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Tradate, una fabbrica degli anni Quaranta diventa polo culturale

di Redazione 03/11/2026

Categorie: Musei / Argomenti: Musei - Architettura


Nell’ex stabilimento Koh-I-Noor di Tradate, progettato da Enrico Agostino Griffini nel 1942-1943 e oggi in restauro, una mostra curata da Massimiliano Savorra ripercorre l’opera dell’architetto dell’Arengario di Milano.

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Una ex fabbrica a Tradate riapre come centro culturale e ospita una mostra nel cantiere di restauro. E il pezzo più importante della mostra è proprio l’edificio che la ospita. Nella città, in provincia di Varese, l’ex stabilimento Koh-I-Noor progettato da Enrico Agostino Griffini (Venezia, 1887 – 1952) tra il 1942 e il 1943 è nel pieno di un cantiere di restauro, eppure ha aperto le porte al pubblico: fino al 20 dicembre 2026, tra impalcature e lavori in corso, accoglie Enrico A. Griffini. Costruire modernamente, l’esposizione dedicata proprio al suo progettista. Chi la visita può così misurarsi con una sua architettura dall’interno, nel momento in cui l’edificio sta cambiando pelle.

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Griffini fu architetto, ingegnere, docente e autore. Il suo nome è legato tra l’altro al Palazzo dell’Arengario di Milano, oggi sede del Museo del Novecento, di cui fu tra i progettisti. Gli organizzatori lo definiscono un protagonista del Razionalismo italiano ancora poco valorizzato, e la mostra, curata dallo storico dell’architettura Massimiliano Savorra in collaborazione con l’architetta Valeria Griffini, erede del progettista, nasce con l’obiettivo di riportarne la figura all’attenzione degli specialisti e del grande pubblico.

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155 Tradate. Foto: Jessica Soffiati
155 Tradate. Foto: Jessica Soffiati
155 Tradate. Foto: Jessica Soffiati
155 Tradate. Foto: Jessica Soffiati

Il moderno come procedura

Nel corso della sua carriera, Griffini si confrontò con ambiti molto diversi: l’abitazione, gli edifici industriali, le strutture sanitarie, gli spazi pubblici, l’arredo, l’insegnamento. Il percorso espositivo ne ricostruisce l’opera attraverso disegni, tavole costruttive, manuali, pubblicazioni, fotografie d’epoca, documenti di cantiere e materiali d’archivio, riprodotti a partire dagli originali conservati nell’Archivio Progetti dell’Università Iuav di Venezia.

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Il filo della mostra è il metodo: al centro del lavoro di Griffini, sottolineano i promotori, c’erano questioni che oggi tornano attuali, e cioè il modo di costruire, l’uso delle risorse, la durata e l’efficacia degli edifici. Rileggerlo adesso significa, nella prospettiva del progetto, spostare l’attenzione dal moderno inteso come linguaggio al moderno inteso come procedura, cioè come un modo di pensare l’architettura che ha ancora qualcosa da dire al presente.

155 Tradate. Foto: Jessica Soffiati
155 Tradate. Foto: Jessica Soffiati
155 Tradate. Foto: Jessica Soffiati
155 Tradate. Foto: Jessica Soffiati

Da fabbrica a calzaturificio, e ora spazio culturale

L’edificio razionalista fu costruito negli anni Quaranta per la Koh-I-Noor e, dal 1957 al 2001, venne riconvertito nel Calzaturificio Romano Martegani 1891. Secondo gli organizzatori è uno degli episodi più significativi dell’attività di Griffini nell’architettura industriale. Oggi è oggetto di un intervento di restauro architettonico e di ristrutturazione su progetto dell’architetto Giorgio Giani, con direzione lavori di Lucio Giudici, e rinasce con un nuovo nome: 155 Tradate.

Sarà uno spazio dedicato alla cultura e ai processi creativi legati alla musica e all’arte, promosso da Titti Santini di Ponderosa Music Records e curato da Alessia Interlanti di in.circle. La mostra su Griffini ne inaugura il programma, prima ancora che i lavori siano conclusi e che la destinazione definitiva sia scritta. I promotori la presentano come un gesto temporaneo ma fondativo, che insieme a un ciclo di eventi riporta le persone dentro lo spazio e lo rimette in circolazione nell’immaginario collettivo.

155 Tradate. Foto: Jessica Soffiati
155 Tradate. Foto: Jessica Soffiati
L'ex stabilimento Koh-I-Noor
L’ex stabilimento Koh-I-Noor

Un allestimento che parla la lingua del cantiere

L’allestimento, firmato da Lola Ottolini, Matteo Andreoletti e Lucia Emma Avolio, è stato pensato appositamente per questa fase di transizione e ne fa un elemento del percorso: lo spazio è scandito da elementi e dispositivi presi in prestito dal linguaggio del cantiere, con il colore blu come filo conduttore. Il visitatore attraversa così le diverse stratificazioni del luogo, in un punto d’incontro tra ricerca storica e attualità.

La mostra, inaugurata il 29 ottobre, ha ricevuto il patrocinio del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano e del Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura dell’Università di Pavia.

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