Bruno Fantelli e il progetto di una Kunsthaus in un castello del Monferrato: parla l'artista


Dopo gli anni della formazione a Venezia, Bruno Fantelli (Cles, 1996) ha scelto un piccolo comune piemontese come base della sua ricerca. Non solo: qui l’artista ha già organizzato una mostra con un centinaio di artisti, e nel Castello di Frinco vuole creare un luogo per residenze, mostre, musica, teatro, laboratori e incontri. Ce lo racconta in questa intervista con Noemi Capoccia.

Per l’artista Bruno Fantelli (Cles, 1996) la pittura non sembra essere arrivata come una scelta improvvisa, bensì come la prosecuzione di un’attitudine coltivata fin dall’infanzia: disegnare, costruire, modificare ciò che aveva davanti. Formatosi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, nell’Atelier F di Carlo Di Raco, Fantelli ha sviluppato una ricerca che attraversa pittura, scultura e installazione, costruendo un immaginario popolato da mostri, ibridi e figure in fuga. Un universo nel quale confluiscono riferimenti della storia dell’arte, da Bosch a Goya, da Ensor a Bacon, insieme a stimoli apparentemente lontani, dal paesaggio alla tecnologia, dal consumismo al turismo di massa. Dopo gli anni veneziani, le residenze e le esperienze espositive in Italia e all’estero, nel 2025 arriva a Frinco per una residenza e decide poi di stabilirsi nel piccolo comune piemontese. È qui che prende forma RADICI. Genealogia di un mostro, mostra allestita nel Castello di Frinco (Asti) dal 19 settembre al 19 ottobre 2026 e costruita attraverso le opere di oltre cento artisti che, in momenti e modi differenti, hanno inciso sul suo percorso. Una genealogia volutamente personale e non definitiva, che diventa anche un modo per riflettere sulla formazione di un artista e sui rapporti che ne determinano la ricerca. In questa intervista con Noemi Capoccia, Fantelli racconta delle figure che lo hanno formato, del rapporto tra centro e periferia, delle possibilità offerte dalle residenze e dalla collaborazione, ma anche delle contraddizioni del sistema dell’arte italiano, dalla competizione alle condizioni economiche degli artisti. Al centro resta l’idea di costruire, a Frinco, uno spazio indipendente capace di accogliere artisti, mostre, incontri e progetti: un luogo che possa diventare parte integrante della sua ricerca e prendere il nome di Kunsthaus Fantelli.

Bruno Fantelli
Bruno Fantelli

NC. Come nasce il Suo percorso artistico? Quali sono state le esperienze e gli incontri che hanno contribuito a indirizzarLa verso l’arte?

BF. Credo sia cominciato molto prima che capissi davvero che potesse diventare un percorso di vita. Ho sempre disegnato, costruito cose, modificato oggetti, con una certa difficoltà a lasciare stare quello che avevo davanti così com’era. Prima ancora dell’Accademia sono stati importanti alcuni professori delle superiori, in particolare Fabio Seppi, Massimo Parolini e Nicola Loizzo. Quando sei molto giovane basta incontrare qualcuno che riesca a vedere qualcosa in quello che fai, magari prima ancora che tu riesca a vederlo chiaramente, per cambiare parecchio la direzione delle cose. Ognuno di loro, in maniera diversa, mi ha fatto prendere più seriamente quello che stavo facendo. Poi è arrivata l’Accademia di Belle Arti di Venezia. Ho studiato pittura e l’incontro con Carlo Di Raco e con l’Atelier F è stato fondamentale. Lì ho capito che formarsi non significa semplicemente imparare a dipingere. Significa guardare moltissimo, confrontarsi, discutere, sbagliare, vedere come lavorano gli altri e soprattutto capire che non esiste una sola strada corretta. Venezia poi è stata una seconda Accademia. Mostre, studi, Biennali e lavori visti mentre nascevano. Molte delle cose che mi hanno formato non sono arrivate durante una lezione, ma attraverso conversazioni, notti in studio o errori che sul momento sembravano catastrofi e qualche anno dopo diventavano improvvisamente utili. Alla fine credo che il mio percorso sia nato così, facendo molte cose senza sapere esattamente dove mi avrebbero portato. E forse continuo ancora a lavorare nello stesso modo.

Dopo la formazione all’Accademia di Belle Arti di Venezia e gli anni trascorsi nella città lagunare, nel 2025 è arrivato a Frinco per una residenza artistica, fino a decidere di trasferirsi in zona. Che ruolo ha avuto questo luogo nel suo percorso e nella sua ricerca?

Sono arrivato a Frinco nel 2025 per una residenza artistica. Se qualcuno mi avesse detto che un anno dopo avrei comprato una casa qui e mi sarei trasferito probabilmente gli avrei riso in faccia. E invece è successo. Venivo da molti anni a Venezia, una città straordinaria ma densissima, dove hai continuamente davanti immagini, persone, arte, storia e stimoli. Frinco è quasi il contrario e forse proprio per questo mi ha colpito così tanto. Qui ho trovato spazio, silenzio e un rapporto molto diretto con il territorio e con le persone. Il castello ha avuto sicuramente un ruolo fondamentale. Lavorare in un luogo con una storia e un’identità così forti mi ha fatto venire subito voglia di immaginare qualcosa di più grande. Ho probabilmente una certa tendenza a fare progetti sproporzionati rispetto ai mezzi che ho a disposizione, quindi direi che il castello è capitato nel posto giusto al momento giusto. Mi affascina anche la storia che il castello si porta dietro. Durante la prima guerra mondiale fu utilizzato come luogo di prigionia per centinaia di soldati austro-ungarici. In una situazione durissima, tra i prigionieri e gli abitanti del paese nacquero comunque forme di scambio. Alcuni realizzavano piccoli oggetti in legno, tra cui scatole e tabacchiere intagliate, che passarono poi nelle mani delle famiglie di Frinco. Mi piace pensare che anche oggi il castello possa continuare a creare questo scambio tra chi arriva per lavorare, il paese e chi lo visita. Mi colpisce molto anche la storia recente del castello. Dopo il crollo del 2014 e le difficoltà che ne seguirono per il centro storico, Luigi Ferrero si è battuto perché il Comune riuscisse ad acquistarlo. Il percorso si concluse nel 2019, proprio quando venne eletto sindaco, e da lì è iniziato il lavoro per recuperare il castello e restituirlo al paese. Trovo molto bello che un luogo che rischiava di diventare soltanto un problema sia tornato invece a essere uno spazio vivo. Oggi, insieme al vicesindaco Davide Riva, guida un’amministrazione che considero molto illuminata e disponibile verso la cultura. Hanno creduto nei progetti e mi hanno dato una libertà che non considero affatto scontata, soprattutto in un comune così piccolo. È stato anche questo a farmi capire che non volevo semplicemente passare da Frinco, fare una residenza e poi andarmene. Ho iniziato a pensare che potesse diventare un luogo dal quale continuare a produrre opere, ma anche costruire mostre, incontri e occasioni per altre persone. Frinco per me non è diventato un rifugio fuori dal mondo dell’arte. Vorrei che fosse esattamente il contrario, un posto piccolo dal quale provare a far partire cose molto grandi.

Lei ha trent’anni e sente la necessità di raccontare le sue radici attraverso oltre cento artisti presenti nella mostra RADICI. Genealogia di un mostro, allestita presso il Castello di Frinco, nel Monferrato astigiano. Da dove nasce questa esigenza?

L’idea di realizzare una grande collettiva mi girava in testa già da un po’, anche se non sapevo ancora esattamente che forma avrebbe preso. Quest’anno il sindaco di Frinco mi aveva proposto di tornare a utilizzare gli stessi spazi del castello dell’anno precedente per una nuova residenza artistica. Era una possibilità molto bella, ma ho pensato che sarebbe stato ancora più interessante approfittarne per fare qualcosa di diverso. Invece di tornare da solo in quegli spazi, volevo provare a portarci dentro le persone che, direttamente o indirettamente, avevano contribuito a costruire quello che sono diventato. Da lì è nata davvero RADICI. Mi interessava fermarmi per un momento e provare a capire da dove arrivasse quello che faccio. Da qui anche il sottotitolo, Genealogia di un mostro. Immagino la mia ricerca come una creatura costruita nel tempo attraverso moltissimi pezzi differenti. Alcuni sono ancora perfettamente riconoscibili, altri si sono mescolati e deformati al punto che probabilmente non saprei più nemmeno dire da dove arrivino. RADICI nasce anche come forma di ringraziamento. Alcune delle persone presenti forse non sanno nemmeno quanto siano entrate nel mio modo di lavorare o di pensare. La mostra è anche un modo per dirglielo. Alla fine è una specie di autoritratto fatto attraverso le opere di più di cento altre persone, che detta così è anche una discreta forma di appropriazione.

Allestimenti della mostra RADICI. Genealogia di un mostro
Allestimenti della mostra RADICI. Genealogia di un mostro
Allestimenti della mostra RADICI. Genealogia di un mostro
Allestimenti della mostra RADICI. Genealogia di un mostro
Allestimenti della mostra RADICI. Genealogia di un mostro
Allestimenti della mostra RADICI. Genealogia di un mostro
Allestimenti della mostra RADICI. Genealogia di un mostro
Allestimenti della mostra RADICI. Genealogia di un mostro
Allestimenti della mostra RADICI. Genealogia di un mostro
Allestimenti della mostra RADICI. Genealogia di un mostro
Allestimenti della mostra RADICI. Genealogia di un mostro
Allestimenti della mostra RADICI. Genealogia di un mostro

Sulla base di quali criteri ha scelto i cento artisti che compongono questa sua genealogia? Che cosa ha determinato la scelta di includere una persona piuttosto che un’altra?

Il criterio era molto semplice: questa persona ha lasciato qualcosa dentro il mio percorso? Non ho cercato i cento artisti migliori, né i più famosi, né quelli che potessero rendere il curriculum della mostra più impressionante. Se avessi ragionato così sarebbe stata una mostra completamente diversa e soprattutto non sarebbe stata RADICI. Ho scelto legami molto diversi tra loro, alcuni evidenti e altri molto più sottili. In certi casi il rapporto con il mio percorso è riconoscibile, in altri probabilmente lo riconosco soltanto io. E non significa nemmeno che artisticamente siamo sempre vicini o che mi piaccia qualsiasi cosa facciano. Una genealogia composta soltanto da persone con cui sei completamente d’accordo sarebbe abbastanza sospetta. Ho voluto coinvolgere anche un bambino di Frinco. Per me non è stata una provocazione o una presenza messa lì per fare colore. Anzi, credo che i bambini abbiano qualcosa che noi artisti passiamo poi tutta la vita a cercare di recuperare. Lavorano senza preoccuparsi troppo dei paletti, hanno una fantasia enorme e soprattutto sanno ancora sognare senza chiedersi immediatamente se quello che stanno facendo appartenga al linguaggio giusto, sia abbastanza contemporaneo o possa interessare a qualcuno. Da un certo punto di vista penso che siano loro i veri artisti. Poi cresciamo e cominciamo a complicare tutto. Mi interessava proprio che nella mostra potessero convivere persone con esperienze, età e percorsi completamente differenti. Naturalmente non è una genealogia definitiva. È la fotografia di un momento. Fra dieci anni potrebbe essere completamente diversa e magari potrei arrivare a duecento artisti. In quel caso spero solo che la prossima RADICI la allestisca qualcun altro: questa volta ho fatto quasi tutto da solo e ho capito che, più che una mostra, a tratti sembrava una prova di resistenza.

Quanto hanno inciso gli artisti che ha incontrato e conosciuto nel corso del Suo percorso artistico? Ci sono figure che considera particolarmente importanti per ciò che è diventato artisticamente?

Moltissimo, probabilmente più di quanto io stesso riesca a ricostruire. Però, prima ancora di parlare di artisti, devo partire dai miei genitori. Mi hanno sempre sostenuto, anche nei momenti in cui continuare a fare l’artista poteva sembrare la decisione meno rassicurante possibile. Avere qualcuno che crede in quello che fai quando le cose vanno bene è bello. Averlo quando le cose vanno male è molto più importante. Una parte del percorso che ho fatto è possibile anche grazie a loro. Tra le figure che hanno inciso di più c’è sicuramente Carlo Di Raco. Più che indicarmi un modo preciso di dipingere, ha creato intorno all’Atelier F un ambiente in cui il confronto era continuo e in cui si imparava moltissimo anche guardando gli altri lavorare. Questa idea di atelier come luogo vivo, e non semplicemente come una classe, per me è stata fondamentale. Mi hanno influenzato molto anche gli studenti più grandi. Quando tornavano per i workshop estivi a Forte Marghera, in occasioni come Antares, oppure coinvolgevano noi più giovani nei loro progetti, vedevi concretamente cosa poteva succedere fuori dall’Accademia. Quella trasmissione tra generazioni, molto spontanea, mi ha formato più delle lezioni. Poi sono arrivati incontri molto diversi. Luca Massimo Barbero, per esempio, è una delle persone che sento di dover ringraziare. Essere coinvolto da giovane in un progetto come Venice Time Case e confrontarmi con una figura con la sua esperienza mi ha dato una percezione diversa delle possibilità del mio lavoro. Francesco Antonio Lepore, direttore dei Musei Civici di Asti, l’ho conosciuto lo scorso anno durante un confronto sulle residenze artistiche e sulla possibilità di ridare vita ai luoghi attraverso l’arte. Da allora mi è stato vicino con grande disponibilità, facendoci visitare i Musei Civici, contribuendo a far conoscere RADICI e mettendomi in contatto con persone. Sono gesti che sembrano piccoli, ma per un artista fanno la differenza. E poi devo sicuramente ringraziare la famiglia Raffaelli e tutto lo staff delle loro gallerie [ndr: Studio d’Arte Raffaelli e Cellar Contemporary Art]. Mi hanno sostenuto artisticamente e umanamente anche in momenti difficili. Nel mondo dell’arte si parla moltissimo delle mostre quando vanno bene e molto meno dei rapporti che esistono dietro, soprattutto nei periodi più complicati. Per me quel sostegno ha avuto un peso reale. Sono alcuni esempi, non una classifica. Ognuno è entrato nel mio percorso in un momento diverso e per ragioni diverse.

A chi si ispira oggi nella realizzazione delle sue opere? Quali artisti, oltre a quelli presenti in RADICI, sente più vicini alla sua ricerca?

Ci sono artisti che continuo a guardare da moltissimo tempo. Goya, Bosch ed Ensor sono probabilmente tra quelli che sento più vicini per la capacità di mettere insieme ironia, violenza, grottesco, caos e umanità. Tra i riferimenti fondamentali metterei anche Bruegel, soprattutto per quella capacità di costruire scene affollate in cui succedono contemporaneamente moltissime cose. Rosso Fiorentino lo sento vicino soprattutto per il colore, mentre Grünewald per la fisicità esasperata e quasi innaturale dei corpi. Poi sicuramente Francis Bacon, per la carne, la deformazione e la violenza dell’immagine, e Max Ernst, per la libertà dell’immaginario e la capacità di costruire immagini che sembrano provenire da un mondo con regole proprie. Guardo molto anche Picasso e Lucio Fontana, ma per ragioni differenti. Mi interessano la libertà, la trasformazione continua, il rapporto fisico con la materia e soprattutto la possibilità di non rimanere prigionieri di un unico linguaggio. Le influenze per me devono entrare nel lavoro, essere digerite e magari diventare quasi irriconoscibili. Se guardi troppo un artista e finisci semplicemente per ripeterne i modi rischi di cadere in un manierismo noioso. Il punto non è assomigliare ai propri riferimenti, ma prendere qualcosa da loro, trasformarlo e farlo diventare parte di un linguaggio personale. Detto questo, non lavoro praticamente mai pensando: adesso faccio qualcosa ispirato a questo artista. Le immagini possono arrivare da qualsiasi cosa. Dal paesaggio montano, dagli animali, dalla tecnologia, dal turismo di massa, dal consumismo, da un componente elettronico, da una nave da crociera, da un giocattolo o da qualcosa di assurdo visto per strada. Mi interessa proprio far saltare le gerarchie. Dentro un lavoro possono convivere Bosch, Bacon o Bruegel e una stupidaggine vista cinque minuti prima sul telefono. Anzi, a volte una stupidaggine può essere persino più utile.

Bruno Fantelli, Ciao prof (2024; olio su bottiglia, 33 x 8 x 8 cm)
Bruno Fantelli, Ciao prof (2024; olio su bottiglia, 33 x 8 x 8 cm)
Cristina Porro, Moons (2026; acrilico su tela, 40 x 30 cm)
Cristina Porro, Moons (2026; acrilico su tela, 40 x 30 cm)
Edison Pashkaj (2025; olio su tela 40 x 60 cm)
Edison Pashkaj, Senza titolo (2025; olio su tela 40 x 60 cm)
Umar Rashid, Bandito (2024; inchiostro e acrilico su tela, 31 x 23 cm). Su concessione di Studio d’arte Raffaelli
Umar Rashid, Bandito (2024; inchiostro e acrilico su tela, 31 x 23 cm). Su concessione di Studio d’arte Raffaelli
Anna Furlan, Cuore di panna (2026; tecnica mista su tela, 40 x 30 cm)
Anna Furlan, Cuore di panna (2026; tecnica mista su tela, 40 x 30 cm)
Paolo Dolzan, Testa, dalla serie 111 TESTE (2001; monotipo su carta)
Paolo Dolzan, Testa, dalla serie 111 TESTE (2001; monotipo su carta)

Quali tendenze intravede oggi nella pittura italiana contemporanea? Ci sono direzioni che ritiene particolarmente interessanti o, al contrario, aspetti del sistema dell’arte italiana che la convincono meno?

Vedo molte ricerche interessanti e una grande varietà di linguaggi. Non penso esista oggi una direzione unica della pittura italiana e meno male, perché sarebbe abbastanza deprimente. Mi interessa soprattutto chi riesce a costruire un immaginario personale senza preoccuparsi troppo di aderire alla moda del momento. Il problema, semmai, è il sistema che gira intorno agli artisti. Oggi gli artisti sono tantissimi, forse persino troppi, e non credo che tutto quello che viene fortemente promosso sia necessariamente forte artisticamente. Esistono artisti bravissimi che rimangono quasi invisibili e altri che vengono improvvisamente montati, sponsorizzati e presentati ovunque perché in quel momento corrispondono perfettamente a una certa tendenza estetica o culturale. Naturalmente non credo che possa esistere una commissione suprema incaricata di stabilire chi sia un vero artista. Sarebbe terrificante. Però penso ancora che talento, ricerca, capacità, necessità e dedizione abbiano un peso e qualche volta ho l’impressione che il sistema se ne dimentichi. Poi esistono piccoli ambienti che si autolegittimano. Quelli che scherzando chiamo i “Maionesi”: artisti, curatori, galleristi che si spalleggiano continuamente e finiscono per creare una specie di salsa molto compatta nella quale o sei dentro oppure diventa difficile persino assaggiare il piatto. Un’altra cosa che percepisco molto in Italia è la gelosia. Tra artisti, ma anche tra artisti, galleristi e curatori, a volte sembra che si perda più energia a difendere piccoli feudi che a costruire qualcosa insieme. È un atteggiamento che faccio fatica a capire. Se un artista che conosco cresce, non significa che io automaticamente debba diminuire. Credo esattamente il contrario: un ambiente culturale diventa più forte quando le persone si aiutano, si passano occasioni, discutono, creano progetti e fanno circolare possibilità. Si cresce molto più insieme che cercando continuamente di ostacolarsi. C’è poi una questione economica di cui secondo me si parla ancora troppo poco. Molto spesso l’artista è la parte più fragile della filiera: produce, anticipa denaro, paga materiali, studio e trasporti, dedica mesi o anni al lavoro e si assume praticamente tutto il rischio. E può capitare che sia proprio lui a dover rincorrere informazioni sulle proprie opere, rendicontazioni o compensi che gli spettano, mentre intorno al suo lavoro qualcuno sembra avere decisamente molto più tempo libero. Perché poi l’artista non vive di cuoricini, di “mi piace” o di “complimenti, bel lavoro”. Ha bisogno di soldi per vivere e per continuare a lavorare. E purtroppo la maggior parte degli artisti è costretta ad avere un altro lavoro. Non c’è niente di male, anzi: altri lavori possono insegnarti moltissimo e a me è capitato. Il problema è quando ti portano lontano dalla ricerca o non ti permettono di darle continuità. In Italia, soprattutto sui giovani artisti, secondo me si investe ancora troppo poco. La trovo una contraddizione abbastanza grottesca. Naturalmente non vale per tutti. Ho incontrato curatori, galleristi e persone estremamente serie e generose e proprio per questo so che un altro modo di lavorare è possibile. Ci sono infatti realtà nelle quali credo molto. Penso a Dolomiti Contemporanee, con cui ho avuto modo di lavorare sia a Casso sia nell’ex Villaggio ENI di Borca di Cadore. Lì ho trovato un modo di intendere l’arte contemporanea che sento molto vicino: non semplicemente esporre opere dentro uno spazio, ma utilizzare l’arte per riattivare luoghi, creare relazioni e mettere insieme artisti, territorio e persone. E penso anche a Fondazione Malutta, di cui faccio parte. È una realtà alla quale sono molto legato proprio perché nasce dagli artisti e dalla volontà di costruire insieme occasioni, confronti e progetti. In un sistema nel quale spesso prevalgono individualismo e competizione, esperienze di questo tipo dimostrano che la collaborazione non è soltanto una bella parola, ma può diventare concretamente un modo diverso di lavorare. Una cosa che mi ha colpito molto nelle esperienze di residenza è vedere artisti che, anche partendo da esperienze di questo tipo, hanno poi costruito realtà proprie: spazi indipendenti, luoghi di incontro e progetti condivisi. Mi piace l’idea che una residenza non finisca semplicemente quando si torna a casa, ma possa continuare a generare altri luoghi, relazioni e possibilità. E infine mi convince poco l’artista trasformato in marchio. Fai un quadro che funziona e improvvisamente sembra che tu debba produrlo in venticinque varianti per i prossimi quarant’anni. Personalmente preferisco rischiare di fare anche qualche lavoro sbagliato piuttosto che diventare la fabbrica della versione numero 73 di me stesso.

Quale spazio sente di occupare, con la Sua ricerca, all’interno del panorama artistico italiano?

Non ne ho la minima idea, che forse è già una risposta. E sinceramente in questo momento non sento nemmeno troppo il bisogno di trovare una casella precisa nella quale infilarmi. Una delle cose che ho capito negli ultimi anni è che aspettare che qualcuno decida dove collocarti può diventare una trappola. Il percorso dell’artista viene ancora spesso raccontato secondo una successione abbastanza precisa: Accademia, curatore, galleria, mostre, riconoscimento e magari, dopo parecchi anni e una discreta quantità di anticamera, qualcuno certifica ufficialmente che esisti. Io voglio continuare naturalmente a lavorare con gallerie, curatori e istituzioni quando ci sono rapporti seri e interessanti. Non sono contro il sistema dell’arte. Semplicemente non voglio che la possibilità di fare qualcosa dipenda completamente dall’approvazione di qualcun altro. RADICI nasce anche da questo. Nessuno probabilmente sarebbe venuto da me a dire: “Bruno, che ne dici di prendere un castello in un paese del Monferrato e riempirlo con più di cento artisti che hanno attraversato la tua vita?”. Quindi l’ho fatto io. Non penso più che centro e periferia dipendano semplicemente dalla geografia. Puoi essere nel centro di Milano ed essere completamente periferico nelle idee, oppure essere a Casso o a Frinco e riuscire a mettere in movimento persone che arrivano da molto lontano. La mia ricerca parte dalla pittura, ma negli anni è entrata nella scultura, nell’installazione e in materiali molto diversi. Anche per questo faccio fatica a immaginarmi dentro una definizione troppo precisa. Se proprio dovessi dire quale spazio vorrei occupare, direi uno spazio abbastanza libero da permettermi di continuare a essere artista e contemporaneamente costruire occasioni, invitare altre persone, collaborare e magari contribuire a far crescere qualcosa intorno a me. Ed è quello che sto provando a fare adesso anche fisicamente. Ho comprato una casa a Frinco e vorrei che nel tempo diventasse molto più di casa mia: un luogo per residenze d’artista, incontri, musica, teatro, laboratori, conversazioni, persone che arrivano e lasciano qualcosa. In fondo sto cercando di costruire concretamente il piccolo mondo nel quale mi piacerebbe lavorare. Quel mondo ha già un nome: Kunsthaus Fantelli.



Noemi Capoccia

L'autrice di questo articolo: Noemi Capoccia

Originaria di Lecce, classe 1995, ha conseguito la laurea presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2021. Le sue passioni sono l'arte antica e l'archeologia. Dal 2024 lavora in Finestre sull'Arte.



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