di Caterina Mainardis 15/10/2026
Categorie: News Focus
Il protocollo tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute rilancia il rapporto tra patrimonio e benessere. Ma l’accessibilità non consiste soltanto nel rendere le opere comprensibili: un museo inclusivo deve riconoscere anche le esperienze sensoriali, emotive e non verbali, investendo nelle relazioni che le rendono possibili.
Il protocollo tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute apre alla sperimentazione degli effetti che il patrimonio e le attività artistiche hanno sulla salute: se la cultura entra nei percorsi di cura, l’accessibilità smette di essere un servizio aggiuntivo. Da qui parte Laura Borghetto, direttrice de L’Abilità ETS: per una persona con disabilità intellettiva la barriera non è la porta del museo, ma il linguaggio, l’orientamento, la possibilità di dare un significato a ciò che si guarda. L’Abilità lavora su questo da oltre dieci anni con Museo per tutti e oggi nel progetto europeo INCLUDE-ID.
Condivido l’impianto: accessibilità non è semplificazione, il museo deve adattarsi alle persone e non il contrario, i destinatari vanno ascoltati nella progettazione. Aggiungo un punto sul criterio. Dal suo testo di Borghetto sembrerebbe che comprendere sia la condizione per vivere l’esperienza: una volta entrate, le persone devono poter capire, orientarsi, partecipare. Per le persone con disabilità intellettiva è una risposta necessaria. Ma se la comprensione diventa l’unico criterio con cui riconosciamo che un’esperienza è avvenuta, lasciamo fuori una parte di ciò che accade davanti a un’opera. Un’opera può essere incontrata attraverso il corpo, una sensazione, un ricordo, una materia, un gesto, e produrre una relazione prima di una spiegazione. Non oppongo esperienza e comprensione: chiedo di allargare ciò che intendiamo per comprendere.
Penso alle persone con deterioramento cognitivo, dove la comprensione di un contenuto spesso non è il punto d’arrivo. Non è lo stesso terreno di cui parla Borghetto: disabilità intellettiva e demenza pongono problemi diversi, e non ne sovrappongo le esigenze. Ma è proprio lì che si vede con maggiore evidenza come una fotografia, un colore, una consistenza, una canzone possano aprire una relazione con un’opera senza passare necessariamente da un contenuto da decifrare. La domanda di chi fa mediazione cambia di conseguenza. Non solo “come posso permettere a questa persona di comprendere quest’opera?”, ma anche “quali possibilità di relazione con quest’opera posso aprire?”. Le due domande non si escludono: nella prima l’opera è un contenuto da trasmettere, nella seconda è uno spazio di possibilità al quale la persona contribuisce.
Ne è coinvolta anche l’istituzione. La presenza di pubblici diversi mette in discussione assunti che spesso non vediamo: che la visita abbia una certa durata, che l’opera si guardi in silenzio, che partecipare coincida con capire. La co-progettazione di cui parla INCLUDE-ID può essere lo strumento perché quegli assunti cambino nel museo, e non solo nel servizio.
Resta il problema di come riconoscere ciò che accade. Un protocollo che sperimenta gli effetti della cultura sulla salute avrà bisogno di criteri. A volte partecipare significa esserci: toccare, guardare, ripetere un gesto, riconoscere qualcosa. Non è necessariamente quantificabile, ma non è per questo privo di riscontri: si può osservare cosa fa la persona, quanto resta, come cambia la postura, se cerca lo sguardo di chi la accompagna.
Chi osserva, però, interpreta. E chi accompagna una persona che non verbalizza rischia di proiettare su di lei il proprio significato. Il criterio, allora, non può essere soltanto un indicatore, ma un metodo: osservazioni descritte, confrontate con altre, accompagnate dalla posizione di chi osserva e dai limiti della propria interpretazione.
C’è anche un piano strutturale: riconoscere esperienze che non passano dalla parola richiede tempo, personale formato, visite più lunghe e meno affollate: cioè risorse. Se il riconoscimento dell’esperienza non verbale diventasse un argomento per offrire meno, sarebbe il contrario di ciò che sostengo. La qualità di un’esperienza non verbale dipende dalla relazione che la sostiene, e quella relazione ha un costo.
Borghetto conclude che una cultura inclusiva è quella in cui le persone, una volta entrate, possono capire, orientarsi, partecipare e sentirsi parte. Aggiungo una condizione: che l’istituzione riconosca anche ciò che accade prima, accanto e oltre la comprensione.
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