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L'arte contemporanea è ancora alla portata di tutti: parla Daniele Galliano

Categorie: Interviste / Argomenti: Arte contemporanea


Cosa pensa uno dei maggiori pittori italiani contemporanei delle fiere d’arte, del mercato del collezionismo? Ne ragioniamo con Daniele Galliano, che in questa intervista con Federico Giannini ci spiega perché comprare arte non è un privilegio per pochi (e lo stesso vale se si tratta di capire l’arte) e perché, prima di tutto, bisogna imparare a guardare e scegliere ciò che ci piace.

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Cosa pensa uno dei maggiori pittori italiani contemporanei delle fiere d’arte, del mercato del collezionismo? Ne ragioniamo con Daniele Galliano (Pinerolo, 1961), una delle figure più interessanti della pittura italiana contemporanea. Attivo sulla scena artistica torinese dai primi anni Novanta, ha sviluppato nel corso della sua carriera un linguaggio pittorico personale, capace di attraversare immaginari e sensibilità differenti, in costante dialogo con il cinema, la letteratura, il fumetto e la musica. Dalle prime mostre internazionali, tra cui quelle alla Galleria Nazionale di Roma e alla galleria Annina Nosei di New York nel 1996, alla partecipazione alla Biennale di Venezia, il suo percorso si è articolato tra importanti istituzioni e collaborazioni con protagonisti della cultura visiva e musicale. In questa conversazione con Federico Giannini, a partire da una riflessione su Artissima e sulle trasformazioni del mercato dell’arte, Galliano affronta alcune delle questioni centrali del dibattito artistico contemporaneo. Dalla difficoltà di riconoscere il talento di un giovane artista al ruolo della qualità pittorica, dalla progressiva marginalizzazione della pittura nel sistema istituzionale alla funzione culturale delle fiere e delle gallerie, il suo sguardo si sofferma sulle contraddizioni di un mondo nel quale le dinamiche economiche e i meccanismi di legittimazione rischiano talvolta di prevalere sul valore delle opere. Ma il discorso si allarga anche al rapporto tra arte e pubblico, alla necessità di rendere l’esperienza estetica accessibile e alla particolare vitalità della scena artistica torinese. Ne emerge una concezione dell’arte lontana tanto dalla speculazione quanto dall’autoreferenzialità: un’esperienza da coltivare attraverso la frequentazione delle mostre, l’educazione dello sguardo e il piacere della scoperta. Perché, come ricorda Galliano, un’opera non è soltanto un oggetto da possedere o un investimento, ma qualcosa capace di entrare nella vita quotidiana, accompagnarla e persino cambiarla.

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Daniele Galliano
Daniele Galliano

FG. Come ti è sembrata Artissima quest’anno?

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DG. Non so, non sono uno di quegli artisti che seguono tutto in maniera metodica, perché poi mi confondo solo le idee. Senza contare, poi, che ti fermi ogni minuto a salutare qualcuno, quindi non riesci a vedere granché. Comunque di norma vado a zonzo aspettando che un qualche bel lavoro mi chiami.

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E che cosa ti ha chiamato in questa edizione? Hai trovato qualcosa di interessante?

Mah, quest’anno sono andato lì per un’intervista e poi per la presentazione del Premio Luca Beatrice, e non ho avuto modo di fare dei giri approfonditi. Cosa ho visto? Ho visto un De Chirico, dei Parmiggiani, dei Paladino. Probabilmente c’era anche tanta pittura nuova, ma non saprei dire con sicurezza. Non sono la persona più adatta a rispondere a queste domande, perché sono talmente distratto (e penso che sia anche un mio punto di forza) che non riesco a guardare le cose con metodo.

Però già il fatto che tu mi citi come cose più interessanti un De Chirico, un Paladino, un Parmiggiani mi sembra molto indicativo della qualità generale delle nuove proposte, chiamiamole così.

Eppure Artissima era nata anche come fiera sperimentale, di giovani. E quando l’economia andava meglio (non tanto, ma comunque un po’ meglio di adesso) si era creata proprio un’induzione a comprare: tutti erano tornati a casa con qualcosa, e chi non aveva comprato lì aveva comprato poi a Paratissima o altrove. C’erano delle cose che costavano poco.

E adesso invece?

Adesso la chiave per collezionare è saper individuare un artista che può avere una strada, un futuro, un lavoro valido, seminale. Non è cosa da tutti, però chi ci riesce compra le opere a niente, e nel giro di qualche stagione possono dare a volte risultati, performance sorprendenti.

Tu come fai a capire quando un dipinto di un pittore, che magari non hai mai visto prima, merita la tua attenzione?

Io, personalmente, ho avuto delle occasioni pazzesche e poi non le ho concretizzate. Ricordo che molti anni fa ho avuto l’occasione di comprare un dipinto di Schifano quando ancora costava poco... ma continuavo a rimandare, a ripetermi “poi lo faccio”, “poi lo faccio”, poi alla fine lui è morto e adesso non è più facile trovare suoi dipinti importanti a poco. E all’epoca avrei potuto addirittura fare un cambio merce... ! Comunque, per dirti, sono diventato un collezionista più di fotografia che di pittura, e sulla fotografia non ho sbagliato un colpo: ho comprato per esempio cose di Shirin Neshat e di Wolfgang Tillmans quando ancora costavano poco. Poi ho comprato opere di Manuel Ocampo (ho un suo bellissimo quadro), di Stanley Whitney, ho fotografie di Richard Billingham, di Zwelethu Mthethwa, ho tante foto di Schifano, quelle che poi lui pasticciava (non è come avere un bel quadro, ma comunque... ). Insomma, avevo occhio. Prendevo principalmente cose che erano affini alle mie: io dipingevo in contemporanea le cose che Tillmans fotografava, senza che ci fossimo mai conosciuti... cose come backstage di concerti, locali. Erano artisti con cui avevo delle affinità, e che magari mi capitavano anche a tiro e con cui poi diventavo amico.

Oggi, se tu andassi a una fiera, come faresti ad accorgerti che un pittore, magari giovane, ha talento?

Eh beh, lo vedi. Noi abbiamo assistito al caso di Nicola Samorì: ha avuto successo quasi subito. All’inizio era un pittore come tanti, ma che fosse un fenomeno soprannaturale si vedeva da subito.

E cos’è che, per te, rende un pittore un fenomeno soprannaturale?

La qualità della pittura.

Ovvero?

È difficile da dire. Già parlare di una cosa che è da vedere è di per sé un po’ una contraddizione, no? Però mi rendo conto che, tra i collezionisti che ho, i più attenti, quelli che capiscono subito il quadro più figo rispetto a un altro, sono quelli che più o meno hanno provato un po’ a dipingere. Perché se uno non ha minimamente idea di cosa sia... io ho insegnato anche in Accademia e cercavo di spiegare agli studenti che solo ore e ore di lavoro e una totale dedizione possono dare dei risultati: è così che impari a conoscere i pennelli e quello che ci tiri fuori. Ci si arriva solo dopo un grande lavoro. Ed è quel lavoro che poi permette anche a te di capire il lavoro che c’è dietro a un dipinto, magari anche a uno fatto in due minuti. Come rispose Picasso: “Non l’ho fatto in un minuto, l’ho fatto in quarant’anni e un minuto”. Perché puoi fare due gesti pittorici quando hai alle spalle anni e anni di esperienza pittorica.

Come ti sembra la situazione della pittura in Italia oggi?

Intanto abbiamo una Biennale dove non c’è un artista italiano, salvo il Padiglione Italia, dove mettono ancora un italiano, ma magari poi cambierà anche lì. È una vergogna assoluta... come se non avessimo pittori, anzi artisti, in Italia, quando invece ne abbiamo a profusione. La pittura in questi anni ha dimostrato di sapersela giocare, nel senso che ha dimostrato di saper raccontare la realtà (e di fare anche altro) più di qualsiasi altro medium. Pensa, anche guardando fuori dall’Italia, alla forza di Neo Rauch, di Sasnal, di tutta quella banda di pittori veramente straordinari, mentre per il resto continuiamo a vedere ripetizioni degli anni Settanta che a volte sono anche imbarazzanti.

Hai voglia di fare il nome di qualche pittore italiano che secondo te oggi è meritevole?

Ho appena organizzato qui una mostra di Giuseppe Mulas, un giovane pittore molto bravo. Poi tra i giovani direi Davide Serpetti, Silvia Negrini, Silvia Paci. Questi sono quelli che mi vengono in mente così, a caldo.

Tornando alla fiera: secondo te è utile per il pubblico? Intendo quello che va, guarda e non chiede neanche un prezzo... insomma, il pubblico che va alla fiera solo per... vedere e non toccare?

Sicuramente. Affini un po’ il tuo sguardo alla bellezza, quindi fa bene. Poi c’è anche certa arte (che magari a me non è tanto vicina), concettuale, un’arte che invece di darti delle risposte ti pone delle domande, ti fa pensare. Sì, è utile. Secondo me fa molto bene.

Quindi per te la fiera ha ancora un fine culturale, oltre che commerciale.

In fiera, bene o male, vedi gli artisti di tendenza e anche i classici, un po’ tutto: ti dà il polso della situazione, di cosa c’è. Un esempio per tutti è Art Basel. Certo, poi magari vai alla Biennale, e però tutti i fenomeni della Biennale sono rappresentati lì, e non solo, perché li puoi confrontare con Picasso, con Dubuffet, coi grandi maestri, quindi è molto utile. Anche perché certe cose imposte manu militari dalle gallerie di regime poi a volte non hanno risposta da parte del pubblico... e giustamente, perché sono robe che non comunicano niente a nessuno. La pittura invece è un linguaggio universale, come la musica. Paradossalmente si sono messe delle barriere del genere “non ha più senso dipingere”, robe completamente insensate che indicano probabilmente un cambio di prospettiva, ovvero invece di una prospettiva che tende all’assoluto, verso l’alto, se n’è presa una che guarda il buco del culo. E con quella non si va tanto avanti.

E così si fa largo l’idea che l’arte contemporanea sia una cosa che possono capire in pochi, quando in realtà è l’esatto contrario. O no?

È l’esatto contrario, sì! E paradossalmente vale anche per le cose più astruse: penso per esempio a certe installazioni di Anselmo che però sono molto suggestive, molto potenti. L’artista bravo è sempre bravo, a prescindere dal linguaggio.

Poi ci sono anche altre barriere. Per esempio, tanti pensano che l’arte sia qualcosa che si possono permettere pochi, ma in realtà ormai tanti possono comperare un’opera d’arte, tanti possono fare un giro ad Artissima e trovare qualcosa di sostenibile, qualcosa da poter comperare con poche centinaia di euro.

Sì, l’arte contemporanea è adatta a tutte le tasche, perché, come ti dicevo prima, l’artista giovane lo compri quando fa la prima uscita, e in genere un artista giovane costa 500, 1.000, 1.500 euro. Io mi ricordo che nel 1993 o 1994 avevo visto per la prima volta un’installazione di Tony Oursler e c’era questa galleria francese, non ricordo il nome, che aveva un’installazione bellissima, composta anche da un videoregistratore e un proiettore. Vado a chiedere il prezzo e mi dice che costa un milione e mezzo di lire. Istintivamente ho chiesto al gallerista: “Ma mi dà anche il video e il proiettore?”. Era tutto compreso. Figurati: potevi comprare quella roba lì per niente. Ed è sempre così, anche adesso. Per citarti un altro caso, mi ricordo che negli anni Ottanta c’era un ferroviere collezionista, con uno stipendio nella media (non so quanto potesse essere, ma comunque uno stipendio nella media), che comprava giovani artisti e ha fatto affari d’oro. Sempre a quelle cifre lì.

Certo, se uno compra con l’idea di fare affari dovrebbe anche avere l’occhio per capire quand’è che un artista ha del potenziale...

Sì, quello è fondamentale. Ma soprattutto la pittura parla ancora alla pancia, allo spirito, perché uno può capirla da solo. Per un certo tipo d’arte, invece, no: hai bisogno di un interlocutore che te la renda digeribile, altrimenti non ci arrivi. Poi c’è chi si fida magari della galleria che la propone... “se l’ha proposta lui, allora è buona”...

Come vengono determinati i prezzi? Anche dei tuoi dipinti...

Beh, il primo prezzo si fa quando arrivi in una galleria che ha un mercato, ed è il gallerista a dirti quanto costa il tuo dipinto, perché ha comunque il mestiere alle spalle per dirti quale può essere un prezzo. Da lì in avanti, a mano a mano che si fanno mostre prestigiose, si può aumentare il prezzo: un paio di mostre, una mostra in un museo, una partecipazione alla Biennale... e il prezzo sale.

E tu come ti sei trovato con i tuoi galleristi?

Io ho sempre sognato di fare l’artista, e quando poi ci sono riuscito sono stato felice di aver incontrato le persone che mi hanno dato modo di rendere questo sogno una realtà. Anche la città di Torino mi ha dato tanto. Poi con qualsiasi gallerista, dato che ci sono anche di mezzo i soldi, a volte si bisticcia, però ognuno ha i suoi rischi. E incontrare un gallerista che abbia voglia di rischiare per te è sempre una cosa bella: bisogna limare gli aspetti che non vanno, cercare di capire le ragioni dell’uno e dell’altro, e poi si comincia un viaggio che si fa insieme.

Quando tu hai cominciato, l’arte costava di più?

No, i prezzi delle opere erano sempre più o meno uguali. Il problema è che adesso non ci sono più i soldi.

Tu a Repubblica, che ti ha intervistato proprio durante un giro ad Artissima hai detto che tanti non entrano neppure nelle gallerie, nel timore che sarebbe inutile. Come convincerli a superare questa barriera?

Ti faccio questo esempio. Con i miei studenti dell’Accademia ho fatto un lavoro su un muro qui, in una piazza. L’opera si intitolava I torinesi che ci sono piaciuti: ritratti di Luca Beatrice, Giuseppe Culicchia, Luciana Littizzetto, tutti i personaggi torinesi che sono diventati famosi. L’ha vista un’associazione di tassisti che di solito fanno delle piccole cose culturali all’interno della loro attività, e ci hanno proposto di riprodurre ogni ritratto su un taxi, in cambio di biglietti omaggio per l’ingresso alla Pinacoteca dell’Accademia Albertina. Questo perché il lavoro era stato fatto in collaborazione tra l’Accademia Albertina e l’associazione Augusta Taurinorum. Ecco, mi sono commosso. Ho pensato: “Che bello, chiedono di poter vedere una mostra, loro e i loro familiari”. Quindi c’è tanta gente che va a vedere le mostre e che all’inizio è anche lontana dal poter comprare qualcosa. Poi però, a lungo andare, si diventa amici di un artista, di un gallerista, e magari l’amico gli fa il prezzo buono. E ci sono tanti torinesi che sono assidui frequentatori di mostre proprio solo per il gusto di accrescere la loro cultura, di frequentare il bello.

Quindi, secondo te, per convincere le persone che magari neanche si aspettano che comprare un’opera d’arte sia qualcosa che tutti possono fare, occorre persuaderle ad avvicinarsi costantemente all’arte, o al “bello”, come dici tu.

Dovrebbe essere un’abitudine. Comunque, se vai alla GAM di Torino, che fa sempre delle belle mostre e ha anche una collezione che è strepitosa, dove non manca proprio niente, la domenica mattina non riesci a entrare. E lì, la domenica mattina, non c’è il pubblico abituale: c’è proprio quello che va semplicemente a farsi un giro.

Torino comunque ha un rapporto con la cultura, con l’arte, e con l’arte contemporanea, che forse è diverso rispetto a quello che si vede in altre parti d’Italia. Frequentando un po’ Torino (poi l’idea mia non sarà mai approfondita come la tua, dato che tu sei di Torino, quindi al massimo ti posso chiedere di confermarmela o di smentirla), credo che ci sia... come posso dire? Una relazione più stretta fra gli abitanti e l’arte. O è solo una mia impressione?

C’è una consuetudine a frequentarla, perché è una città che ha sempre avuto un’offerta pazzesca. Torino veniva scelta anche da studenti cileni, argentini (che poi si ritrovavano a fare i baristi per campare) che venivano a fare l’Accademia perché individuavano in Torino una città dove era possibile muovere i primi passi nel mondo dell’arte, anche a livello commerciale. Fino a poco tempo fa avevi un sacco di mostre della Regione, del Comune, si facevano cicli espositivi in tanti locali, e si vendeva anche. Per cui gli artisti che venivano qui cominciavano anche a vivere d’arte. Anche gli avvocati di Torino, per esempio, erano famosi per essere collezionisti, quindi anche il giovane avvocato cominciava subito a comprare qualcosa, magari in ambiti diversi, e poi saliva di livello. Una città, insomma, con mostre ed eventi dove tanti facevano questa esperienza. Adesso sono un po’ calate, però vedo con piacere che una galleria chiude e un’altra apre, che ci sono sempre dei giovani che hanno voglia anche di investire dei soldi, credendoci. E comunque sì, è una città che ha sempre offerto tanto, quindi si è creata anche un po’ l’abitudine.

Cosa suggeriresti a una persona che non ne sa niente, ma che vuole cominciare a comprare arte contemporanea?

Di andare a vedere gli eventi. Di solito, per esempio, io invito le persone alle mostre, segnalo gli artisti da seguire, suggerisco di andare a vedere questo o quello. Poi ti accorgi anche che può dare dipendenza. E poi, il consiglio che posso dare è sempre di comprare quello che piace. Così uno è sempre contento, senza mai pensare ad altro. Le persone che conosco io non hanno mai pensato di vendere le cose che hanno, perché è una soddisfazione averle. L’opera non è solo una foto o un dipinto che appendi: è una cosa di inaudita potenza che ti cambia la vita. Certo, ti arreda la casa, però ti tiene una grande compagnia, e credo che ti cambi la vita, in senso spirituale, ti solleva lo spirito. L’arte fa anche questo.

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