Perché la bruttezza oggi è anche più attraente della bellezza? In margine a una mostra milanese


Alle Gallerie d’Italia di Milano, una mostra esplora la nascita dell’estetica del brutto nel Rinascimento. Da Botticelli all’arte fiamminga, dalle teste grottesche di Michelangelo alle raffigurazioni della follia, ecco come il deforme, il grottesco e il disgusto hanno cambiato la nostra idea di bellezza. La recensione di Maurizio Cecchetti.

L’uomo del Rinascimento ha sopra di sé alcuni assoluti a cui tende anche attraverso le arti liberali e pratiche, ma finisce per scoprire una nuova dimensione, quella del valore estetico della bruttezza, che s’impone attraverso la comicità, le difformità naturali e quelle artificiose imposte dell’immaginazione umana, e una diversa considerazione di ciò che il male (il brutto) rappresentava ancora per i pensatori medioevali, vale a dire, il non essere, il negativo del bene (del bello): comincia, in questo modo, il tempo moderno all’interno del quale la bruttezza occupa uno spazio importante non solo nella riflessione filosofica, ma nella rappresentazione di un mondo dove l’uomo comune e la cultura popolare guadagnano una centralità nella definizione del gusto di un’epoca che in passato non ebbero. Il bisogno di novità, di essere continuamente stupiti, e una centralità del reale rispetto all’assoluto, impongono una diversa considerazione della bruttezza. La differenza è stata messa in chiaro qualche anno fa dal filosofo Remo Bodei: “l’arte antica cresce come fiori di campo, tende spontaneamente al bello, l’arte moderna invece ha bisogno dell’‘interessante’ cioè di qualche cosa che ci metta continuamente in stato di eccitazione”.

Una mostra a Milano, nelle sale delle Gallerie d’Italia, ripercorre (fino al 18 ottobre) proprio gli inizi di questa nuova coesistenza estetica di Bellezza e bruttezza, avendo come temi conduttori “ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento”. Ancora Bodei, rispondendo alle domande di Silvia Torrisi, nel 2009 individuava nel cristianesimo una delle forze che hanno dato un peso nuovo alla bruttezza rispetto alla visione armonica dei greci, fatta di numeri e proporzioni, di rapporti ideali fra le parti di un insieme: “Vi è un motivo fondamentale”, spiegò Bodei, “per cui la religione cristiana in un certo modo riscatta il brutto, così come riscatta il peccato, sino, a volte, a raffigurare brutto il Cristo stesso. Mentre nella tradizione greca, in quella neoplatonica, è l’uomo che deve innalzarsi, attraverso l’ascesi, alla divinità, nella tradizione cristiana – se si guarda uno dei grandi testi di san Paolo che contiene l’Inno a Cristo – noi vediamo che là è Dio che discende, si degrada, si umilia nel farsi uomo, che si svuota della sua gloria e della sua divinità e diventa non solo uno come noi, ma il peggiore di noi dal punto di vista esterno. Così il Cristianesimo pone per la prima volta una separazione tra l’interno e l’esterno: bisogna riconoscere dietro la bruttezza esteriore di un individuo la gloria di Cristo che risiede in ogni nostro simile”.

Allestimenti della mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento. Foto: Maurizio Tosto
Allestimenti della mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento. Foto: Maurizio Tosto
Allestimenti della mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento. Foto: Maurizio Tosto
Allestimenti della mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento. Foto: Maurizio Tosto
Allestimenti della mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento. Foto: Maurizio Tosto
Allestimenti della mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento. Foto: Maurizio Tosto
Allestimenti della mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento. Foto: Maurizio Tosto
Allestimenti della mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento. Foto: Maurizio Tosto
Allestimenti della mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento. Foto: Maurizio Tosto
Allestimenti della mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento. Foto: Maurizio Tosto
Allestimenti della mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento. Foto: Maurizio Tosto
Allestimenti della mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento. Foto: Maurizio Tosto
Allestimenti della mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento. Foto: Maurizio Tosto
Allestimenti della mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento. Foto: Maurizio Tosto

E la modernità, che nel Rinascimento vive ancora in bilico fra classicità e natura? “Nell’età moderna”, dice Bodei, “si scopre che la bellezza non ha più a che vedere con ciò che è misurabile, ma in un universo infinito noi abbiamo l’esperienza dello smisurato, dell’incommensurabile. In questo periodo il brutto comincia a essere recepito come qualcosa che esiste in natura. Le esplorazioni geografiche dimostrano l’esistenza di una quantità di animali strani, oppure bellissimi ma velenosi. Quindi nasce l’idea che la creazione è qualcosa di misterioso, che mescola il bene e il male. Il mondo, guardato in se stesso, non obbedisce più ai canoni rigidi, classici, che gli si attribuivano prima. Vi è una sensibilizzazione per il brutto, cioè per il non classico, che bolle, per così dire, a fuoco lento per circa due secoli”. A cambiare le regole sarà, appunto, il primato della realtà.

E oggi? Proiettando il discorso sul nostro tempo viene quasi spontaneo chiedersi se abbia ancora senso cercare la bellezza nell’arte. È più che evidente che gran parte degli artisti contemporanei si ispirano a temi sociali e politici come la guerra, l’emarginazione o le discriminazioni di genere, alle grandi questioni ecologiche, prendendo spunti anche dalla cronaca, in una prospettiva più etica che estetica, dove la bellezza è l’ultima delle preoccupazioni. Il brutto vince perché il nostro mondo è pieno di bruttezza. Se cercate la bellezza nell’arte contemporanea, dunque, scoprirete ben presto di aver sbagliato tempo e luogo. O forse no. Ma il rischio oggi è che la bellezza debba convivere col kitsch, un “disvalore” che fa concorrenza alla bruttezza, perché non è più necessariamente riconducibile al “cattivo gusto”, come ai tempi di Hermann Broch, nel cui universo morale il kitsch era quasi un reato contro il bene comune. Il kitsch è un insieme bulimico di forme che sono parodie dell’arte come l’abbiamo ereditata. L’uomo-kitsch per Broch era una specie di mascalzone, e l’invettiva dello scrittore austriaco tuonava contro una società borghese che aveva contaminato ogni uomo, anche il più rigoroso e integerrimo, inoculandogli quel virus, il “cattivo gusto”, la cui minima quantità era tuttavia sufficiente per distruggere una cultura secolare. E il grande accusato era il romanzo, la forma d’arte letteraria che si era sviluppata nei secoli dominati dalla borghesia.

Introducendo per la prima volta nella cultura occidentale una riflessione sull’“estetica del brutto”, a metà Ottocento il filosofo tedesco Karl Rosenkranz aveva esordito con provocatoria nonchalance dicendo che il brutto partecipa alla metafisica del bello: “‘Estetica’”, scriveva, “è diventato un termine collettivo che include un ampio gruppo di concetti che poi si suddividono in tre classi particolari. La prima ha a che fare con l’idea del bello, la seconda con il concetto di produzione del bello, la terza infine con il sistema delle arti, con la rappresentazione artistica dell’idea del bello in un determinato medium. I concetti appartenenti alla prima classe li riassumiamo di solito sotto il titolo di metafisica del bello. Ma se si discute l’idea del bello, non si può prescindere da una ricerca sul brutto”. All’epoca di Rosenkranz, come lui stesso osserva, trattando di estetica si eccepiva rispetto alle altre discipline umane occupandosi soltanto del bello: “Nessuno si meraviglia che nella biologia si tratti del concetto di malattia, nell’etica del concetto di male, nella scienza del diritto del concetto di torto, nella scienza della religione il concetto di peccato”. Caratteri negativi come l’asimmetria o la deformità dopo Rosenkranz sono diventati essi stessi partecipi nella definizione dell’orizzonte estetico nel quale ogni individuo è calato, determinando anche nuovi linguaggi artistici (dall’espressionismo al surrealismo, dalla performance all’artification, cioè l’intensificazione della moda attraverso innesti dall’arte contemporanea). Siamo condizionati dallo schema mentale hegeliano che oppone positivo e negativo in una prospettiva dialettica, in realtà andrebbero considerati come situazioni aperte dove il negativo prende talvolta il sopravvento sul positivo, il brutto sul bello, delineando un volto mondano nel quale è sempre più netta la percezione del coesistere, a gradi diversi e con diversi poteri, di quelli che un tempo erano considerati valori inconciliabili. Non c’è dubbio, per esempio, che nella nostra epoca anche l’orrore produce valore estetico e lo stesso Rosenkranz quasi due secoli fa optava per una fenomenologia che descriveva ciò che aveva di fronte, anche se ripugnante sotto l’aspetto del gusto, trattandolo come mezzo di conoscenza: così, aprendo a suo modo le porte dell’inferno, per Rosenkranz il brutto è ciò che ci parla del diabolico, secondo uno sviluppo estetico dove la bellezza si trova interferita dal comico e dal grottesco rendendo più ambigua l’idea stessa delle belle arti. Ormai il difforme, l’orrore, la sofferenza, il degrado morale dominano l’arte contemporanea, portando al suo pieno sviluppo l’analisi del pensatore tedesco.

Negli ultimi decenni, il critico francese Jean Clair ha indagato, fin dalla mostra Identità e Alterità del 1993, gli aspetti rivoltanti della modernità: col passare degli anni il riferimento si è spostato verso quegli artisti che usano rifiuti, deiezioni e provocazioni corporali non per denunciare, ma per soggiogare lo spettatore. Un’arte che si fa portatrice di una estetica dello stercorario: “Docere et delectare: a lungo l’arte ha avuto come fine di arricchire lo spirito e di deliziare i sensi”, ha scritto Clair. “L’arte contemporanea sembra aver cambiato completamente registro. L’età del disgusto è subentrata all’età del gusto: esibizione e desacralizzazione del corpo, svilimento delle sue funzioni e delle sue forme visibili, morphings e deformazioni, mutilazioni e automutilazioni, fascinazione per il sangue, gli umori corporali e gli escrementi, coprofilia, coprofagia... l’arte si è impegnata in una strana cerimonia dove il sordido e l’abiezione scrivono un inatteso capitolo della storia dei sensi”.

Bernardino Luini, Ritratto di dama (1520-1525 circa; olio su tavola, 77 x 57,5 cm; Washington, DC, National Gallery of Art, Andrew W. Mellon Collection) © National Gallery of Art, Andrew W. Mellon Collection
Bernardino Luini, Ritratto di dama (1520-1525 circa; olio su tavola, 77 x 57,5 cm; Washington, DC, National Gallery of Art, Andrew W. Mellon Collection) © National Gallery of Art, Andrew W. Mellon Collection
Alessandro Bonvicino detto il Moretto da Brescia (attr. ), Ritratto di giovane donna (1540 circa; olio su tela, 101 x 82 cm; Vienna, Kunsthistorisches Museum, Gemäldegalerie) © KHM-Museumsverband
Alessandro Bonvicino detto il Moretto da Brescia (attr. ), Ritratto di giovane donna (1540 circa; olio su tela, 101 x 82 cm; Vienna, Kunsthistorisches Museum, Gemäldegalerie) © KHM-Museumsverband
Sandro Botticelli (attr.), Ritratto allegorico di figura femminile (1490 circa; tempera e olio su tela, 58,5 x 40,5 cm; Collezione privata) ©SmartStamp.com
Sandro Botticelli (attr.), Ritratto allegorico di figura femminile (1490 circa; tempera e olio su tela, 58,5 x 40,5 cm; Collezione privata) ©SmartStamp.com
Tiziano Vecellio, Donna con una mela (1550-1555 circa; olio su tela, 97,8 x 73,8 cm; Washington, National Gallery of Art, Samuel H. Kress Collection) © National Gallery of Art, Samuel H. Kress Collection
Tiziano Vecellio, Donna con una mela (1550-1555 circa; olio su tela, 97,8 x 73,8 cm; Washington, National Gallery of Art, Samuel H. Kress Collection) © National Gallery of Art, Samuel H. Kress Collection
Paris Bordon, Giovane donna allo specchio con serva (1535-1540 circa; olio su tela, 87 x 72 cm; Amburgo, Kunsthalle ) © Hamburger Kunsthalle/ARTOTHEK. Foto: Elke Walford
Paris Bordon, Giovane donna allo specchio con serva (1535-1540 circa; olio su tela, 87 x 72 cm; Amburgo, Kunsthalle ) © Hamburger Kunsthalle/ARTOTHEK. Foto: Elke Walford
Michelangelo Buonarroti, Testa di vecchia (1522-1525 circa; matita su pergamena, 160 x 120 mm; Firenze, Casa Buonarroti) © Casa Buonarroti, Firenze
Michelangelo Buonarroti, Testa di vecchia (1522-1525 circa; matita su pergamena, 160 x 120 mm; Firenze, Casa Buonarroti) © Casa Buonarroti, Firenze
Francesco Salviati, Teste grottesche (XVI secolo; penna e acquerello marrone su carta, 115 x 78 mm circa; Collezione privata)
Francesco Salviati, Teste grottesche (XVI secolo; penna e acquerello marrone su carta, 115 x 78 mm circa; Collezione privata)
Giovan Paolo Lomazzo, Testa grottesca di donna rivolta verso destra (1560 circa; olio e tempera su tavola, 26 x 18 cm; Collezione privata) © Photo Vivi Papi
Giovan Paolo Lomazzo, Testa grottesca di donna rivolta verso destra (1560 circa; olio e tempera su tavola, 26 x 18 cm; Collezione privata) © Photo Vivi Papi
Lucas Cranach il Vecchio, La coppia mal assortita (1537-1540; olio su tavola, 87,5 x 59 cm; Tbilisi, Museo Nazionale Georgiano - Museo di Belle Arti Shalva Amiranashvili) © Georgian National Museum / Fernando Javier Urquijo
Lucas Cranach il Vecchio, La coppia mal assortita (1537-1540; olio su tavola, 87,5 x 59 cm; Tbilisi, Museo Nazionale Georgiano - Museo di Belle Arti Shalva Amiranashvili) © Georgian National Museum / Fernando Javier Urquijo
Maestro del 1537 (antichi Paesi Bassi), Folle che guarda attraverso le dita (1548 circa; olio su tavola, 34,1 x 24,8 cm; Anversa, The Phoebus Foundation) © The Phoebus Foundation
Maestro del 1537 (antichi Paesi Bassi), Folle che guarda attraverso le dita (1548 circa; olio su tavola, 34,1 x 24,8 cm; Anversa, The Phoebus Foundation) © The Phoebus Foundation
Leonardo da Vinci, Testa grottesca di donna di profilo verso sinistra (1490-1500 circa; penna e inchiostro seppia chiaro su traccia a punta di piombo o a punta d’argento con ripassature a inchiostro più scuro, 118 x 66 mm; Venezia, Collezione Ligabue) © Collezione Ligabue, Venezia. Foto: Matteo De Fina
Leonardo da Vinci, Testa grottesca di donna di profilo verso sinistra (1490-1500 circa; penna e inchiostro seppia chiaro su traccia a punta di piombo o a punta d’argento con ripassature a inchiostro più scuro, 118 x 66 mm; Venezia, Collezione Ligabue) © Collezione Ligabue, Venezia. Foto: Matteo De Fina

Se si cerca di comprendere il mondo in cui viviamo la bruttezza dunque contribuisce più della bellezza a definire la nostra realtà. Quale miglior fotografia di ciò che era già in atto all’epoca di Rosenkranz: “è l’arte stessa a non proporsi più, in questi anni, come ‘aulica’, dal momento che inizia a scendere per le strade, cogliendo di esse e in esse una ‘bruttezza’ che va rappresentata, sfigurata, simboleggiata, in ogni caso resa evento visivo e percettivo”. Si sostituisca a ‘strade’ il molteplice universo dei media, compresi quelli che dominano il digitale, e si avrà lo stato attuale dove la bruttezza viene privilegiata rispetto a una bellezza che non si sa più che cosa sia effettivamente, nell’incertezza di poter stabilire le nuove norme di ciò che un tempo era il canone, se non appunto in negativo nel confronto diretto con una bruttezza più diffusa che in passato. Rosenkranz è il teorico che ha scoperchiato il vaso di Pandora dell’estetico, anticipando una visione dell’‘inferno’ prossimo venturo nel quale sciacquano i panni molti critici contemporanei. Se l’arte dev’essere una rappresentazione della realtà essa allora non può limitarsi ai valori positivi, agli ideali puri, come un tempo, ma deve considerare il brutto, il malessere che s’impone in un mondo dove opera, come sosteneva Rosenkranz, il satanico (qualcosa di non troppo diverso da quello che Broch pensava del kitsch). Il diabolico, anche fuori dalla religione, è infatti ciò che separa, che divide. E l’arte non può ignorare questa nostra condizione schizofrenica.

Riunendo da diversi musei italiani e internazionali un centinaio di opere, la mostra di Milano è nata in collaborazione col museo Bozar di Bruxelles, dove si è tenuta in prima battuta, a cura di Chiara Rabbi Bernard. Dalla forma fluida della bellezza cinquecentesca che testimonia il legame con la verità umana dei modelli senza rinnegare il canone classico che l’arte interpreta misurandosi col reale, dipendono opere come la Dama del Luini o la Giovane del Moretto, dove sempre più spesso la posa di profilo viene abbandonata per la posizione di tre quarti, molto diffusa nella pittura nordica, ponendo le basi di uno sviluppo del ritratto moderno che rispecchia la realtà e, nei secoli, interagisce con la fisiognomica e poi con la psicoanalisi esprimento l’interiorità dell’individuo. Il presunto ritratto di Simonetta Vespucci (l’amante di Giuliano de Medici, fratello del Magnifico), che gli studi più recenti confermano alla mano di Botticelli, sia pure con la collaborazione della bottega, è un esempio lampante di un gusto che valorizza la realtà ma non disdegna ancora un certo ideale estetico. La leggendaria bellezza della ragazza, morta a soli ventitré anni, è riflessa anche nei dettagli: l’acconciatura tempestata di piccole perle, i boccoli dorati, e la strepitosa sciarpa policroma, da sotto la quale fuoriesce il seno della donna con l’audace zampillo di latte. Il ritratto, rispetto ad altre figure femminili di Botticelli, ha un aspetto assai moderno, con un’espressione del volto sospesa fra purezza e sensualità, propria della donna fatale e della musa romantica, che sembra anticipare di tre secoli la pittura preraffaellita. Nella galleria di ritratti sfilano tra gli altri opere celebri del Veronese, di Tintoretto, di Paris Bordon, di Lorenzo Lotto, ma è il progressivo slittamento del gusto verso il realismo ad aprire la strada a una nuova considerazione della bruttezza che guadagna terreno quando l’ideale della perfezione si stempera in dettagli sempre meno fedeli al canone classico, prendendo in considerazione le deformità, accentuandone i caratteri in senso grottesco e comico.

Quello che cambia le carte in tavola è proprio il confronto aperto con la natura, che mette a tema le singolarità fisiche. In questa nuova linea di rappresentazione, il brutto non è più l’espressione della differenza dal canone della bellezza femminile come vediamo nel Ritratto di donna di Lorenzo Lotto, ma una vera e propria apertura di credito sul valore estetico di ciò che suscita apprensione, disgusto, comicità, repellenza, orrore. Il deforme incarna una scala di variabili: ben diversa, infatti, la “bruttezza” della Vecchia di Michelangelo o della testa d’uomo di Cesare da Sesto, da quella del fiammingo Quentin Metsys che vuole dare al ritratto un carattere esemplare anziché enfatizzare l’apparenza fisica, come peraltro aveva fatto poco tempo prima nella Duchessa brutta, forse dipinta ispirandosi a una celebre caricatura di Leonardo.

La quinta sezione della mostra milanese incentrata sulle “figure privilegiate della bruttezza”, con tre sottocategorie dedicate alla follia e ai buffoni, al comico e la satira sociale, ai vizi e le virtù, si apre con Dosso Dossi e quello che qualcuno ipotizza sia un autoritratto, ma la cui forza espressiva può far pensare anche ad altro: per esempio, come si osserva in catalogo, che sia un ritratto del buffone Gonnella, giullare di casa d’Este, oppure di Ruggiero, protagonista dell’Orlando furioso di Ariosto, ma qualunque possa essere la sua identità, la presenza in scena della pecora che il personaggio abbraccia, fa pensare che si tratti piuttosto di un’immagine della stoltezza. Quanto alla follia, tema di una grande mostra al Louvre due anni fa, di straordinaria verità e aderenza al tema sono i ritratti dipinti da Cornelis van Haarlem e da un anonimo fiammingo che ritrae un folle-giullare mentre ride lanciando il suo sguardo malizioso verso di noi attraverso le dita: nella mano destra tiene un paio di occhiali assai rudimentali, simili a pince-nez (analoghi per la foggia sommaria a quelli che spiccano sull’elmo con aspetto di giullare appartenuto a Enrico VIII d’Inghilterra, coincidenza che fa pensare a quegli occhialetti come attributo tipico dell’immagine del folle di corte) perché insinuano un retropensiero: occhio, perché tutto è inganno. Su questi soggetti, non poteva mancare una tela dei Brueghel il Giovane, in questo caso tratta dalla serie dei proverbi che mostra un mondo caotico dove l’umanità è presa da un frenetico avvicendarsi di assurde occupazioni. La satira sociale di questo quadro fa da ponte fra baccanali, gruppi che mangiano avidamente una ricotta nella quale probabilmente lascerà le sue uova la mosca in primo piano, che sbevazzano incalzati da una vecchia che mesce loro vino in abbondanza, evocano un universo carnevalesco e popolare con scene “bizzarre” e attinenti al grottesco.

Willem Key, Ritratto di Margret Halseber di Basilea o La signora dalle due barbe (seconda metà del XVI secolo; olio su tavola, 31,7 x 26 cm; Collezione privata)
Willem Key, Ritratto di Margret Halseber di Basilea o La signora dalle due barbe (seconda metà del XVI secolo; olio su tavola, 31,7 x 26 cm; Collezione privata)
Quentin Metsys, Ritratto di vecchia (1514-1524 circa; olio su tavola, 29,2 x 25 cm; Anversa, The Phoebus Foundation)  © The Phoebus Foundation
Quentin Metsys, Ritratto di vecchia (1514-1524 circa; olio su tavola, 29,2 x 25 cm; Anversa, The Phoebus Foundation) © The Phoebus Foundation
Giovanni Francesco Luteri detto Dosso Dossi, La zuffa (1521 circa; olio su tavola, 107 x 95 cm; Venezia, Fondazione Giorgio Cini) © Fondazione Giorgio Cini
Giovanni Francesco Luteri detto Dosso Dossi, La zuffa (1521 circa; olio su tavola, 107 x 95 cm; Venezia, Fondazione Giorgio Cini) © Fondazione Giorgio Cini
Quentin Metsys, Folle con cucchiaio (1525-1530 circa; olio su carta applicata su tavola, 25,5 x 19,5 cm; Anversa, The Phoebus Foundation) © The Phoebus Foundation
Quentin Metsys, Folle con cucchiaio (1525-1530 circa; olio su carta applicata su tavola, 25,5 x 19,5 cm; Anversa, The Phoebus Foundation) © The Phoebus Foundation
Jan Gossaert, Venere o Vanitas (1521 circa; olio su tavola, 60 x 31 cm; Rovigo, Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi) © Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi
Jan Gossaert, Venere o Vanitas (1521 circa; olio su tavola, 60 x 31 cm; Rovigo, Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi) © Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi
Desiderio da Settignano (cerchia di), Santa Costanza (un tempo detta La bella fiorentina) (terzo quarto del XV secolo; legno di tiglio con tracce di oro policromo, fibra vegetale, gesso, pioppo, 55 x 47 x 27 cm; Parigi, Musée du Louvre, Département des Sculptures) © RMN-Grand Palais / René-Gabriel Ojeda / Dist. Photo SCALA, Firenze
Desiderio da Settignano (cerchia di), Santa Costanza, un tempo detta La bella fiorentina (terzo quarto del XV secolo; legno di tiglio con tracce di oro policromo, fibra vegetale, gesso, pioppo, 55 x 47 x 27 cm; Parigi, Musée du Louvre, Département des Sculptures) © RMN-Grand Palais / René-Gabriel Ojeda / Dist. Photo SCALA, Firenze
Adriaen Thomaszoon Key, Maria Maddalena (XVI secolo; olio su tavola, 45,8 x 31,9 cm; Ginevra, De Jonckheere) © De Jonckheere
Adriaen Thomaszoon Key, Maria Maddalena (XVI secolo; olio su tavola, 45,8 x 31,9 cm; Ginevra, De Jonckheere) © De Jonckheere
Frans de Vriendt detto Frans Floris, Pomona (1565; olio su tela, 115,5 x 134 cm; Stockholm, The Hallwyl Museum)
Frans de Vriendt detto Frans Floris, Pomona (1565; olio su tela, 115,5 x 134 cm; Stockholm, The Hallwyl Museum)
Hendrick Goltzius, Sine Cerere et Libero friget Venus (1600-1603 circa; penna e inchiostro, olio su tela, 105,1 x 80 cm; Filadelfia, Philadelphia Museum of Art) ©Philadelphia Museum of Art
Hendrick Goltzius, Sine Cerere et Libero friget Venus (1600-1603 circa; penna e inchiostro, olio su tela, 105,1 x 80 cm; Filadelfia, Philadelphia Museum of Art) ©Philadelphia Museum of Art

L’arte che cerca di épater lo spettatore appellandosi al brutto sembra aver già vinto rispetto a quella che cercava di incantarlo con la bellezza. Una stilista che ha imposto il suo brand a livello internazionale, Miuccia Prada, ne ha spiegato così le ragioni: “Il brutto è attraente, il brutto è eccitante. Per me la ricerca del brutto è più interessante dell’idea borghese di bellezza. E perché? Perché il brutto è umano”. Insomma, la bruttezza è il momento dove l’uomo comune si riscatta dalla subalternità al poteri più o meno costituiti, e in questa nuova prospettiva acquista una dimensione esistenziale ed ontologica, diventando nel nostro tempo quasi un requisito necessario a un’arte che vuole rendersi provocatoria: pensiamo alle performance di Marina Abramović che negli anni si sono trasformate in scene “pranoterapeutiche”, sintesi perfetta nell’era del kitsch e del Fake.

Quando si comincia a parlare di estetica del brutto (quando il brutto guadagna la dimensione dell’essere che il male, tomisticamente, non aveva), non sorprende più che a un disvalore come il kitsch sia associato l’aggettivo perfetto. E così l’estetica diventa il mezzo per rendere magnifico qualcosa di stucchevole o di bizzarro, che talvolta specula sull’orrore. Il circo Barnum ne ha fatto una regola. E da almeno due secoli ha grande successo il freak-show, dove si esibiscono persone con rare e insolite anomalie del corpo, come la donna messicana Julia Pastrana, la cui folta peluria sul volto e nel corpo le era valso l’appellativo di “donna scimmia” e la perentoria definizione di “donna più brutta del mondo”. E Les Demoiselles d’Avignon di Picasso? L’esaltazione del tribale come terreno per esprimere una forma diversa, altra, di bellezza? Potremmo accostare quelle figure di donna che indossano maschere africane ai corpi di tanti che oggi ostentano il tatuaggio. La bruttezza ci salverà, potrebbe dire un antieroe dostoevskiano che avesse cognizione di vivere, come noi oggi, nel tempo dell’agnosticismo di massa…

Anche gli assoluti cambiano di segno? Un filosofo contemporaneo, Georges Bataille, a metà Novecento scrisse un saggetto urticante, La laideur belle ou la beauté laide dans l’art et la littérature dove si chiedeva: “Com’è possibile che sotto la copertura della bellezza tanti artisti e scrittori non ci propongano altro che bruttezza? Come mai la ricerca del bello ha condotto al mostruoso e all’assurdo?”. La risposta provocatoria del filosofo-scrittore fu che il disgusto è l’unico che possa ancora vincere la noia, poiché ogni bellezza in sé è già guasta. Anche la volgarità intesa come linguaggio crudo, eccesso e provocazione, ha una lunga tradizione che risale al carnevalesco analizzato da Michail Bachtin in rapporto alla cultura popolare. E il culto cattolico ha risemantizzato il brutto come laidezza, prosaicità verbale e licenziosità carnale rispecchiandolo nelle forme del risus paschalis che i predicatori provocavano nei fedeli raccontando, durante l’omelia della Messa di Pasqua, barzellette, facezie o storie bizzarre e licenziose. Era un modo di affermare la vittoria sulla morte e sul peccato. Anche in questo caso bruttezza e bellezza non erano disgiunte o contrapposte, ma collaboravano a fare della parola o dell’immagine sacra un viatico conoscitivo, del tutto opposto nei fini alla provocazione estetica insita nella prurigine borghese, che oggi, attraverso il kitsch, si accompagna a una sorta di contemptus mundi, ovvero a una forma di masochismo estetico dove sempre più persone odiano il mondo in cui vivono. Niente di scandaloso, dunque, se per molti il brutto oggi è più desiderabile del bello.



Maurizio Cecchetti

L'autore di questo articolo: Maurizio Cecchetti

Maurizio Cecchetti è nato a Cesena il 13 ottobre 1960. Critico d'arte, scrittore ed editore. Per molti anni è stato critico d'arte del quotidiano "Avvenire". Ora collabora con "Tuttolibri" della "Stampa". Tra i suoi libri si ricordano: Edgar Degas. La vita e l'opera (1998), Le valigie di Ingres (2003), I cerchi delle betulle (2007). Tra i suoi libri recenti: Pedinamenti. Esercizi di critica d'arte (2018), Fuori servizio. Note per la manutenzione di Marcel Duchamp (2019) e Gli anni di Fancello. Una meteora nell'arte italiana tra le due guerre (2023).




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