C’era un cortocircuito visivo di grande efficacia scenografica e narrativa che accoglieva chi, negli ultimi anni del Seicento, varcasse la soglia del salone principale di Villa Rondinelli-Vitelli a Fiesole: ad attendere il visitatore all’interno della dimora collinare fiesolana non era la consueta galleria di busti celebrativi di famiglia, né una tradizionale serie di ritratti genealogici dipinti su tela, bensì un imponente colosso in marmo alto oltre due metri, concepito per dominare lo spazio domestico con la regalità solenne e il piglio imperioso di un generale dell’antica Roma. A farsi raffigurare in un’ostentata posa di comando eroica, con il torace atletico e muscoloso lasciato audacemente in vista, la corazza riccamente ornata, le calzature romano-antiche e il bastone di comando saldamente impugnato nella mano destra, non era un Cesare della storia antica o un eroe del mito classico, bensì il granduca Cosimo III de’ Medici, scolpito in queste forme da Lorenzo Merlini (Firenze, 1666 – Roma, 1745 circa), in una imponente statua che la galleria Walter Padovani riporta adesso all’attenzione del mercato, avendola esposta all’edizione 2026 della Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze.
Ciò che rende quest’opera una testimonianza artistica di grande densità narrativa non è però soltanto l’imponenza scenografica delle sue dimensioni monumentali o la scelta del travestimento all’antica: il vero elemento di sorpresa e di interesse risiede nella convivenza, all’interno del medesimo blocco di marmo, tra la trasfigurazione ideale del corpo e la verosimiglianza fisionomica, quasi spietata, del volto. Sopra le forme atletiche, possenti e dinamiche di un condottiero romano, lo scultore fiorentino Lorenzo Merlini scolpisce con nitida e rigorosa precisione le fattezze reali e severe del sovrano mediceo, conservandone i tratti fisionomici più caratteristici e umani, come i baffi, o la stempiatura, oppure la linea pesante del mento, per non parlare del naso importante. Eppure, questa aderenza al vero non scivola mai nel piatto calco fisionomico: Merlini nobilita il volto del granduca attraverso una modellazione morbida e vibrante, capace di restituire all’incarnato una freschezza giovanile, una luminosità diffusa e una qualità plastico-pittorica di rara sensibilità.
Per quale ragione collocare un monumento celebrativo di tali dimensioni, impegno economico e ambizione formale all’interno di una residenza privata fuori città? La vicenda del monumentale Ritratto di Cosimo III de’ Medici, scolpito nel 1694 ed eretto nel 1695 nel salone di Villa Rondinelli-Vitelli a Fiesole, risponde a una dinamica di committenza del tutto singolare nel panorama collezionistico del tempo. L’opera fu infatti commissionata dal marchese Clemente Vitelli e concepita espressamente per decorare e nobilitare gli ambienti della propria dimora di famiglia. Non si trattava, dunque, di una statua pubblica destinata a svettare nelle piazze della capitale granducale o nei giardini monumentali della corona, né di un’opera di rappresentanza pensata per i saloni ufficiali di Palazzo Pitti, ma di un ritratto monumentale eretto in un contesto privato e appartato, ben distante dai centri istituzionali del potere mediceo.
Proprio questa collocazione domestica e riservata rende la scultura un unicum nel panorama della plastica tardobarocca toscana per tipologia, destinazione e intenzione celebrativa. Come confermano le fonti antiche, l’iniziativa del marchese Vitelli permette di leggere la scultura come un omaggio insieme politico e sentimentale rivolto al proprio sovrano. La scelta del nobiluomo di tradurre la propria lealtà, devozione e vicinanza al granduca in una statua colossale a figura intera, abbigliata all’antica e colta in una fiera posa di comando, rivela la profondità dell’intimo legame che univa il committente al dedicatario dell’opera.
Nel contesto artistico della Toscana del tardo Seicento, la ritrattistica di Stato e la scultura celebrativa rimasero a lungo ancorate a canoni formali rigidi, solenni e tradizionali, e mostravano una diffusa resistenza nei confronti delle ardite novità dinamiche e barocche che animavano contemporaneamente la scena artistica romana. Con il Cosimo III di Villa Vitelli, Lorenzo Merlini diede pertanto vita a una disinvolta eccezione al canonico State Portrait fiorentino. Pur senza recidere del tutto i legami con la più nobile e misurata tradizione cinquecentesca, lo scultore fu in grado di infondere nella figura un dinamismo plastico del tutto nuovo: la torsione appena accennata dell’anca, il ritmo ampio, fluido e scenografico del paludamento e il vigore del torace conferiscono alla statua un movimento vibrante che appare già premonitore dell’esuberanza figurativa del Settecento.
La parabola artistica e biografica di Lorenzo Merlini trova peraltro una precisa collocazione storiografica anche grazie alle preziose e sintetiche annotazioni lasciate dallo stesso scultore nella sua autobiografia manoscritta, dove ricordò espressamente la vicenda della statua fiesolana di Cosimo III. Attivo nel corso della sua carriera tra la capitale del granducato e Roma, Merlini si formò presso la celebre e rinomata bottega di Giovanni Battista Foggini, figura egemone della scultura fiorentina dell’epoca. Da Foggini, il giovane Merlini apprese la tecnica virtuosistica nel trattamento dei panneggi, che nella statua di Villa Vitelli si alternano sapientemente tra ampie pieghe fluenti e improvvisi tagli angolosi. Tuttavia, la creazione del più giovane artista si distingue nettamente da quella del maestro per una inconsueta libertà nella posa e per la straordinaria nitidezza e precisione del disegno. Non a caso, una celebre definizione coeva descriveva Merlini come uno scultore capace di coniugare un “disegno corretto” a un’invenzione “spiritosa”, individuando proprio nel genere della ritrattistica il vertice più alto, maturo ed espressivo della sua complessa produzione.
Dal punto di vista della resa formale e dell’esecuzione materiale, la scultura in marmo rivela una qualità tecnica ed estetica di altissimo livello. Sulla superficie dell’opera, Merlini orchestra un sapiente e calibrato gioco di contrasti chiaroscurali: passaggi condotti a un livello di estrema finitura e levigatezza si alternano a brani lavorati in modo più sommario e sbozzato, con il preciso obiettivo di esaltare la vibrazione luminosa della materia marmorea e le sue spiccate qualità tattili. A rendere ancora più eccezionale e preziosa questa testimonianza della scultura granducale è il suo straordinario ed esemplare stato di conservazione, rimasto pressoché integro sia nella struttura anatomica del corpo sia nella superficie della pelle del marmo, consentendo tuttora di apprezzare appieno la raffinatezza e la sicurezza dello scalpello dell’artista.
La storia, la provenienza e l’importanza critica di questo capolavoro sono state ampiamente ricostruite attraverso una ricca e solida tradizione storiografica di studi specialistici. Ricordata nel 1962 da Klaus Lankheit nel suo studio fondamentale sulla scultura barocca fiorentina alla corte degli ultimi Medici (Florentinische Barockplastik), la statua è stata poi schedata e analizzata da Karla Langedijk nel monumentale catalogo dedicato ai ritratti dei Medici (The Portraits of the Medici, 1981). Successivamente, l’opera è stata inclusa nel Repertorio della scultura fiorentina del Seicento e del Settecento curato da Giovanni Pratesi nel 1993, fino alla dettagliata voce biografica dedicata a Merlini da Sandro Bellesi per il Dizionario Biografico degli Italiani del 2009. A coronamento di questo lungo percorso di riscoperta e valorizzazione critica si colloca oggi lo studio monografico interamente incentrato sull’opera, firmato da Gianluca Moscariello e intitolato Lorenzo Merlini e il Cosimo III di Villa Vitelli (Milano, 2025). E adesso, dal mercato internazionale, la scultura di Cosimo III attende di conoscere la sua prossima sede.
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