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In Australia un artista chiede al pubblico di consegnargli oggetti razzisti: ne arrivano migliaia

di Redazione 21/10/2026

Categorie: Arte contemporanea / Argomenti: Arte contemporanea - Decolonizzazione culturale - Australia


In Australia, Tony Albert, artista indigeno australiano, per una sua mostra ha chiesto al pubblico di donare souvenir, stoviglie e altri oggetti che raffigurano gli aborigeni attraverso stereotipi razzisti. Sono arrivati migliaia di oggetti. E adesso i materiali diventeranno parte di un percorso di rilettura critica della storia e della cultura australiana.

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Un tempo stavano nelle cucine, sulle tavole da pranzo, nei bagni e nelle vetrine dei negozi di souvenir. Erano tazze, piatti, posacenere, statuette, tovagliette e oggetti decorativi che raffiguravano gli aborigeni australiani attraverso caricature e stereotipi, spesso senza alcun rispetto per le persone e le culture rappresentate. Per decenni questi manufatti hanno circolato nella vita quotidiana, trasformando l’identità indigena in un’immagine commerciale. Ora, migliaia di questi oggetti stanno cambiando destinazione: non più semplici oggetti domestici o ricordi turistici, ma testimonianze materiali di una storia coloniale da affrontare e comprendere. A promuovere questa trasformazione è Tony Albert, artista indigeno australiano appartenente ai popoli Girramay, Kuku Yalanji e Yidinji. Cinque mesi fa, in occasione della sua mostra Not a souvenir al Museum of Contemporary Art Australia di Sydney, che apriva lo scorso maggio, Albert ha lanciato un appello pubblico chiedendo alle persone di donargli gli oggetti che rientrano nella categoria degli “Aboriginalia”: souvenir, articoli per la casa e altri manufatti che raffigurano gli aborigeni e le loro culture attraverso rappresentazioni stereotipate, spesso razziste, prodotte e commercializzate da persone non indigene.

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La risposta è stata considerevole, come Albert ha raccontato al quotidiano britannico The Guardian. Nei giorni conclusivi della mostra, chiusa il 19 ottobre 2026, il museo si è trovato a preparare l’imballaggio e la spedizione di circa 2.000 oggetti donati dal pubblico, destinati allo studio dell’artista a Brisbane. Le donazioni sono arrivate nel corso dell’esposizione, talvolta in quantità sorprendenti: una sola consegna comprendeva 120 piatti, tazze e piattini, mentre un’altra contava 200 sottobicchieri da birra. Tra gli oggetti ricevuti figurava anche una statuetta alta quasi un metro, raffigurante un uomo aborigeno con una lancia.

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Il progetto si inserisce in una ricerca che Albert porta avanti fin dall’infanzia e che ha trovato nella mostra Not a Souvenir una delle sue più ampie manifestazioni. L’esposizione, curata da Bruce Johnson McLean, curatore indigeno appartenente al popolo Wierdi, ha riunito oltre 150 opere provenienti da collezioni pubbliche e private australiane, tra sculture, fotografie, installazioni, dipinti e assemblaggi, oltre a nuove commissioni. Al centro del percorso si trovavano gli oggetti raccolti dall’artista nel corso degli anni, testimonianze di un immaginario commerciale nel quale le identità indigene sono state spesso ridotte a stereotipi.

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Tony Albert, Not a souvenir, immagini della mostra. Foto: Ravyna Jassani / Museum of Contemporary Art Australia, Sydney
Tony Albert, Not a souvenir, immagini della mostra. Foto: Ravyna Jassani / Museum of Contemporary Art Australia, Sydney
Tony Albert. Foto: Ravyna Jassani / Museum of Contemporary Art Australia, Sydney
Tony Albert. Foto: Ravyna Jassani / Museum of Contemporary Art Australia, Sydney

Una collezione nata in un negozio dell’usato

Il rapporto di Albert con gli Aboriginalia comincia molto prima della sua carriera artistica. Cresciuto a Brisbane, l’artista ha iniziato a raccogliere questi manufatti da bambino, cercandoli nei negozi dell’usato della sua città. La sua collezione personale è diventata progressivamente uno strumento per interrogare il modo in cui gli aborigeni sono stati rappresentati nella cultura popolare australiana. L’artista cominciò così a raccogliere tazze, piatti, vassoi, carte da gioco, statuette e figurine, senza limitarsi a una particolare tipologia di oggetto. Quello che inizialmente era un interesse infantile si è trasformato nel tempo in una componente centrale della sua pratica artistica.

La mostra al Museum of Contemporary Art Australia ha riunito lavori realizzati attraverso linguaggi differenti, dalla fotografia alla scultura, dall’installazione alla pittura e all’assemblaggio. In queste opere Albert ha recuperato immagini diffuse dalla cultura commerciale, sottraendole alla loro funzione originaria e inserendole in nuovi contesti. Gli oggetti non vengono semplicemente scartati o condannati: diventano materiali attraverso cui interrogare la storia della rappresentazione degli aborigeni, mettere in discussione i pregiudizi e affermare forme di autorappresentazione.

La direttrice del museo, Suzanne Cotter, ha sintetizzato questa tensione osservando che il lavoro dell’artista riguarda il potere delle immagini di ferire, ma anche di contribuire a una possibile riparazione. A suo giudizio, Not a Souvenir è stata, ha dichiarato, “una radicale rivisitazione della complessa storia australiana”, oltre che “una mostra gioiosa e profondamente ottimista” e “un invito a tutti gli australiani a svolgere un ruolo attivo nel raccontare la verità, spostando questi oggetti da un luogo di disagio privato a uno spazio pubblico di creatività e vitalità culturale”.

La raccolta degli oggetti del pubblico ha ampliato questa ricerca, portando nel progetto manufatti che non appartenevano alla collezione privata dell’artista. Il gesto della donazione è diventato così parte integrante dell’iniziativa: chi consegna un oggetto non si limita a liberarsene, ma contribuisce a sottrarlo alla circolazione quotidiana e a renderlo disponibile per una nuova lettura critica.

Tony Albert, Not a souvenir, immagini della mostra. Foto: Ravyna Jassani / Museum of Contemporary Art Australia, Sydney
Tony Albert, Not a souvenir, immagini della mostra. Foto: Ravyna Jassani / Museum of Contemporary Art Australia, Sydney
Tony Albert, Not a souvenir, immagini della mostra. Foto: Ravyna Jassani / Museum of Contemporary Art Australia, Sydney
Tony Albert, Not a souvenir, immagini della mostra. Foto: Ravyna Jassani / Museum of Contemporary Art Australia, Sydney

Quando un souvenir diventa una testimonianza del colonialismo

La categoria degli Aboriginalia comprende oggetti molto diversi tra loro, accomunati dal modo in cui rappresentano le popolazioni indigene attraverso immagini stereotipate: si tratta spesso di prodotti di largo consumo, realizzati per essere acquistati come ricordi di viaggio o utilizzati nella vita domestica. Proprio questa familiarità costituisce uno degli aspetti più significativi della ricerca di Albert. Non sono soltanto le immagini a interessare l’artista, ma anche il contesto in cui sono state prodotte, vendute e utilizzate. Una caricatura su un piatto o una statuetta collocata in casa non rimane confinata al mondo della rappresentazione: entra nella quotidianità, diventa un elemento dell’ambiente domestico e contribuisce a normalizzare un determinato modo di guardare alle persone raffigurate. Questi manufatti, peraltro, possono essere rari e anche economicamente preziosi. Ma il loro valore più interessante, per il lavoro di Albert, riguarda ciò che rivelano sulle modalità con cui gli aborigeni sono stati rappresentati e sulla facilità con cui immagini di questo tipo sono entrate nelle case australiane.

La mostra ha affrontato il problema a partire anche dal luogo in cui si trova il museo. Il Museum of Contemporary Art Australia sorge nell’area di Tallawoladah, sul porto di Sydney, vicino a The Rocks, zona di grande importanza nella storia dei primi contatti coloniali e oggi associata al turismo internazionale e alla cultura dei souvenir. Il contrasto tra la storia del luogo e il consumo turistico di immagini indigene costituisce uno dei riferimenti del progetto espositivo. L’obiettivo non è quello di cancellare le tracce materiali di quel passato, ma trasformarle in strumenti per parlarne. Attraverso installazioni testuali, fotografie e assemblaggi, Albert rielabora gli oggetti, facendo emergere le strutture di potere e i miti culturali che ne hanno accompagnato la diffusione.

Tony Albert, Not a souvenir, immagini della mostra. Foto: Ravyna Jassani / Museum of Contemporary Art Australia, Sydney
Tony Albert, Not a souvenir, immagini della mostra. Foto: Ravyna Jassani / Museum of Contemporary Art Australia, Sydney
Tony Albert, Not a souvenir, immagini della mostra. Foto: Ravyna Jassani / Museum of Contemporary Art Australia, Sydney
Tony Albert, Not a souvenir, immagini della mostra. Foto: Ravyna Jassani / Museum of Contemporary Art Australia, Sydney

Duemila donazioni e nessuna lettera d’odio

Quando il Museum of Contemporary Art Australia ha lanciato l’appello, non era chiaro quale sarebbe stata la risposta del pubblico. Antares Wells, assistente curatrice del museo, ha raccontato al Guardian di aver temuto che l’iniziativa potesse esporre Albert a reazioni ostili, considerate le tensioni politiche e culturali che attraversano il dibattito sulla storia indigena in Australia. La risposta, tuttavia, si è rivelata diversa dalle preoccupazioni iniziali. Wells ha spiegato di non aver visto neppure una lettera d’odio e di aver trovato incoraggiante la disponibilità delle persone a confrontarsi con questi materiali. Le donazioni sono arrivate quotidianamente durante la mostra, con quantità e tipologie molto diverse, dai singoli oggetti alle raccolte composte da centinaia di pezzi.

Il volume delle consegne ha trasformato l’appello in un’estensione collettiva della ricerca dell’artista. Accanto ai manufatti che Albert aveva raccolto fin da bambino, sono entrati così oggetti provenienti da case, famiglie e collezioni private, ciascuno con la propria storia. L’artista ha dichiarato di essere stato colpito non soltanto dal numero delle donazioni, ma anche dai racconti e dalle conversazioni che le hanno accompagnate. Ha descritto come significativa la volontà delle persone di affrontare questa storia e di affidargli gli oggetti, affinché possano ricevere insieme un nuovo significato.

La raccolta è inoltre destinata a proseguire oltre la chiusura della mostra: sebbene i punti di consegna del museo siano stati rimossi dopo il 19 ottobre, Wells ha precisato che il museo continuerà ad accettare con gratitudine ulteriori oggetti di Aboriginalia, che verranno poi trasferiti ad Albert.

Tony Albert, Not a souvenir, immagini della mostra. Foto: Ravyna Jassani / Museum of Contemporary Art Australia, Sydney
Tony Albert, Not a souvenir, immagini della mostra. Foto: Ravyna Jassani / Museum of Contemporary Art Australia, Sydney
Tony Albert, Not a souvenir, immagini della mostra. Foto: Ravyna Jassani / Museum of Contemporary Art Australia, Sydney
Tony Albert, Not a souvenir, immagini della mostra. Foto: Ravyna Jassani / Museum of Contemporary Art Australia, Sydney

Dalla raccolta alla trasformazione in arte

L’appello pubblico non nasce soltanto dal desiderio di sottrarre gli oggetti alla circolazione. La ricerca di Albert prevede anche di riutilizzarli e ricontestualizzarli attraverso il proprio lavoro, trasformando materiali legati al pregiudizio in occasioni di critica, ironia e affermazione culturale attraverso l’arte. L’artista ha dichiarato al Guardian che, se dipendesse da lui, vorrebbe togliere dalla circolazione tutti questi manufatti, ma anche chiarito che l’iniziativa non riguarda il senso di colpa, bensì ciò che è possibile fare a partire da questa storia: prendere gli oggetti e trasformarli in qualcosa che celebri la sopravvivenza e la vitalità della più antica cultura vivente del mondo, come Albert definisce la cultura indigena australiana.

Gli oggetti, dunque, non vengono considerati soltanto testimonianze da conservare a distanza, ma materiali da cui ricavare nuove forme di racconto. Il loro recupero permette di rendere visibili immagini che hanno circolato per decenni senza essere necessariamente interrogate, mentre la pratica artistica le colloca in un contesto nel quale possono essere discusse.

La mostra Not a Souvenir, la più ampia mai dedicata al lavoro di Tony Albert, ha riunito opere provenienti da collezioni pubbliche e private e nuove commissioni, comprese la sua più grande opera testuale realizzata fino a oggi e fotografie mai esposte prima della serie Warakurna Superheroes. Il percorso comprendeva inoltre un’installazione di oggetti di Aboriginalia provenienti dalla collezione personale dell’artista, curata da Rebecca Ray, già curatrice per l’arte delle Prime Nazioni del museo.

Con la chiusura dell’esposizione e l’arrivo delle nuove donazioni, la vicenda non si conclude: le migliaia di oggetti raccolti continueranno ad alimentare la ricerca di Albert, che considera il collezionismo una parte fondamentale della propria vita e della propria pratica artistica. Ciò che cambia è la comprensione delle possibilità narrative di questi manufatti: raccontare storie, mettere in discussione percezioni consolidate e creare qualcosa di significativo a partire da una storia difficile. Tazze, piatti, statuette, foulard e oggetti domestici che un tempo sembravano semplici souvenir diventano così strumenti per interrogare la memoria collettiva. Il loro destino non è più soltanto quello di essere conservati o gettati via, ma di essere osservati nuovamente, compresi nel contesto in cui sono stati prodotti e utilizzati, e trasformati in testimonianze di una storia che continua a essere discussa.

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