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Perché ci annoiamo al museo? Uno studio cerca di capirlo

di Redazione 03/11/2026

Categorie: Musei / Argomenti: Musei


Testi troppo lunghi, sale vuote, percorsi confusi: a Vienna, una ricerca su 1.269 visitatori del Sigmund Freud Museum e del Kunsthistorisches Museum misura per la prima volta quanto ci si annoi al museo, perché succede e quanto costa in termini di apprendimento.

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“La noia continuava a crescere durante la mia visita al museo. Dopo la sezione audio c’era una grande sala con ancora più informazioni da leggere, ed era troppo. È stato allora che ho deciso di andarmene”. A parlare è un visitatore di un museo, intervistato da un gruppo di psicologi che ha deciso di studiare un sentimento di cui raramente si parla quando si parla di musei: la noia. Un sentimento che, a prima vista, sembrerebbe quasi fuori luogo. Al museo si va per interesse, in genere per scelta, e ciascuno è libero di soffermarsi dove vuole e di tirare dritto davanti a ciò che non gli dice nulla. Eppure ci si annoia anche lì, e quando succede le conseguenze si vedono: si apprezza meno la visita e si impara meno.

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È la conclusione di uno studio pubblicato il 27 ottobre sulla rivista Scientific Reports, firmato da Thomas Goetz, Lukas Kraiger, Jonathan Fries, Takuya Yanagida, Louisa Grandjean, Monika Pessler e Reinhard Pekrun. Gli autori partono da una constatazione: negli ultimi quindici anni l’interesse scientifico per la noia è cresciuto in modo marcato, soprattutto perché si sono accumulate prove dei suoi effetti negativi su salute, alimentazione, motivazione e rendimento. Le ricerche, però, si sono concentrate quasi sempre sulla scuola e sull’università, trascurando i luoghi dell’apprendimento informale. Il museo è uno di questi, e la letteratura sul tema è sorprendentemente scarsa: una ricerca sistematica condotta dagli autori il 9 dicembre 2025 nelle principali banche dati ha restituito 137 risultati, tra i quali soltanto nove studi dedicati effettivamente alla noia in contesto museale, con esiti peraltro contrastanti.

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Kunsthistorisches Museum, Vienna. Foto: Kunsthistorisches Museum
Kunsthistorisches Museum, Vienna. Foto: Kunsthistorisches Museum

Due musei molto diversi

Per colmare il vuoto i ricercatori hanno scelto di condurre il loro studio su due musei a Vienna, agli antipodi per dimensioni e argomento. Il primo è il Sigmund Freud Museum, ospitato negli ambienti in cui il fondatore della psicoanalisi visse per 47 anni e scrisse la maggior parte delle sue opere, a poca distanza dal centro della città. Il museo comprende l’ex studio professionale di Freud e il suo appartamento privato, occupa circa 550 metri quadrati e accoglie circa 130.000 visitatori l’anno. C’è una particolarità che lo distingue: vi restano relativamente pochi oggetti originali, perché Freud portò con sé la maggior parte dei suoi beni quando emigrò a Londra nel 1938. Il celebre divano, per esempio, si trova al Freud Museum londinese. Oltre all’opera e agli scritti di Freud, il percorso dà ampio spazio al ruolo del nazionalsocialismo, in particolare in relazione alla sua emigrazione.

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Il secondo è il Kunsthistorisches Museum, uno dei più importanti musei d’arte del mondo: circa 12.000 metri quadrati vicino al centro storico, intorno al milione di visitatori l’anno, una vasta raccolta di pittura europea con capolavori di artisti come Bruegel, Vermeer e Caravaggio, e poi reperti antichi, sculture e arti decorative. La scelta di due realtà così lontane serviva a verificare se i risultati reggessero al cambio di contesto.

Le tre indagini si sono svolte tra maggio 2023 e dicembre 2024. Nelle prime due, una al Freud Museum e una al Kunsthistorisches, personale addestrato fermava a caso i visitatori appena terminata la visita e proponeva loro un breve questionario anonimo di circa dieci minuti, in tedesco o in inglese, su carta, sul proprio smartphone o su un tablet. La terza, di nuovo al Freud Museum, consisteva invece in interviste semistrutturate condotte a un tavolo appartato della caffetteria del museo, della durata compresa tra 8 e 22 minuti. Le registrazioni audio sono state cancellate dopo la trascrizione. Per partecipare bisognava avere almeno 18 anni e non era previsto alcun compenso. In tutto sono state coinvolte 1.269 persone tra i 18 e i 91 anni.

Freud Museum, Vienna. Foto: Freud Museum
Freud Museum, Vienna. Foto: Freud Museum

Quanto ci si annoia davvero

Ai partecipanti alle indagini quantitative veniva chiesto di indicare, su una scala da 1 (per niente) a 5 (molto forte), l’intensità di undici emozioni provate durante la visita: curiosità, noia, confusione, sorpresa, frustrazione, nervosismo, gioia, tristezza, delusione, rabbia e meraviglia. Nelle interviste, invece, la domanda era diretta: durante la visita ha provato noia? Le risposte sono state poi tradotte sulla stessa scala da cinque valutatori indipendenti.

La buona notizia per i musei è che la noia resta bassa. Il valore medio è stato di 1,69 nella prima indagine al Freud Museum, di 1,81 al Kunsthistorisches e di 1,64 nelle interviste; combinando i due studi quantitativi, la media complessiva si attesta a 1,74. Le emozioni positive, cioè curiosità, gioia, sorpresa e meraviglia, risultano nettamente più intense. Ma c’è un rovescio: tra le sette emozioni negative rilevate, la noia si è piazzata al terzo posto al Freud Museum e al secondo al Kunsthistorisches. Secondo gli autori, dunque, pur con valori assoluti contenuti, la noia è un’emozione negativa tutt’altro che marginale nell’esperienza museale. Non solo: nel campione mancavano del tutto le visite obbligate, come quelle delle scolaresche, nelle quali il valore attribuito alla visita potrebbe essere più basso e la noia, ipotizzano i ricercatori, sensibilmente più alta.

Kunsthistorisches Museum, Vienna. Foto: Kunsthistorisches Museum
Kunsthistorisches Museum, Vienna. Foto: Kunsthistorisches Museum

Troppo o troppo poco

Il quadro teorico dello studio è la cosiddetta teoria del controllo e del valore, elaborata da Reinhard Pekrun, tra gli autori della ricerca. Secondo questa teoria la noia nasce quando la sensazione di controllo su un’attività è molto bassa, cioè quando ci si sente sopraffatti, oppure molto alta, quando l’attività appare troppo facile, e in entrambi i casi si accompagna alla percezione che ciò che si sta facendo abbia poco valore o poco senso. Pensata per la scuola, la teoria aspira a una certa universalità, e il museo si prestava bene a metterla alla prova: proprio perché il visitatore deve regolare da solo ritmo, profondità e ordine della visita, il rischio di uno squilibrio tra la sfida proposta e le proprie competenze è concreto.

I dati confermano l’impostazione. La noia cresce sia quando la visita è percepita come troppo impegnativa, sia, e in misura maggiore, quando appare poco stimolante: la correlazione combinata è di 0,23 nel primo caso e di 0,35 nel secondo. Gli autori avanzano una possibile spiegazione per questa differenza: quando ci si sente sopraffatti, la noia potrebbe confondersi con altre emozioni negative come la frustrazione o la rabbia, che ne attenuerebbero il peso statistico. Allo stesso tempo la noia diminuisce quanto più la visita è ritenuta importante per sé (correlazione di -0,34) e quanto più, in generale, si considerano importanti le visite ai musei (-0,28).

Sono però le interviste al Freud Museum a dare un volto concreto a questi numeri. I ricercatori hanno individuato sette diverse forme di sovraccarico, tre di sottostimolazione e sette fattori legati al valore. Ci si sente sopraffatti per ragioni che riguardano la struttura del museo, come l’assenza di un percorso prestabilito, i contenuti, con troppe informazioni e troppi testi, le condizioni del momento, come la folla o il caldo, e lo stato d’animo del visitatore, per esempio quando si resta emotivamente travolti. Ci si sente poco stimolati, invece, davanti a un allestimento bianco e spoglio, a una sensazione di vuoto, oppure davanti ai video proposti. Alcuni di questi aspetti, osservano gli autori, sono propri del Freud Museum, come la mancanza di un percorso definito, mentre altri, come la quantità di contenuti, riguardano verosimilmente molti altri musei.

Anche il valore ha sfaccettature diverse. Conta l’interesse per i temi del museo, cioè la psicologia, la psicoterapia, Freud stesso; conta la capacità del museo di rendere quei temi tangibili, per esempio mostrando oggetti usati da Freud; contano le ragioni personali, dall’importanza per il proprio percorso di vita al legame con partner, amici, familiari o terapeuti, fino agli studi in psicologia o al lavoro, presente o futuro, nella psicoterapia. Non è mancato chi ha dichiarato che la visita non aveva per lui alcun valore personale, magari perché nata da un consiglio dato di sfuggita.

Freud Museum, Vienna. Foto: Freud Museum
Freud Museum, Vienna. Foto: Freud Museum

Il prezzo della noia

La seconda parte dello studio riguarda gli effetti. Per misurare il giudizio sulla qualità del museo i ricercatori hanno usato uno strumento preso in prestito dall’economia: hanno chiesto se il prezzo del biglietto fosse troppo basso, adeguato o troppo alto. Chi si era annoiato di più tendeva a ritenerlo meno giustificato, con una correlazione combinata di -0,18. Secondo gli autori, valutazioni di questo tipo pesano sulla disponibilità a tornare, sui consigli dati ad altri e sulle recensioni online, e dunque sul pubblico e sulla reputazione di un’istituzione.

Al Kunsthistorisches, poi, i visitatori hanno affrontato un piccolo test di conoscenza: dieci domande a scelta multipla sui contenuti del museo. Una, per esempio, chiedeva quale dettaglio del dipinto La Torre di Babele mostrasse l’incompiutezza della costruzione, tra il cielo, gli operai sulla torre, la torre accanto al fiume e i piani non terminati, che era la risposta corretta. Il risultato: più alto il livello di noia, più basso il punteggio (correlazione di -0,23). Il legame resta significativo anche tenendo conto di quanto i visitatori dichiaravano di sapere già prima di entrare (-0,19), segno che non dipende semplicemente da differenze di preparazione. Si tratta di un effetto moderato, ammettono gli autori, ma che va letto sul lungo periodo: chi visita più musei potrebbe entrare in un circolo vizioso in cui la noia riduce l’apprendimento, la minore esperienza di apprendimento abbassa il valore attribuito alle visite e questo, a sua volta, alimenta altra noia nelle visite successive. Gli studiosi ricordano inoltre che la noia viene spesso considerata un’emozione “silenziosa”, mentre i loro risultati indicano che non lo è affatto, né per diffusione né per impatto, e che l’idea secondo cui annoiarsi farebbe bene è, a loro giudizio, priva di riscontri empirici.

Kunsthistorisches Museum, Vienna. Foto: Kunsthistorisches Museum
Kunsthistorisches Museum, Vienna. Foto: Kunsthistorisches Museum

Che cosa possono fare i musei

Dai risultati gli autori ricavano alcune indicazioni pratiche. Il problema principale è che i visitatori sono profondamente diversi per interessi, motivazioni e conoscenze, e un unico livello di approfondimento rischia di risultare troppo per alcuni e troppo poco per altri. Una soluzione potrebbe essere offrire testi personalizzabili: tramite codici a barre o realtà aumentata, il visitatore potrebbe scegliere sul proprio smartphone tra testi di lunghezza, difficoltà e profondità diverse. Un’altra è proporre percorsi di diverso impegno, da una visita tascabile a un itinerario narrativo fino all’approfondimento completo. I ricercatori osservano anche che il livello ottimale di sfida dipende dagli obiettivi di un museo, e che a volte un’istituzione può voler creare deliberatamente momenti di vuoto o di impegno intenso, per esempio per invitare alla contemplazione.

C’è però una precisazione su cui gli autori insistono. Ridurre la noia non deve diventare un fine in sé, né trasformare i musei in luoghi di puro intrattenimento: va subordinato alla loro missione educativa, culturale e di riflessione. E la noia non va confusa con il riposo o con la contemplazione quieta. La prima è un’esperienza sgradevole, in cui il tempo sembra rallentare e si desidera andarsene; la seconda è piacevole e invita a restare. Spazi dedicati alla riflessione silenziosa, dunque, non sono affatto in contraddizione con l’obiettivo di annoiare meno il pubblico.

Freud Museum, Vienna. Foto: Freud Museum
Freud Museum, Vienna. Foto: Freud Museum

I limiti della ricerca

Gli autori elencano con franchezza anche i limiti del lavoro. Le misure si basano su autovalutazioni, e in futuro andrebbero affiancate da indicatori più oggettivi, come quelli fisiologici. Lo studio rileva associazioni ma non permette di stabilire rapporti di causa ed effetto, per i quali servirebbero esperimenti, per esempio in musei virtuali. Il pubblico del Freud Museum è molto selezionato, composto in buona parte da persone che arrivano già interessate a Freud e alla psicoanalisi, mentre quello del Kunsthistorisches è più eterogeneo. Un visitatore che non risponde a una domanda del test potrebbe semplicemente non aver visto quella parte del museo. E fattori come le caratteristiche sensoriali e spaziali degli ambienti, dalle stanze raccolte della casa di Freud alle grandi gallerie del Kunsthistorisches, non sono stati esaminati. Per questo, avvertono, i risultati non vanno generalizzati oltre misura: restano da indagare musei di storia naturale, del mare, di design, d’arte contemporanea o virtuali, e altri luoghi di apprendimento come biblioteche, zoo, memoriali e visite guidate in città.

La conclusione degli autori è comunque netta: la noia rappresenta un ostacolo concreto all’esperienza dei visitatori, legato a giudizi più severi sulla qualità della visita e a un apprendimento minore, e ridurre il senso di sovraccarico o di vuoto, rafforzando la percezione del valore di ciò che si vede, è una strada percorribile per contrastarla.

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