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“I santuari devono trasformare i turisti in pellegrini”: intervista a frate Francesco Piloni

Categorie: Interviste / Argomenti: Assisi - Turismo - Viaggi - san Francesco


Conciliare l’accoglienza dei visitatori con la tutela della dimensione spirituale dei luoghi sacri: frate Francesco Piloni, guardiano del santuario di San Damiano ad Assisi e presidente della Fondazione San Francesco, in questa intervista con Noemi Capoccia riflette sul rapporto fra turismo e fede, sul ruolo delle comunità religiose, sulla pastorale dei santuari.

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Frate Francesco Piloni, frate minore, è guardiano del santuario di San Damiano ad Assisi e presidente della Fondazione San Francesco. La sua esperienza nei luoghi francescani lo porta a confrontarsi quotidianamente con una questione sempre più attuale: come accogliere il crescente numero di visitatori senza perdere la natura spirituale dei luoghi di culto. Il santuario di San Damiano ad Assisi, legato alla storia di Francesco e Chiara e alla composizione del Cantico delle Creature, è un caso particolarmente rilevante. Il santuario è oggi meta di un turismo in costante crescita, ma continua a essere abitato da una comunità religiosa che ne custodisce la dimensione di preghiera e ne mantiene viva la funzione originaria. Per frate Francesco, la distinzione non passa semplicemente dal numero degli ingressi, bensì dalla capacità del luogo di proporre un’esperienza diversa da quella della visita a un monumento: il silenzio, l’accoglienza, la presenza dei frati, la liturgia e la possibilità di conoscere le storie di Francesco e Chiara diventano strumenti per accompagnare il visitatore verso una dimensione più profonda. Da qui nasce anche la riflessione sul rapporto fra valorizzazione e spettacolarizzazione, sull’organizzazione degli accessi e sulla necessità, in alcuni casi, di porre dei limiti per tutelare la natura stessa del santuario. Un tema che riguarda San Damiano, ma anche grandi luoghi della cristianità come San Pietro e il Santo Sepolcro. Nell’intervista con Noemi Capoccia, frate Francesco affronta inoltre il ruolo della pastorale del turismo e dei santuari, la necessità di costruire una rete fra i luoghi francescani e soprattutto la possibilità di trasformare il turismo religioso in un’esperienza capace di far passare il visitatore dalla semplice conoscenza di un luogo a un incontro personale con il suo messaggio.

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NC. La chiesa di San Damiano ad Assisi è prima di tutto un luogo di fede, ma oggi è anche una meta turistica. Quando l’afflusso dei visitatori rischia di prevalere sulla dimensione spirituale del luogo?

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FP. Certamente, negli ultimi anni abbiamo visto crescere in modo deciso le presenze nel nostro santuario di San Damiano. In ogni caso, pur essendo aumentato notevolmente l’afflusso dei visitatori, la dimensione più spirituale del luogo è rimasta intatta, anche grazie al contesto in cui San Damiano è immerso: il verde, gli ulivi e il paesaggio circostante. Le persone che arrivano al santuario, sia dal parcheggio, che dista circa 200 metri, sia a piedi, percorrendo una strada di almeno un chilometro, entrano inevitabilmente in una dimensione diversa. Questo passaggio a piedi le conduce verso un’atmosfera più pacata e tranquilla. La presenza del verde e di un paesaggio così intenso e suggestivo le prepara a vivere San Damiano non soltanto come una meta turistica. È un primo passo verso una dimensione di silenzio e di ascolto, quasi un incontro con qualcosa che, all’apparenza, può sembrare piccolo e semplice, ma che poi si rivela molto più grande nella risonanza che riesce ad avere a livello personale. Certamente, dunque, il luogo stesso favorisce il passaggio dalla semplice esperienza del turista alla possibilità di un ascolto e di un incontro con qualcosa di più profondo, proprio a partire dall’ambiente che circonda il santuario.

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Foto: Fra Angelo Calledda
Frate Francesco Piloni. Foto: Fra Angelo Calledda
Esterno del Santuario di San Damiano ad Assisi. Crediti fotografici: Fra Angelo Calledda
Esterno del Santuario di San Damiano ad Assisi. Foto: Fra Angelo Calledda

Molti visitatori arrivano a San Damiano per vedere un luogo legato alla storia di San Francesco e al Cantico delle Creature, ma non necessariamente per viverlo come luogo di preghiera. Quanto è importante sapere che chi entra qui sia consapevole di trovarsi in un luogo ancora vivo dal punto di vista religioso, e non soltanto davanti a un monumento?

È fondamentale sapere che il santuario, in genere, fin dalla Sacra Scrittura e dalla Bibbia, è un luogo della manifestazione di Dio. Anche chi è lontano dalla preghiera, arrivando a San Damiano, può percepire l’invito a entrare in una dimensione più profonda. C’è un cartello che richiama al silenzio e al rispetto del luogo: non tutti lo notano, ma molti, comunque, entrano spontaneamente in questa prospettiva. Che cosa diventa allora estremamente importante per mantenere San Damiano come luogo di incontro con la storia di Francesco, di Chiara e del Cantico? Prima di tutto, la presenza costante di frati e suore francescane capaci di accogliere. Un’accoglienza che comincia con un saluto semplice e con la disponibilità ad accompagnare i visitatori nella visita e nella conoscenza del luogo, per far comprendere immediatamente che San Damiano, al di là del monumento in sé, è stato un luogo fondamentale nella vita di Francesco e di Chiara. Chiara vi abiterà per quarantadue anni. Per Francesco, invece, questo luogo è fondamentale soprattutto agli inizi del suo cammino, a partire dall’incontro con il Crocifisso: quegli occhi aperti che intercettano i suoi e fanno nascere in lui un grido di affidamento, una richiesta di aiuto da parte del giovane Francesco. San Damiano è anche il luogo della composizione del Cantico delle Creature. Diventano quindi fondamentali l’accoglienza e la possibilità di ascoltare la storia di Francesco e di Chiara. Attraverso questo racconto, alle persone vengono consegnate delle vere chiavi di sapienza per mettere in relazione questi due testimoni con la propria vita, con le domande di senso e con la ricerca che ciascuno porta nel cuore. Con quelle tenebre che erano presenti in Francesco e che, molto spesso, abitano anche il nostro cuore, ma anche con quel desiderio profondo di lode e di gratitudine che scaturisce dal Cantico delle Creature. Accoglienza, dunque, ma anche guida e, soprattutto, chiavi sapienziali per poter vivere i luoghi che si stanno visitando come luoghi capaci di formare. Nella visita guidata dai frati non c’è soltanto un’informazione, ma un’informazione che conduce più in profondità, verso una formazione, perché possa accadere, a livello personale, una trasformazione. E molti lasciano questo luogo riconoscendone l’assoluta unicità. Perché? Perché San Damiano li ha condotti verso l’interiorità e la profondità, aiutandoli a fermarsi e a lasciare da parte quel rischio di superficialità e di fretta che spesso ci fa mancare gli appuntamenti più importanti con il nostro io più profondo.

⁠Secondo lei, come si può educare il visitatore al sacro senza trasformare l’esperienza religiosa in qualcosa di imposto? A San Damiano quali strumenti, regole o attenzioni vengono adottati per aiutare chi arriva come turista a comprendere che non sta semplicemente visitando un monumento?

È una domanda molto bella, perché San Damiano è sicuramente uno di questi luoghi. È un santuario e, come ogni luogo sacro, non ha bisogno di imporre un’esperienza religiosa. San Damiano, piuttosto, è capace di far emergere la ricerca e la domanda religiosa anche in una persona che non si considera immediatamente religiosa, ma che entra in contatto con la ricchezza dei linguaggi del santuario. Ogni santuario, infatti, ha molti linguaggi. C’è il linguaggio dell’accoglienza, quello dell’annuncio, quello dell’esperienza vissuta dai testimoni, come Francesco e Chiara, e c’è il linguaggio del sacramento e della liturgia. Ma ci sono anche il linguaggio della bellezza, quello della cura, quello del rispetto e persino quello delle pietre, che sono capaci di diventare voce di tutti questi linguaggi. Ognuno arriva e può cogliere qualcosa di diverso: c’è chi viene toccato dalla liturgia, chi dall’accoglienza, chi dalla bellezza, chi ancora dall’essenzialità e dalla povertà delle pietre e dei luoghi. Sono elementi diversi che possono andare a toccare corde diverse. Ecco, un santuario deve avere più linguaggi. Sarà poi un linguaggio a vibrare maggiormente rispetto a un altro, a toccare una determinata corda, a interrogare, a creare le domande giuste e quegli spazi di stupore che vediamo continuamente nelle persone che arrivano. L’importante è che il santuario mantenga la disponibilità a parlare davvero più lingue, così da poter accogliere tutti e permettere a ciascuno di trovare in questi luoghi accoglienza, attesa e la sensazione di essere compreso. Per aiutare chi arriva come turista a comprendere che non sta semplicemente visitando un monumento, la prima cosa è proprio il modo in cui il santuario è organizzato. Abbiamo degli orari per le visite: dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 18 nel periodo estivo, mentre in inverno dalle 14 alle 16. Perché questi orari? Perché già questo comunica che qui abita una comunità che ha come priorità la preghiera. Il santuario rispetta questi orari, mentre la chiesa rimane comunque aperta. Anche attraverso questa semplice organizzazione viene comunicata la priorità del luogo: l’incontro con il mistero, con il divino, con Dio. Un altro elemento che colpisce molto è che gli orari della giornata sono scanditi dalla campana, che richiama alla preghiera e al silenzio. È uno strumento molto semplice, ma aiuta immediatamente le persone a sintonizzarsi con la dimensione del luogo. C’è poi un’attenzione anche nell’organizzazione delle visite. Attraverso il sito è possibile prenotare i gruppi, in modo da evitare un’eccessiva sovrapposizione e distribuirli nell’arco della giornata. Sono attenzioni semplici, ma permettono di mantenere quel rispetto reciproco, quel silenzio e quell’accoglienza che fanno sentire ogni persona attesa da questo luogo.

Interno del Santuario di San Damiano ad Assisi. Crediti fotografici: Fra Angelo Calledda
Interno del Santuario di San Damiano. Foto: Fra Angelo Calledda
Chiostro di San Damiano ad Assisi. Crediti fotografici: Fra Angelo Calledda
Chiostro di San Damiano. Foto: Fra Angelo Calledda

⁠Quando un luogo di culto diventa anche una destinazione turistica, inevitabilmente cambia il modo in cui viene vissuto e percepito. Quanto può essere valorizzato un luogo sacro senza trasformarlo in un prodotto turistico? E dove passa, secondo lei, il confine tra valorizzazione e spettacolarizzazione?

Su questo siamo molto attenti. San Damiano, come molti altri santuari che ho abitato, sia qui sia a Gerusalemme, ha una caratteristica fondamentale: è una comunità a vivere e a risiedere nel luogo. Se lo si lascia soltanto nelle mani dei volontari, che sono comunque un aiuto prezioso e un dono, oppure di persone esterne e di semplici custodi, si rischia davvero che quel luogo diventi soltanto una meta turistica, monumentale o museale. La differenza sta proprio nel confine tra valorizzazione e spettacolarizzazione. A fare la differenza è la comunità: sono le persone che accolgono, sono i frati e coloro che abitano quel luogo, che se ne prendono cura e fanno sentire le persone che arrivano partecipi del messaggio, del carisma e della missione del santuario. Un custode controlla, a livello gestionale, che tutto funzioni e che il luogo sia mantenuto nel modo migliore. La comunità che lo abita, invece, lo anima: gli dà un’anima. È testimone del messaggio e del carisma custoditi da quei luoghi, da quelle stanze, da quelle pietre. Attraversandoli, manifesta la vitalità, cioè la vita che lì è stata vissuta, e mette in contatto quella vita con le persone che oggi attraversano quegli stessi spazi. Crea, in questo modo, un legame tra passato e presente. Il punto di equilibrio, quindi, è certamente l’animazione a tutti i livelli, tenendo presenti i diversi linguaggi di cui parlavo prima. Un’animazione che non deve diventare spettacolo, ma trasmissione di un messaggio, di un carisma che quelle pietre vive custodiscono. E per trasmetterlo hanno bisogno della nostra presenza, della nostra corporeità, della nostra testimonianza, di quella vitalità che un giorno ha toccato anche noi, che ci ha commosso e continua a commuoverci. Ed è proprio questa commozione che può diventare un dono per le persone che arrivano.

C’è un paradosso: per mantenere vivo e tutelato un luogo come San Damiano servono risorse, attenzione e quindi anche visitatori; allo stesso tempo, troppi visitatori possono comprometterne il silenzio, la spiritualità e la stessa identità. Se dovesse indicare oggi il punto di equilibrio tra apertura e tutela, dove lo collocherebbe?

Direi che questo è un tema che affrontiamo spesso come comunità, nei nostri capitoli, proprio per capire come possiamo servire al meglio il santuario. Dal Vangelo ho imparato, e ce lo ricordiamo spesso anche reciprocamente, che non dobbiamo servirci di un luogo come San Damiano, ma servire San Damiano. E servire San Damiano significa fermarsi, verificare come stanno andando le cose e, quando necessario, fare dei passi in avanti: organizzare in modo sempre più accurato i gruppi che arrivano, ma mantenere anche la disponibilità verso le singole persone. Significa, per esempio, non delegare completamente le spiegazioni alle macchine, ma fare in modo che l’incontro continui a essere preservato. L’incontro che è avvenuto tra Francesco e il Crocifisso di San Damiano, quello tra Chiara e tutte le persone che venivano qui a bussare per chiedere preghiere: è proprio la dimensione dell’incontro che dobbiamo custodire. Per questo non ci fa paura l’aumento delle persone. Diventa un problema soltanto se questo incremento non è accompagnato da un’offerta che viene continuamente ripensata e perfezionata. Le cose vanno avviate, accompagnate e poi verificate. Mantenere l’equilibrio tra apertura e tutela fa quindi parte di una buona gestione, che diventa ancora più necessaria nei periodi di maggiore afflusso. Significa anche avere la libertà, quando ci sono molti gruppi che chiedono di venire, di dire che l’agenda è piena e che non ci sarebbero persone disponibili per accompagnarli e guidarli nella visita del santuario, proponendo magari altri giorni o altri orari. L’accoglienza deve rimanere sempre una possibilità, ma spiegando anche che il luogo è piccolo e che porta con sé un messaggio che può essere colto pienamente solo attraverso il rispetto del luogo stesso. Noi vediamo che le persone comprendono molto bene tutto questo. Anzi, molte sperimentano proprio questa cura e questa attenzione: non come un rifiuto, ma come una forma di cura nei loro confronti. Perché il desiderio da parte nostra è offrire loro la migliore esperienza possibile di una spiritualità che ha bisogno di spazio, che non ha bisogno della fretta, ma di tempo e di possibilità di incontro. Un’esperienza che possa restituire davvero il senso di uno spazio e di un tempo abitati, ma sempre nel rispetto del messaggio di Francesco e di Chiara.

Cortile del santuario di San Damiano ad Assisi. Crediti fotografici: Fra Angelo Calledda
Cortile del santuario di San Damiano. Foto: Fra Angelo Calledda
Interno del Santuario di San Damiano ad Assisi. Crediti fotografici: Fra Angelo Calledda
Interno del Santuario di San Damiano, dettaglio. Foto: Fra Angelo Calledda
Interno del Santuario di San Damiano ad Assisi. Crediti fotografici: Fra Angelo Calledda
Interno del Santuario di San Damiano. Foto: Fra Angelo Calledda

Pensiamo alla Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, a San Pietro a Roma o al Duomo di Pisa: luoghi dalla fortissima identità religiosa e spirituale, ma attraversati ogni giorno da grandi masse di visitatori. Come si evita che la dimensione turistica finisca per divorare quella sacra?

Il rischio è grandissimo, e conosco bene sia la realtà di Gerusalemme sia quella di Roma. Per me è fondamentale, avendo accompagnato ventiquattro volte pellegrini a Gerusalemme e innumerevoli volte a San Pietro e in altri luoghi di Roma, tutto ciò che precede il pellegrinaggio, il pellegrinaggio stesso e ciò che viene dopo. Quindi: il prima, il durante e il dopo. Credo che una reale pastorale del turismo, che si tratti di un turismo lento o di un turismo più veloce, abbia bisogno di preparazione. Le chiavi fondamentali devono essere consegnate prima dell’esperienza, perché richiedono incontro, informazione e formazione. Quando trasformiamo semplicemente questi luoghi in musei o monumenti belli da vedere, ma che poi rimangono insignificanti nella vita quotidiana delle persone, abbiamo già perso una parte essenziale della loro funzione. Sono convinto, invece, che sia fondamentale fare in modo che ciò che si va a visitare non abbia soltanto la capacità di toccarci esteriormente, ma anche di visitarci interiormente. E queste chiavi devono essere offerte prima, mettendo in relazione il messaggio e il significato di quel luogo con ciò che le persone vivono concretamente. Se vado a San Pietro, per esempio, è chiaro che la dimensione artistica è un linguaggio importante. Ma se mi limito a quella e non racconto chi è Pietro, quale è stata la sua esperienza, chi era prima di arrivare a Roma, che cosa è accaduto a Roma e come, proprio da Roma, la sua esperienza si sia poi aperta a una dimensione universale, avrò utilizzato soltanto uno dei linguaggi possibili. Vanno invece utilizzati tutti i linguaggi e bisogna preparare anche il tempo che precede l’esperienza. La sera prima, per esempio, si possono presentare le tappe che verranno affrontate e gli obiettivi del pellegrinaggio. Proprio perché si tratta di luoghi religiosi, è importante arrivare preparati anche alla loro dimensione spirituale. Quando si arriva, può essere utile creare un’ambientazione, leggere un brano del Vangelo che richiami gli episodi accaduti in quel luogo oppure, se si visita un santuario, ricordare la storia di un santo, di Maria o delle persone a cui quel luogo è legato. E poi lasciare uno spazio personale, anche piccolo, nel quale ciascuno possa fare una preghiera, vivere un momento di silenzio, formulare un incontro o semplicemente lasciare una domanda a quel luogo. Il santuario è il luogo della grazia, il luogo in cui Dio si è manifestato. E quella grazia può intercettare le nostre domande. Lasciare lì una domanda, consegnarla, offrirla, significa dare la possibilità a quei luoghi non soltanto di essere visitati, ma di visitare a loro volta la nostra ricerca più profonda di verità, di senso e di futuro.

Di fronte alla trasformazione di molti luoghi di culto in grandi attrazioni turistiche, la Chiesa si sta interrogando abbastanza sul rischio che la sacralità venga progressivamente subordinata alle esigenze del turismo? E, più radicalmente, esiste secondo lei una riflessione su quali luoghi debbano essere protetti anche limitandone l’accesso, invece di considerare l’apertura ai visitatori come un valore in sé?

Nello specifico, nella Chiesa esiste una pastorale del turismo e dei santuari. I responsabili dei santuari si incontrano regolarmente e lavorano proprio per offrire percorsi capaci di trasformare sempre più i visitatori da turisti in pellegrini: persone che arrivano in quei luoghi e ne ricevono una consegna, un significato. Nel nostro caso, per esempio, ci incontriamo regolarmente, diverse volte all’anno, come responsabili dei santuari del Centro Italia, dove sono presenti diversi santuari francescani. Cerchiamo di creare una rete e di costruire dei percorsi, in modo che chi viene a San Damiano possa poi trovare a Greccio, a La Verna, all’Eremo delle Carceri o alla Porziuncola qualcosa di diverso. L’obiettivo è individuare lo specifico di ogni luogo, raccontare gli episodi e gli aspetti dell’esperienza di Francesco legati proprio a quel santuario, evitando che in ogni luogo vengano ripetute le stesse cose. In questo senso, il lavoro di rete si sta sviluppando sempre di più. Veniamo da un periodo in cui tutto funzionava piuttosto a compartimenti stagni; ora stiamo passando sempre più dai compartimenti stagni ai vasi comunicanti. L’offerta, però, deve diventare non soltanto importante, ma capace di consegnare, attraverso una nuova pedagogia dei santuari, qualcosa che arricchisca i visitatori non solo sul piano delle conoscenze, ma anche sul piano del significato, del Vangelo e della spiritualità. Perché c’è una sete profondissima. Molte delle persone che arrivano nei santuari hanno una grande sete che non è necessariamente, almeno all’inizio, una sete di Dio. È una sete di verità, di qualcosa che sia autentico e onesto. Hanno sete di testimonianze credibili e, proprio per questo, capaci di essere accolte e credute. Hanno bisogno di punti fermi. Poi, incontrando il santo, la sua vita e la sua testimonianza, incontrando il Vangelo o la Vergine Maria, possono arrivare a entrare più profondamente anche dentro se stessi. Perché quei luoghi hanno consegnato qualcosa di prezioso alla loro vita. Esiste poi una riflessione importante su quali luoghi debbano essere protetti, anche eventualmente limitandone l’accesso. Ma bisogna essere molto onesti: se un contenitore può accogliere cento persone, non posso pensare di farcene entrare mille soltanto perché voglio accoglierle tutte. È una questione di rispetto del luogo e del messaggio che quel luogo custodisce. È un po’ come avere un appartamento di cento metri quadrati: tutti comprendiamo che non possiamo organizzare una festa per trecento persone. Lo stesso vale per un santuario. Bisogna aiutare le persone, educarle e formarle anche alla lettura della realtà. Questo non significa non accogliere. Significa riconoscere che quel luogo è anche loro e che, proprio per questo, hanno anche la responsabilità di custodirlo. Quando tutto diventa eccessivo, quando c’è sempre qualcosa in più, si rischia di svilire anche il messaggio. Credo quindi che dobbiamo avere sempre più il coraggio di essere uomini e donne capaci, nei luoghi che ci sono affidati, di dire: questo è talmente prezioso che oggi possono entrare queste persone, mentre altre verranno in un altro momento. Anche questo è un modo di rispettare la cura del luogo e di fare una pastorale che non sia famelica, che non abbia come unico obiettivo quello di aumentare gli ingressi e, di conseguenza, le entrate economiche. Perché altrimenti si finisce per mostrare disinteresse non solo nei confronti del luogo, ma anche nei confronti della persona. Fare questi passaggi di realtà e di verità significa restituire ai luoghi una missione bella: offrire un linguaggio onesto e autentico e riconoscere quanto siano importanti le persone che li visitano, fino al punto di aiutarle, quando necessario, anche attraverso una disciplina e una regolamentazione.

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