di Redazione 04/11/2026
Categorie: Arte contemporanea / Argomenti: Impressionismo - Arte contemporanea - Édouard Manet
Manet annotò il suo nome, Laure, in un taccuino, ma per lungo tempo la storia dell’arte l’ha chiamata solo con un epiteto razziale: la négresse. È la donna nera che compare nell’Olympia. Alla Pinacoteca Agnelli di Torino, uno dei più grandi artisti internazionali, Chris Ofili, immagina la vita di Laure oltre la cornice, partendo dal film Io Capitano di
In un taccuino di Édouard Manet (Parigi, 1832 – 1883) compare un nome: Laure. È quello della donna che il pittore ritrasse tra il 1862 e il 1863, la stessa che nell’Olympia, oggi al Musée d’Orsay di Parigi, porge un mazzo di fiori alla cortigiana distesa sul letto. Eppure quel nome, scritto di pugno dall’artista, è scomparso per lungo tempo dalla storia del dipinto. Nelle letture dell’Olympia, Laure è stata spesso considerata un accessorio della protagonista bianca, oppure un espediente per accentuare i significati sessuali e razziali dell’opera. E l’altro quadro che Manet le dedicò, un ritratto a mezzobusto acquistato da Giovanni e Marella Agnelli nel 1959, è stato identificato per decenni soltanto con un epiteto razziale: “la négresse”, “la negra”, parola che ai tempi del pittore evocava associazioni con persone in condizione di schiavitù e che oggi è considerata offensiva.
È da questa assenza che parte il progetto di uno dei più grandi artisti contemporanei, Chris Ofili (Manchester, 1968), per la Pinacoteca Agnelli di Torino. L’artista britannico ha realizzato un corpus di opere inedite in risposta al ritratto di Manet, con l’intento di restituire alla donna una centralità che le immagini e la storiografia le avevano negato. La mostra, intitolata Laure. Chris Ofili & Édouard Manet e curata da Pietro Rigolo, è stata inaugurata il 30 ottobre e resterà aperta fino al 4 aprile 2027.
Per capire perché la vicenda di Laure sia significativa bisogna guardare alla Parigi in cui Manet lavorava. Nei primi anni Sessanta dell’Ottocento la città attraversava profondi cambiamenti sociali e culturali e ospitava una popolazione nera libera e in crescita: erano passati appena quindici anni dall’abolizione della schiavitù nelle colonie francesi, avvenuta nel 1848. Laure, dunque, non rappresentava un altrove esotico o lontano, ma apparteneva alla vita contemporanea della capitale francese. Il modo in cui la sua figura venne letta in seguito, prima dalla stampa popolare dell’epoca e poi dagli storici dell’arte, rivela secondo i promotori della mostra la persistente difficoltà della storia dell’arte europea nel riconoscere ai soggetti neri una piena individualità.
Qualcosa, però, è cambiato. La ricerca sui documenti appartenuti a Manet ha portato a una parziale identificazione della donna: oggi sappiamo che si chiamava Laure e che viveva nei pressi dello studio del pittore. Alla luce di queste scoperte, la Pinacoteca Agnelli ha deciso di modificare il titolo del dipinto, che da La Négresse (Ritratto di Laure) è diventato Ritratto di Laure (La Négresse). Il nome della modella passa così in primo piano, mentre la vecchia denominazione resta tra parentesi per facilitare la ricerca archivistica e storico-artistica. Un’inversione in apparenza minima, che però cambia il punto di vista da cui l’opera viene guardata: prima l’identità della persona ritratta, poi l’etichetta che per lungo tempo l’ha sostituita.
Ofili assume proprio questo gesto, l’attribuzione del nome e il recupero dell’identità, come punto di partenza per un esercizio d’immaginazione. Chi poteva essere Laure? Quali storie portava con sé al di là dei margini in cui le immagini l’avevano relegata? Il progetto, chiarisce l’istituzione, non intende offrire una ricostruzione definitiva della sua vita, ma aprire uno spazio di riflessione sulle narrazioni che la storia dell’arte ha tramandato e sulla possibilità di restituire visibilità a chi è rimasto a lungo in secondo piano.
La chiave scelta dall’artista arriva da un luogo inatteso: il cinema italiano recente. Il punto di partenza della sua rielaborazione è Io Capitano, il film di Matteo Garrone del 2023 che segue due cugini senegalesi, Seydou e Moussa, nel loro pericoloso viaggio dall’Africa occidentale all’Italia. Nel film compare una figura che Ofili mette in relazione diretta con Laure: la “Donna del Deserto”, interpretata da Béatrice Gnonko, che appare al protagonista sospesa sopra le dune, come una presenza allucinatoria e soprannaturale. Per l’artista, Laure e la Donna del Deserto diventano entrambe un’immagine tutelare, una figura di protezione, cura e speranza che accompagna i difficili viaggi dei migranti dall’Africa verso l’Europa, in epoche diverse.
A questo intreccio tra la Parigi dell’Ottocento e le migrazioni di oggi si aggiunge un terzo elemento, la tradizione della pittura religiosa italiana. Ofili guarda in particolare alle Annunciazioni e alle altre rappresentazioni di incontri con il divino, usandole come cornice attraverso cui trasformare la figura di Laure. Nelle sue opere, un dipinto di grandi dimensioni e una serie di lavori su carta, la donna diventa una presenza autonoma, dotata di interiorità e spiritualità. Fiori, paesaggi desertici e richiami all’iconografia sacra costruiscono un immaginario nuovo, in cui Laure assume il valore di simbolo di cura, speranza e trasformazione. Secondo la presentazione della mostra, l’artista restituisce così alle donne nere autorità, vita interiore, presenza spirituale e capacità di agire, qualità tradizionalmente negate loro nell’arte occidentale.
Il legame con l’Annunciazione non è soltanto iconografico: il nome Laure ritorna in modo insistente nelle opere di Ofili e nei loro titoli, e questa ripetizione viene presentata come un vero e proprio atto di annunciazione: il modo in cui la donna esce dal mistero dei dipinti di Manet ed entra nella propria storia, portatrice del proprio nome e di un nuovo presente.
La scelta di Ofili per questo confronto non sorprende chi conosce il suo lavoro. Nato a Manchester nel 1968, l’artista vive e lavora a Port of Spain, a Trinidad e Tobago, e la sua ricerca pittorica intreccia da sempre storia dell’arte, cultura popolare, mitologia, spiritualità ed esperienze della diaspora africana. Fin dagli esordi ha attinto alla cultura afroamericana, dai film della blaxploitation al funk degli anni Settanta, fino all’hip-hop e al gangsta rap degli anni Novanta, mettendo in discussione le convenzioni con cui la cultura occidentale ha rappresentato i soggetti neri. Dopo il trasferimento a Trinidad e Tobago nel 2005, la sua produzione ha preso una direzione più introspettiva, in cui natura, intimità e spiritualità occupano un ruolo centrale. Il suo lavoro continua a interrogare le tensioni tra visibilità e cancellazione, bellezza e stereotipo, storia e invenzione: temi che nel caso di Laure trovano un terreno quasi naturale.
Il percorso di Ofili è segnato da riconoscimenti importanti. Ha vinto il Turner Prize nel 1998 e nel 2003 ha rappresentato la Gran Bretagna alla Biennale di Venezia; ha preso parte anche alla Biennale di Sydney, alla Biennale di Istanbul e alla Carnegie International di Pittsburgh. Le sue mostre personali si sono tenute, tra gli altri, alla National Gallery, alla Tate Britain e alla Serpentine Gallery di Londra, al New Museum e allo Studio Museum in Harlem di New York, all’Aspen Art Museum, all’Arts Club of Chicago e alla Kestner Gesellschaft di Hannover, oltre che nelle gallerie Victoria Miro a Londra e Venezia, David Zwirner a New York e Parigi e Gavin Brown’s enterprise a New York. Sue opere fanno parte delle collezioni del British Museum, della Tate Modern, del Victoria & Albert Museum e della National Portrait Gallery di Londra, del Metropolitan Museum of Art e del MoMA di New York, della National Gallery of Art di Washington, della National Gallery of Canada di Ottawa, del Carnegie Museum of Art di Pittsburgh, dell’Hammer Museum e del MOCA di Los Angeles, dell’ICA Miami, del SFMOMA di San Francisco, del Walker Art Center di Minneapolis e della Whitworth Art Gallery di Manchester, oltre che della Collezione Dakis Joannou di Atene e della Rubell Family Collection di Miami. Nel 2017 è stato nominato Commendatore dell’Ordine dell’Impero britannico per i suoi meriti nel campo dell’arte.
La mostra torinese è la sesta edizione di Beyond the Collection, il programma con cui la Pinacoteca Agnelli invita artisti contemporanei e istituzioni italiane e straniere a confrontarsi con la propria Collezione Permanente, per attivare nuove letture e relazioni tra il patrimonio storico del museo e la ricerca artistica di oggi. In questo caso il dialogo avviene con uno dei dipinti più noti della raccolta, esposto accanto alle opere che Ofili gli ha dedicato.
Ad accompagnare il progetto c’è una pubblicazione gratuita che approfondisce il percorso espositivo con un saggio inedito di Denise Murrell, curatrice al Metropolitan Museum of Art di New York e indicata dalla Pinacoteca tra le principali studiose della rappresentazione dei soggetti neri nell’arte moderna, con particolare attenzione proprio alla figura di Laure.
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