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Addio a Tinto Brass, il regista della trasgressione

di Redazione 04/11/2026

Categorie: Attualità


È scomparso a Roma, all’età di 93 anni, il regista Tinto Brass: celebrato come maestro del cinema erotico, la sua attività è stata molto più complessa e ha attraversato più di mezzo secolo di cinema italiano.

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È scomparso a Roma, all’età di 93 anni, il regista Tinto Brass. Era nato come Giovanni Brass a Milano il 26 marzo 1933, e deve il suo curioso nome d’arte a un soprannome che aveva ricevuto in famiglia. Da ragazzino passava infatti il tempo a disegnare, e il nonno, il pittore Italico Brass, aveva cominciato a chiamarlo Tintoretto, come il maestro veneziano del Cinquecento. Il nomignolo, accorciato in Tinto, è diventato il nome con cui Giovanni Brass ha firmato oltre mezzo secolo di cinema italiano. È scomparso oggi per un infarto, la notizia è stata data dalla moglie Caterina Varzi e dai figli Bonifacio e Beatrice. Per ora la famiglia ha previsto per i funerali una cerimonia strettamente privata.

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Il nonno Italico Brass, sposatosi nel 1895 con una benestante donna russa, Lina Rebecca, si era trasferito da Gorizia a Venezia e aveva acquistato l’Abbazia della Misericordia, dove esponeva opere proprie e di altri artisti, raccolte nel tempo tra acquisti e scambi. Il padre, Alessandro Brass, allievo di Francesco Carnelutti, era uno degli avvocati penalisti più affermati di Venezia; la madre si chiamava Carla Curletti. Tinto era nato a Milano ma crebbe a Venezia, e la strada sembrava segnata verso la legge: nel 1951 si iscrisse a Giurisprudenza all’Università di Padova, quattro anni dopo passò a Ferrara e lì si laureò nel 1957, con relatore Carlo Lega e una tesi che tradiva già altri interessi: “Rapporti di lavoro con imprese della produzione cinematografica”.

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Tinto Brass nel 1990. Foto: Gorupdebesanez
Tinto Brass nel 1990. Foto: Gorupdebesanez

Il cinema, infatti, lo appassionava molto più del diritto. Alla fine degli anni Cinquanta si trasferì a Parigi e lavorò per circa due anni alla Cinémathèque française di Henri Langlois, uno dei luoghi su cui si è formata un’intera generazione di cineasti. Faceva l’archivista e si esercitava nel montaggio, senza altro compenso che vitto e alloggio: la passione per il cinema d’autore, condivisa con Langlois, lo spingeva a conservare e restaurare quante più pellicole possibile per educare il pubblico. A Parigi entrò in contatto con l’ambiente della nascente Nouvelle Vague, imparò a guardare al cinema come a un linguaggio da reinventare e consolidò il gusto per il montaggio e la sperimentazione visiva.

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Tornato in Italia, fu aiuto regista di Alberto Cavalcanti e Roberto Rossellini. Per Rossellini montò il documentario L’India vista da Rossellini e lavorò sul set de Il generale Della Rovere; con Joris Ivens collaborò al documentario televisivo L’Italia non è un paese povero. Esperienze, queste, che gli permisero di misurarsi con un cinema lontano dalle convenzioni commerciali e di costruirsi un’idea propria di regia. L’esordio arrivò nel 1963 con In capo al mondo, di cui firmò anche sceneggiatura e montaggio: la storia di un giovane che fatica a integrarsi nella società, raccontata con una sorta di “anarchismo umoristico”. L’insofferenza verso il potere e le istituzioni non piacque ai censori, che gli imposero di rigirare il film da capo. Brass rispose cambiando soltanto il titolo, che divenne Chi lavora è perduto, rendendo ancora più esplicito il messaggio.

Seguirono anni di produzioni diverse e dagli esiti alterni: nel 1964 la fiaba fantascientifica Il disco volante e il film collettivo La mia signora, di cui diresse due episodi accanto a Luigi Comencini e Mauro Bolognini, suo estimatore; nel 1966 il western Yankee. Lo stesso anno 1964 firmò il suo unico documentario politico, Ça ira, il fiume della rivolta. Poi il ritorno a un linguaggio più personale con Col cuore in gola (1967), L’urlo (1968) e Nerosubianco (1969), nella cui locandina le lettere dalla seconda alla quinta, scritte in stampatello, formavano il gioco di parole nEROSubianco. Dopo Dropout (1970) arrivò La vacanza (1971), l’ultimo suo film non incentrato sull’erotismo.

Il sesso, intrecciato al potere e al denaro, diventò il centro di Salon Kitty (1976), con atmosfere che richiamano Luchino Visconti e Liliana Cavani, e di Caligola (1979), ricostruzione storica dalla lavorazione travagliata: i contrasti con la produzione portarono a escludere Brass dal montaggio. Con Action (1980) il regista virò verso il grottesco, in una riflessione beffarda e autobiografica sul rapporto tra arte e pornografia.

La svolta definitiva è del 1983. Deciso ad abbandonare il cinema “serio”, o “serioso” come diceva lui, Brass girò La chiave con Stefania Sandrelli, dall’omonimo romanzo di Jun’ichirō Tanizaki. Il film ebbe un buon successo di pubblico e di critica e lo consacrò nel genere erotico, rendendo però la sua figura controversa, sia presso alcune femministe, che gli rimproveravano una visione della donna come oggetto, sia presso gli ambienti più tradizionalisti. Da lì il suo nome fu spesso associato all’etichetta di “maestro del cinema erotico”, definizione che racconta solo in parte un percorso più complesso. Scandali, divieti e polemiche accompagnarono Miranda (1985) con Serena Grandi, rilettura de La locandiera di Goldoni, e Capriccio (1987) con Francesca Dellera, ma anche sale piene e grandi incassi.

Nel 1988 una pausa: Snack Bar Budapest, noir visionario dal romanzo di Marco Lodoli e Silvia Bre, accolto bene dalla critica ma con scarso riscontro commerciale. Poi il ritorno a un erotismo più esplicito con Paprika (1991), che lanciò Debora Caprioglio, e Così fan tutte (1992), con l’esordiente Claudia Koll: le polemiche attorno ai suoi film contribuirono a rendere famose le protagoniste. Nel 1994 uscì L’uomo che guarda, liberamente tratto da Alberto Moravia. Sempre nel 1994 Brass scrisse con Alda Teodorani la sceneggiatura di Lola & il macellaio; per la protagonista fu contattata Alba Parietti, ma i contrasti con l’attrice portarono ad affidare il film ad Aurelio Grimaldi, con un’altra sceneggiatura. Molte scene confluirono poi in Monella (1998). Prima, nel 1995, era uscito Fermo posta Tinto Brass, commedia erotica autobiografica in cui il regista recitava, come in molti suoi film. Nel 1999 guidò la serie Corti circuiti erotici, dodici cortometraggi firmati da registi diversi, tra cui Silvia Rossi con Fine settimana a Lecco, presentati dallo stesso Brass.

Negli anni Duemila arrivarono Tra(sgre)dire (2000), Senso ‘45 (2002) con Anna Galiena, rilettura erotica del racconto di Camillo Boito già portato al cinema da Visconti nel 1954, ambientata a Venezia nel 1945, e, a settant’anni, Fallo! (2003), film a episodi d’ispirazione boccaccesca. Monamour, del 2005, uscì direttamente in DVD l’anno dopo.

Il legame con la pittura tornò in modo esplicito nel 2009. In occasione di una retrospettiva alla 66ª Mostra del Cinema di Venezia, Brass presentò Hotel Courbet, cortometraggio di 18 minuti in omaggio a Gustave Courbet, pensato come parte di una serie per Sky, Il favoloso mondo di Tinto Brass. Protagonista era Caterina Varzi, già indicata per il più volte annunciato Ziva, l’isola che non c’è. Nello stesso anno portò a Roma una sua versione teatrale del Don Giovanni, ambientata nella Venezia del 1930.

Il 18 aprile 2010 fu ricoverato nel reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Vicenza per un’emorragia cerebrale, da cui si riprese nei mesi successivi. Nel 2013 la 70ª Mostra di Venezia proiettò Istintobrass, documentario del suo collaboratore storico Massimiliano Zanin, e Brass tornò ad annunciare Ziva. L’ultimo omaggio è di poche settimane fa: nel settembre 2026 la preapertura dell’83ª Mostra di Venezia è stata dedicata a Col cuore in gola e il regista ha ricevuto il premio Pietro Bianchi dei Giornalisti Cinematografici Italiani.

Accanto alla regia, Brass ha recitato nei film di altri, da La donna è una cosa meravigliosa di Mauro Bolognini (1964) a Lucignolo di Massimo Ceccherini (1999), La rabbia di Louis Nero, Il nostro messia di Claudio Serughetti (2008), Impotenti esistenziali di Giuseppe Cirillo (2009) e Canepazzo di David Narducci (2012); nel 2006 è apparso nel documentario Adolfo Celi, un uomo per due culture di Leonardo Celi. Ha collaborato con Penthouse e firmato prefazioni, come quelle per Così come sono di Malisa Longo (2000) e Sette piccoli racconti erotici di Federica Tommasi (2012).

Si definiva “tranquillamente ateo” e non ha mai nascosto le sue posizioni politiche. Nel 1971 firmò la lettera aperta a L’Espresso contro il commissario Luigi Calabresi e l’Autodenuncia di solidarietà a Lotta Continua, oltre all’appello contro il divieto di proiezione integrale di Tre ipotesi sulla morte di Pinelli. Vicino da sempre al Partito Radicale di Marco Pannella, nel 2010 si candidò alle regionali con la Lista Bonino Pannella in Veneto e nel Lazio.

È stato sposato con la sceneggiatrice e collaboratrice Carla Cipriani, morta nel 2006, madre dei suoi figli Beatrice e Bonifacio. Il 3 agosto 2017, a 84 anni, aveva sposato con rito civile, nella sua villa romana, la psicoanalista, ex avvocata e attrice Caterina Varzi.

Così lo ricorda oggi la Biennale di Venezia: “Il Presidente, il Direttore generale, la Responsabile dell’Archivio Storico, il Direttore artistico del Settore Cinema, e la Biennale di Venezia ricordano con affetto e grande ammirazione il regista veneziano Tinto Brass, genio anticonformista, maestro di opere visionarie e radicalmente libere, protagonista del nuovo cinema italiano degli anni Sessanta. La Biennale di Venezia è fiera di aver dedicato a Tinto Brass la serata di Preapertura della 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, l’1 settembre 2026 in Sala Darsena, con la proiezione del film Col cuore in gola (1967), in versione restaurata digitale 4K realizzata dal CSC-Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma con il supporto di Netflix. Nell’occasione gli è stato conferito il Premio Pietro Bianchi, riconoscimento che i Giornalisti Cinematografici Italiani (SNGCI) consegnano a una personalità eccellente del cinema italiano, ritirato dalla moglie Caterina Varzi”.

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