli intermediari e ai ricettatori che si occupavano della circolazione e della vendita dei beni.

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Foto: Pixabay | djedj
Foto: Pixabay | djedj

Gli scavi si concentravano soprattutto nel Veronese, nel Mantovano e lungo l’asta del Canal Bianco, nel Rodigino. Le attività erano precedute da una pianificazione accurata: i membri del gruppo consultavano pubblicazioni storiche specializzate e incrociavano le informazioni con coordinate GPS per individuare siti antichi non ancora sottoposti a vincolo. Le ricerche venivano condotte durante la notte, con metal detector e strumentazioni specifiche per lo scavo. L’organizzazione poteva inoltre contare sulla collaborazione di alcuni basisti locali, incaricati di segnalare i terreni agricoli appena arati, considerati particolarmente adatti alla ricerca di reperti, e di indicare le aree meno controllate, nelle quali risultava più agevole eludere le verifiche delle Forze dell’Ordine.

Accanto alla vendita attraverso le piattaforme digitali, gli investigatori hanno individuato un secondo canale di distribuzione legato al mercato numismatico locale. Il materiale archeologico veniva infatti conferito presso un esercizio commerciale del Mantovano, che avrebbe svolto la funzione di punto di riferimento per la stima, lo stoccaggio e la monetizzazione dei reperti illeciti, contribuendo a dissimularne la provenienza. L’operazione ha consentito di recuperare un consistente insieme di beni di interesse archeologico. Tra questi figurano 400 tessere musive riconducibili a una pavimentazione in mosaico di età romana e 311 monete antiche, realizzate in metalli di diversa natura e di varie dimensioni. È stata inoltre recuperata una scultura in bronzo raffigurante Giove, divinità maschile del pantheon romano.

Il materiale sequestrato comprende anche 489 reperti archeologici in metallo e materiale fittile, tra cui fibule, borchie, anelli e frammenti ceramici, oltre a 30 selci lavorate di interesse archeologico. Nel corso delle attività sono state infine recuperate le attrezzature impiegate nelle ricerche clandestine: cinque metal detector, tre pin pointer, strumenti utilizzati per localizzare con maggiore precisione gli oggetti metallici individuati nel terreno, e diversi arnesi da scavo.

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