Come le fausses nouvelles dei dadaisti: il falso articolo di Umberto Eco che ha circolato a lungo nelle scorse ore sui social prima di essere riconosciuto come un fake potrebbe essere considerato una specie di opere d’arte. Una falsa pagina della Bustina di Minerva, la rubrica che Umberto Eco teneva su L’Espresso, diffusa sui social network: l’immagine mostrava la pagina 114 del settimanale, datata 11 aprile 2010, con un articolo intitolato “La macchina che avrà letto tutto”, firmato per la celebre rubrica La Bustina di Minerva da Umberto Eco.
Accompagnata dalla frase “Umberto Eco aveva già capito tutto o quasi dell’intelligenza artificiale”, la notizia ha fatto rapidamente il giro del web. Per ore, lettori, docenti universitari, intellettuali e giornalisti, e addirittura un premio Nobel come Giorgio Parisi, hanno celebrato il testo come la profezia definitiva del semiologo piemontese: una visione capace di anticipare con anni di anticipo ChatGPT, le allucinazioni dei modelli linguistici, le scorciatoie degli studenti e il rischio che i contenuti sintetici inquinino il web. C’era tuttavia un dettaglio fondamentale: Umberto Eco non ha mai scritto quel testo.
A svelare la natura dell’operazione è stata dapprima una serie di verifiche condotte da testate e portali d’informazione e fact-checking come Open, BUTAC, Tlon e Mac Peer, e poi è stato l’autore stesso della bufala, Ciro Ascione, a rivendicarla come il concentrato di una temporanea alleanza tra l’essere umano che l’ha ideata e fatta circolare e l’intelligenza artificiale che è stata usata come braccio operativo della... performance. L’immagine diffusa su Facebook, malgrado la credibilità dello stile del finto Eco, presentava un’irrefutabile traccia tecnologica: l’analisi dell’immagine condotta con gli strumenti di OpenAI ha confermato che l’impaginato era stato generato mediante intelligenza artificiale. Un evidente indizio visivo tradiva la natura sintetica del documento: sotto la grande lettera “M” dell’incipit appariva una parola deformata e priva di significato, tipico artefatto grafico dei generatori d’immagini. A ciò si aggiungeva un errore cronologico decisivo: l’11 aprile 2010 cadeva di domenica, giorno in cui L’Espresso non usciva nelle edicole, rendendo del tutto inesistente la numerazione di pagina esibita. Nello stesso periodo, il 16 aprile 2010, la rivista pubblicava invece un’autentica Bustina di Minerva di Eco, intitolata “Alto medio basso”.
L’origine dell’invenzione porta la firma di Ciro Ascione, massmediologo ed ex insegnante di scuola media nato a Torre del Greco nel 1968, noto soprattutto nell’ambito del web per le sue “trollate”, come si dice in gergo tecnico, ovvero le sue azioni provocatorie condotte col mezzo digitale. Autore di volumi come La grande bottega degli orrori (1996), Videogames - Elogio del tempo sprecato (1999) e Troll - Come ho inguaiato Internet (2006), Ascione è noto fin dalla fine degli anni Novanta nei newsgroup italiani per le sue provocazioni telematiche, tra cui la creazione della finta Associazione Carlo Borromeo e il falso sulla morte del personaggio di Marge Simpson nel 2008. Il 1° ottobre 2026, Ascione ha pubblicato il testo della finta Bustina sulla propria pagina Facebook, trascrivendolo integralmente e presentandolo come autentico.
Al di là della falsificazione visiva, l’elemento più affascinante dell’operazione risiede nel contenuto del testo apocrifo e nella sua capacità di mimetizzarsi nello stile di Eco. Il brano immagina che le macchine del futuro non saranno supercomputer ribelli sulla scia di HAL 9000, ma dispositivi capaci di “continuare una frase” in modo plausibile. Il testo spingeva la riflessione sulle allucinazioni e sulla fabbricazione di falsi storici, mostrando come la macchina permetta di democratizzare l’inganno consentendo a chiunque di costruire dispute erudite e citazioni inesistenti. La satira tocca anche il mondo della scuola: si immaginano studenti che commissionano all’IA un tema su Giovanni Pascoli, per poi chiederle di inserire appositamente errori, banalità e opinioni personali pur di superare i controlli dei docenti. Si prefigurava infine il pericolo del model collapse, ovvero l’effetto di macchine che apprendono da testi generati da altre macchine: se nel Medioevo occorrevano secoli perché una falsa reliquia creasse una tradizione, alla macchina bastano tre pomeriggi.
Intellettuali e studiosi vi hanno creduto perché la pagina possedeva una struttura credibile del saggio di Eco: l’erudizione, i riferimenti al Medioevo, l’ironia sulla cultura di massa e la battuta finale sull’essere umano. Nei commenti e nelle analisi di fact-checking, l’operazione è stata infatti interpretata, soprattutto da BUTAC, come un’azione di arte concettuale e situazionista. Un altro dei più noti troll della rete, Ermes Maiolica, la ha definita provocatoriamente una “nuova cappella sistina del trolling”. Piuttosto che una banale bufala, il testo si è trasformato in una specie di performance in cui il pubblico colto, cadendo nell’inganno, è diventato attore protagonista di una dimostrazione sulla fragilità della verifica nell’era digitale. Una dinamica del tutto coerente con la lezione del vero Umberto Eco.
“Negli ultimi due giorni”, ha poi scritto Ascione, “un fake che ho prodotto in mezz’ora con ChatGPT sta dettando l’agenda del dibattito nazionale sull’Intelligenza Artificiale. È stato condiviso da Giorgio Parisi, Luciano Floridi, Loredana Lipperini, Andrés Neumann e tante altre persone così importanti che se organizzassero un flash mob ne verrebbe fuori la versione contemporanea della Scuola di Atene di Raffaello. Andrea Colamedici, che l’anno scorso ha sbancato con Ipnocrazia, attribuito all’inesistente filosofo cinese Janwei Xun, ha subito scritto un articolo su Tlon per debunkare il testo. Un po’ come quei bambini grassi che si portano via il pallone se non sono loro a tirare il rigore. Quasi tutti hanno attribuito l’inesistente Bustina di Eco all’intelligenza artificiale, dimenticandosi completamente dell’umano che si annidava dietro al prompt. Forse per l’elite culturale nazionale è più comodo pensare di essere stati fregati da una macchina malvagia tipo Skynet e non da un falsario che ha piegato la macchina alla propria volontà. Ma, parafrasando una scena di Boris, è meglio mantenere la discussione tra pochi amici fidati”.
“Proprio nel momento storico in cui la società si interroga smarrita su dove stiamo andando con l’AI e sulla nostra residua capacità di distinguere la realtà dalla simulazione”, ha scritto invece Ermes Maiolica, “questa pagina è arrivata come una cometa sulla terra, spazzando via in un secondo ogni piglio critico. Ed è esattamente qui che risiede l’arte autentica. Quello che i pigri liquidano con l’etichetta sbrigativa di ‘trolling’ non è altro che il situazionismo eterno, la riattivazione dell’atto concettuale necessario che scuote l’apatia della bolla culturale. In un sistema che spinge l’arte verso la mercificazione del prodotto fetish da galleria, quest’opera dimostra che l’arte autentica non si tocca, non si vende e non ha neanche bisogno di esistere fisicamente o storicamente come fatto ‘vero’. […] Eco, che alla forza del falso, al complotto e alla falsificazione dei documenti ha dedicato saggi fondamentale e romanzi come Baudolino e Il pendolo di Foucault, avrebbe applaudito a questa sovversione semiotica. Complimenti a Ciro Ascione per questo capolavoro, che forse posso definire, la nuova cappella sistina del trolling”.
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