Pubblicità

“Un museo va arricchito, e noi puntiamo anche ai capolavori”. Parla Micol Forti, direttrice del Mart di Rovereto

Categorie: Interviste / Argomenti: Mart di Rovereto - Musei - Rovereto


Una collezione permanente da ampliare, nuovi capolavori da acquisire e collaborazioni internazionali da costruire: la direttrice del Mart di Rovereto, Micol Forti, in questa lunga intervista con Ilaria Baratta svela la direzione che vuole imprimere al museo.

Pubblicità
Pubblicità

Rafforzare il legame con il territorio, valorizzare le collezioni e costruire nuove relazioni con le istituzioni internazionali: sono alcune delle sfide che Micol Forti, direttrice del Mart di Rovereto, ha individuato per il futuro del museo. A quasi un anno dal suo insediamento, l’abbiamo intervistata per tracciare un primo bilancio del lavoro svolto e farci anticipare qualche progetto futuro. L’intervista è di Ilaria Baratta.

Pubblicità
Pubblicità
Micol Forti. Foto: Jacopo Salvi
Micol Forti. Foto: Jacopo Salvi

IB. A quasi un anno dall’inizio della sua direzione al Mart di Rovereto e alle sue sedi, qual è il bilancio che sente di poter tracciare? Quali obiettivi si è posta al momento del Suo insediamento?

Pubblicità
Pubblicità

MF: Comprenderne la struttura, conoscerla dall’interno: questo è stato il mio obiettivo principale. Il Mart è un museo che ho sempre frequentato come studiosa e come persona affascinata dalle proposte culturali, ma ovviamente non lo conoscevo come macchina istituzionale. Come tutti i grandi musei, è una macchina complessa che va conosciuta e ascoltata, soprattutto attraverso i colleghi che hanno vissuto questo museo (alcuni di loro fin dalla sua apertura), per capire proprio come si colloca nel tessuto culturale del territorio. Anche il territorio stesso, peraltro, era per me da scoprire, venendo io da Roma e non essendo la mia terra né di formazione né di esperienza professionale. Da questo primo obiettivo cardine, ho cercato poi di costruire anche una linea per il futuro del Mart. L’avvicinarmi ad aspetti che sono, da una parte storico-identitari e dall’altra gestionali, mi ha consentito infatti di pensare alla possibilità di modificare la sua storia del futuro, di tracciare una linea personale nel suo sviluppo. Il bilancio è dunque estremamente positivo. Il Mart è una struttura museale molto articolata, che ha un rapporto particolare con il territorio: da una parte ne è sicuramente elemento identitario, dall’altra parte è però un elemento che ancora viene percepito in parte come estraneo alla storia del territorio stesso. Questa duplicità richiederà sicuramente un’attenzione particolare (sarà uno degli obiettivi per me più importanti), perché deve unire due volti di una stessa identità. Questo museo esiste anche grazie alla grande presenza del Novecento in questo territorio, a partire, ovviamente, dalla figura di Fortunato Depero. Se non ci fosse stato Fortunato Depero e il suo lascito al Comune di Rovereto, l’apertura della sua Casa d’Arte Futurista e probabilmente lo stesso progetto del Mart non sarebbe approdato in questa città. Tuttavia, questo progetto così importante, così imponente e così autorevole è ancora percepito da questo territorio, in parte, come qualcosa di estraneo e di distante. Il Mart ha una storia espositiva e collezionistica di grandissimo rilievo. Studiarne gli sviluppi attraverso i vari direttori che mi hanno preceduta è stato, ed è ancora, un lavoro molto interessante, proprio per andare a definire quelle che possono essere invece le proposte che poi devono avere una ricaduta nazionale e internazionale. E questo sarà proprio il terzo grande obiettivo: ridisegnare e rafforzare (perché ovviamente il Mart li ha) i legami con le strutture nazionali e internazionali che si occupano di cultura e, in particolar modo, di cultura contemporanea.

Pubblicità
Pubblicità

C’è qualche aspetto del museo che, conoscendolo più da vicino, l’ha portata a rivedere le sue priorità?

Uno degli aspetti su cui vorremmo lavorare molto nei prossimi anni sono le collezioni. Le collezioni del Mart sono fondamentali, ne compongono il cuore, e molte di loro sono legate a depositi da collezioni private che ne costituiscono in parte l’ossatura portante. Parallelamente, in questi venticinque anni, il Mart ha inoltre rafforzato il suo patrimonio, attraverso donazioni e acquisizioni. Ecco, rafforzare sempre di più il patrimonio di proprietà del Mart, e cioè della Provincia autonoma di Trento, è un altro grande obiettivo. Più il Mart rafforza, attraverso anche grandi capolavori, la sua collezione permanente, più si costruisce, a mio parere, un dialogo sempre più affiatato tra il desiderio dei grandi collezionisti di condividere i loro patrimoni in un contesto pubblico, quali sono i grandi musei (e di questo noi non solo li ringraziamo, ma siamo fieri che scelgano il Mart per rendere visibili, per conservare, per tutelare e per valorizzare le loro collezioni), e il museo. È un dialogo che in questo modo diventa funzionale l’uno all’altro, a sostegno l’uno dell’altro.

Mart, Rovereto. Foto: Carlo Baroni
Mart, Rovereto. Foto: Carlo Baroni
Mart, Rovereto. Foto: Jacopo Salvi
Mart, Rovereto. Foto: Jacopo Salvi
Mart, Rovereto
Mart, Rovereto. Foto: Elisa Vettori

Come Lei sottolineava poco fa, il Mart conserva un patrimonio che permette di leggere la storia dell’arte del Novecento. Quanto è importante, secondo Lei, nella programmazione del museo, riportare l’attenzione su artisti o vicende artistiche che meritano di essere riscoperti, come nel caso delle recenti mostre su Anselmo Bucci e Luigi Bonazza?

È molto importante, perché non sono soltanto delle occasioni espositive, ma derivano da attività di ricerca che i vari curatori del museo promuovono, a partire dalle collezioni e dagli archivi del Mart. L’altra grande ricchezza del museo sono infatti gli Archivi del ’900: sono tutti di proprietà del Mart e costituiscono il cuore pulsante dell’istituzione per quanto riguarda la possibilità di fare ricerca e di essere un polo di attrazione e di scambio con tutti i grandi studiosi internazionali. La mostra su Luigi Bonazza, che Lei ha citato, nasce proprio da queste attività di studio e di ricerca. È stata una mostra che ha veramente rifatto il punto su uno dei grandi protagonisti della cultura secessionista e post-secessionista di questo territorio, proprio nel suo passaggio da Impero austro-ungarico a Italia, attraverso fondi d’archivio, ricostruzione della presenza dell’artista e delle sue opere sul territorio, eccetera eccetera. Anselmo Bucci, alla quale, come Lei ricordava, il Mart ha dedicato recentemente una mostra, è invece un artista meno documentato nelle collezioni del museo, sebbene presente, ma è uno dei protagonisti meno noti della grande stagione del Novecento, inteso nel senso proprio di secolo, non solo di movimento sarfattiano, che ben dialoga con una parte importante delle collezioni del Mart. Quindi è sicuramente una strada che va sostenuta, proprio perché viene da attività di ricerca sempre molto vitali. Tuttavia, in futuro, vorremmo anche aprire a proposte e a offerte espositive su temi e argomenti che non appartengono alle nostre collezioni, ma che fanno parte del contesto contemporaneo con cui un grande museo come il Mart deve confrontarsi.

È stata invece inaugurata qualche giorno fa al Mart la grande mostra dedicata a Gianni Berengo Gardin e alla sua vocazione architettonica, a un anno dalla sua scomparsa. Com’è nata l’idea di questa mostra? Riflettevo anche sul fatto che l’architettura è, tra l’altro, un tratto distintivo del Mart, con la sua cupola disegnata da Mario Botta...

Assolutamente! E tra l’altro abbiamo trovato nell’archivio di famiglia (grazie alla collaborazione con la famiglia di Berengo Gardin), un piccolo nucleo di fotografie fatte da lui proprio al Mart, di sua spontanea volontà. Sono foto inedite, perché non si sono mai viste, e ne abbiamo scelte due, un interno e un esterno, da esporre in mostra. L’interno riprende proprio, con un taglio interessantissimo, gli spazi dove oggi è allestita la sua mostra. È stata una cosa molto emozionante. È venuto qui nel 2007, ha fatto molte foto, le ha stampate (erano tutte in un faldone), però non ha mai avuto occasione di esporle. Il tema della mostra è nato insieme ad Alessandra Mauro e Gabriele Lorenzoni, che hanno curato la mostra con me: non era mai stato fatto un focus su Berengo Gardin e il suo rapporto con l’architettura. Lui aveva cominciato facendo foto di architettura per gli studenti dello IUAV che si laureavano con Bruno Zevi. Il primo libro l’ha fatto proprio con Zevi. Poi l’interesse per questo ambito si sarebbe sviluppato con la frequentazione di moltissimi altri architetti, culminando con l’amicizia con Renzo Piano, con cui Berengo Gardin ha lavorato tutta la vita. In realtà, la mostra non solo espone fotografie di opere di architettura, ma anche fotografie modulate sul rigore architettonico, nelle quali l’impostazione architettonica risulta ben chiara nella composizione fotografica stessa. Abbiamo suddiviso la mostra per ambienti, per stanze, ognuna con un suo tema, raggruppando nuclei di foto che sono emersi lavorando nell’archivio di famiglia come elementi ricorrenti, ad esempio sul tema della soglia, delle porte, delle arcate. Emerge nella sua produzione un lavoro costante e raffinatissimo proprio sugli elementi di passaggio. Così come sui muri, che nelle sue fotografie diventano vere superfici narrative. E in tutte quelle sue foto, da quelle degli anni Cinquanta alle più recenti, l’uomo è il grande protagonista. In mostra c’è inoltre un regalo che ci ha fatto Renzo Piano: ci ha inviato un video di quattro minuti girato con doppia camera, mixato, di una raffinatezza rara, dove emerge non solo la loro amicizia e la loro collaborazione, ma anche il senso dell’umiltà artigianale del lavoro del fotografo, che anche il grande architetto condivide: fare bene le cose. Abbiamo voluto restituire in questo progetto espositivo la grandezza di Gianni Berengo Gardin, straordinario uomo di cultura, che sia io che Alessandra Mauro abbiamo avuto la fortuna di conoscere e di lavorarci insieme.

A gennaio il Mart ha acquisito l’archivio del Prof. Bad Trip, arricchendo così il patrimonio del museo. Cosa ha significato per il museo questa acquisizione? Quali criteri guidano oggi le scelte del Mart in materia di acquisizioni e donazioni?

Sì, la donazione del Prof. Bad Trip è stata una delle più importanti. Gli archivi sono in costante implemento, con acquisizioni costanti, proprio perché sono il vero motore di ricerca del museo. Cerchiamo di ampliare e rafforzare nuclei archivistici già presenti: siamo ora in trattativa per l’acquisizione di altre parti di archivi che già possediamo e che vorremmo implementare o addirittura avere in modo totale ed esclusivo, per facilitare il nostro lavoro di ricerca e quello degli studiosi che accedono ai nostri fondi. Ma, allo stesso tempo, cerchiamo anche di ampliare tutto quel materiale, ad esempio, di culture alternative, che all’interno degli archivi del Mart ha una presenza molto importante. I nostri curatori, i responsabili degli archivi, cercano di raggiungere fondi archivistici che sono ancora nelle mani degli eredi, sia per renderli disponibili agli studiosi sia per poter avere materiale documentario su tutte quelle culture che hanno reso viva e vitale la scena culturale italiana, e non solo, dagli anni Sessanta in poi, e che rappresentano una controcultura informativa e visiva con cui gli artisti si sono ampiamente confrontati e con cui sono ancora oggi in dialogo. Per quanto riguarda le donazioni e le acquisizioni, l’intento è arricchire il patrimonio del Mart, anche attraverso il dialogo con i giovani artisti, perché un museo deve arricchire i propri depositi non solo per il presente ma anche per raccontare il nostro presente nel futuro. In quest’ottica di costante arricchimento, vorremmo fare investimenti importanti: oltre a prendere opere in donazione, sia storiche sia più contemporanee, e a fare piccole acquisizioni, vorremmo acquisire anche opere capolavoro, che possano diventare punti di riferimento nelle collezioni storiche e che possano dialogare con le collezioni in deposito.

Mostra su Anselmo Bucci al Mart. Foto: Jacopo Salvi
Mostra su Anselmo Bucci al Mart. Foto: Jacopo Salvi
Mostra su Luigi Bonazza al Mart. Foto: Jacopo Salvi
Mostra su Luigi Bonazza al Mart. Foto: Jacopo Salvi
Archivio Gianluca Lerici - Prof. Bad Trip
Archivio Gianluca Lerici - Prof. Bad Trip

Vorrei tornare su un tema che in parte abbiamo già toccato. Al momento del Suo insediamento, ha dichiarato di voler rafforzare l’identità di un museo radicato nel territorio, ma al tempo stesso aperto a orizzonti ampi e internazionali. Come si è tradotto concretamente questo obiettivo nelle scelte culturali ed espositive del Mart? E quale ruolo possono svolgere la Galleria Civica di Trento e la Casa d’Arte Futurista Depero nel costruire un sistema museale articolato, in cui ciascuna sede valorizzi la propria identità contribuendo a una visione culturale condivisa?

Per quanto riguarda l’apertura internazionale, ovviamente serve tempo per costruire progetti e un dialogo più strutturato. Lo stiamo facendo per progetti futuri, per il 2028 - 2029. Stiamo lavorando a proposte espositive che nascano insieme a partner internazionali che non siano soltanto prestatori o ricettori di nostre proposte, ma che diventino partner scientifici fin dall’inizio del progetto. Per quanto riguarda il territorio, abbiamo in programma per il 2027 due grandi momenti espositivi, di respiro nazionale e internazionale come tematica, ma che affondano le loro radici su tematiche e presenze territoriali, confidando che questa duplicità cominci a rafforzare il dialogo con il territorio, a far sentire sempre di più questo museo una parte non sganciata, e in qualche modo imprescindibile, all’interno dell’identità stessa del territorio. La Galleria Civica di Trento e la Casa d’Arte Futurista Depero sono fondamentali. Casa Depero è quasi il motore primo di tutto ciò, perché se non ci fosse stata quella donazione, la volontà di creare uno spazio ad hoc per la sua casa futurista, probabilmente l’idea stessa di realizzare il Mart a Rovereto non sarebbe stata così incisiva, così determinante. Sicuramente bisogna dare maggiore visibilità a Casa Depero, che peraltro è inclusa nel biglietto del Mart. Vediamo però che il pubblico ha difficoltà a raggiungerla, anche se dista pochissimo dal Mart, è in pieno centro storico. Abbiamo in programma per il 2027, per il venticinquesimo compleanno del museo, il riallestimento dell’esterno, che ora è poco percepibile. Avrà un ingresso e un’organizzazione visiva che, si spera, attrarrà i visitatori. La Galleria Civica è invece il nostro avamposto per le proposte più contemporanee, soprattutto per le giovani generazioni, e per tematiche che hanno un peso sociale molto specifico e che, declinate in una mostra molto grande, rischierebbero magari di diventare meno incisive, dati gli spazi del Mart. Attualmente c’è una mostra, intitolata Pietre di pane, il cui titolo è tratto da un libro di Vito Teti, che si sofferma sui territori fragili, sui luoghi che vengono sempre più abbandonati. Una mostra con opere contemporanee, molte delle quali fatte appositamente, che ripercorre questa tematica di grandissima qualità. A queste due sedi, aggiungerei anche il Palazzo delle Albere di Trento, gestito dal MUSE e dal Mart insieme. Qui abbiamo inaugurato Waterflow, una mostra dedicata al tema dell’acqua, con molte opere site-specific realizzate grazie a fondi per residenze d’artista, fondi del PNRR. Abbiamo iniziato una collaborazione con il MUSE: faremo di Palazzo delle Albere il luogo di mostre a tema arte e scienza.

Il Mart mi ha sempre dato l’impressione di essere un museo molto frequentato, di un vero polo culturale profondamente integrato nella vita della città. Quali sono, secondo Lei, gli elementi che permettono a un museo di diventare un luogo vissuto, e non soltanto uno spazio da visitare in occasione di una mostra? E in che modo l’esperienza del Mart può rappresentare un modello o uno spunto di riflessione per altre istituzioni museali?

Su questo tema la differenza la fanno le attività di mediazione culturale e tutta l’area educativa, che si rivolge a bambini in età prescolare, da 1 a 5 anni, con laboratori, fino a tutto il pubblico adulto e a tutti i pubblici speciali. Tutte le attività di mediazione stanno diventando sempre di più un punto di snodo fondamentale affinché un museo non sia interpretato come un luogo silenzioso. Abbiamo avviato quest’anno con la Facoltà di Scienze cognitive dell’Università di Trento, che si trova di fronte al Mart, una serie di laboratori interni fatti con docenti dell’università, con il personale del Mart e con rappresentanti della società civile, dalle associazioni alle scuole, al FAI, alla Confartigianato, alla Confcommercio. Ne sta emergendo in maniera accentuata la richiesta che un museo diventi anche un luogo dove fare un’esperienza personale e molto coinvolgente, sia in termini emotivi, quasi sensoriali, sia in termini di possibilità di contemplazione. Una cosa che mi ha molto stupita è che, insieme alle richieste di essere anche luoghi di divertimento, di gioco e di sorpresa, ci sia una forte richiesta di avere spazi dove stare di fronte all’opera, spazi dove fermarsi. Che è apparentemente in contrasto alla velocità a cui siamo sottoposti. Questo percorso che ho avviato, qualche mese dopo essere arrivata, è veramente molto interessante anche per noi che facciamo questo mestiere e che quindi viviamo tutti i giorni in un museo. L’area educativa e di mediazione culturale del Mart ha una grandissima esperienza. Tutte le nostre proposte, e la qualità delle nostre proposte, non solo sono varie, ma hanno delle fonti di specializzazione con i pubblici speciali. Abbiamo i percorsi tattili per i non vedenti, tutti i video in LIS, tutte le guide, sia del Mart sia di Casa Depero, in comunicazione aumentativa alternativa, cioè in linguaggio facilitato. Abbiamo laboratori tenuti da ragazzi autistici per ragazzi autistici. Tutte le forme di disabilità hanno e devono trovare nel museo un luogo dove stare, dove fermarsi, dove trascorrere del tempo felicemente. Ovviamente anche la piazza aiuta in questo: c’è la biblioteca, il Teatro Melotti, il caffè. È un pantheon all’aperto, la piazza.

Qual è la sua idea in merito al dialogo tra museo e scuola, in merito al ruolo che deve avere l’educazione artistica nella crescita delle nuove generazioni?

È fondamentale. Dovrebbe essere un dialogo molto più strutturato e non limitato alle gite o ai piccoli laboratori, per fare del museo un luogo in cui svolgere concretamente una parte dell’attività didattica. L’arte, infatti, non è soltanto arte: è storia sociale ed economica, racconta battaglie, grandi imprese, commerci, popoli, usi e costumi. Può quindi diventare uno strumento prezioso per raccontare alle giovani generazioni un passato che oggi appare sempre più distante, mettendo in campo elementi che affascinano, incuriosiscono, svelano mondi. L’arte non si esaurisce nelle forme, nei colori, negli stili o nei movimenti, ma un qualcosa di più ricco e di più trasversale. Notiamo che la fascia universitaria è poco presente tra i visitatori del museo. Dopo il pubblico più giovane, che arriva fino agli anni del liceo, si registra infatti un ritorno del pubblico adulto, mentre è più difficile intercettare i giovani universitari, che pure dovrebbero essere tra i più curiosi e interessati alla scoperta. Questo vale soprattutto per gli studenti di facoltà diverse da Lettere o Storia dell’arte, per i quali la frequentazione dei musei è spesso più naturale. Si tratta, dunque, di un aspetto sul quale sarebbe importante avviare una riflessione.

Mart, Rovereto
Mart, Rovereto. Foto: Elisa Segata
Mart, Rovereto
Mart, Rovereto. Foto: Elisa Segata
Mart, Rovereto. Foto: Jacopo Salvi
Mart, Rovereto. Foto: Jacopo Salvi

In un panorama in cui la comunicazione culturale passa sempre più anche attraverso i social network e gli strumenti digitali, quale strategia sta adottando il Mart per raggiungere e coinvolgere il pubblico digitale? Che ruolo possono svolgere i canali e i contenuti online non solo nella promozione delle mostre, ma anche nella costruzione di una comunità che si riconosca nei valori dell’istituzione?

Siamo presenti su tutti i principali social e sui diversi canali di comunicazione, ma vogliamo fare un passo ulteriore. Stiamo infatti avviando collaborazioni con professionisti del settore per sviluppare una strategia comunicativa diversa, che non si limiti, come giustamente osservava Lei, a promuovere eventi, ma punti soprattutto alla condivisione dei contenuti e alla loro valorizzazione. Da questo punto di vista, il Mart è all’avanguardia, in particolare sul fronte della digitalizzazione del patrimonio: siamo stati tra i primi musei in Italia a intraprendere un processo di digitalizzazione che ha coinvolto sia le collezioni sia gli archivi. Il Mart è stato tra i primissimi musei in Italia ad avviare un processo di digitalizzazione, già negli anni Novanta, molto prima che esistesse il Mart come architettura. All’epoca esisteva già come istituzione e polo culturale, ma non ancora come architettura. Oggi, tuttavia, la sfida è diversa: non si tratta soltanto di digitalizzare i contenuti, ma di individuare nuovi modi per comunicarli e condividerli. È un percorso sul quale stiamo lavorando e che richiede professionalità che non esistono ancora all’interno dei nostri musei. Per questo è necessario coinvolgere specialisti esterni, anche considerando la rapidità con cui le tecnologie evolvono. La questione fondamentale è capire come innovare senza rinunciare al rigore scientifico, un principio imprescindibile per un museo, soprattutto quando si tratta di un’istituzione pubblica e culturale come il Mart. Occorre individuare le modalità più efficaci per trasmettere i contenuti, tenendo conto di cosa si vuole comunicare e dei pubblici a cui ci si vuole rivolgere. Il linguaggio, infatti, cambia a seconda che si parli a giovani, professionisti o adulti: ogni destinatario richiede registri e approcci differenti. È un ambito molto complesso, nel quale l’intelligenza artificiale rappresenta uno dei protagonisti di questo nuovo orizzonte. La sfida consiste nel mettere in relazione tutte queste componenti e svilupparle nel modo più dinamico possibile.

Per concludere, c’è un progetto, una collaborazione o un’idea a cui sta lavorando e che considera particolarmente rappresentativo della direzione che vorrebbe dare al Mart? Ci può raccontare qualcosa in anteprima?

Tra i progetti in cantiere, che in parte ho già accennato, ce ne sono alcuni particolarmente significativi, anche se uno non può ancora essere annunciato perché le trattative non si sono concluse. Si tratta di una grande acquisizione a cui tengo particolarmente e che richiederà ancora un po’ di tempo. È però un’acquisizione che potrà diventare uno dei punti di riferimento della collezione permanente del museo. Un altro progetto riguarda il riallestimento della collezione permanente, che abbiamo in programma in occasione delle celebrazioni per i 25 anni del Mart. Non verrà solo riallestita, ma anche ampliata: la collezione occuperà infatti due piani del museo, anziché uno solo come avviene attualmente. Questo permetterà di esporre nuovi depositi che abbiamo avuto recentemente, tra cui figurano grandi protagonisti come Picasso e Kandinsky. Sarà una sfida importante: rafforzare il ruolo del Mart come uno dei poli di attrazione del pubblico non soltanto territoriale, ma anche e soprattutto turistico. Un altro progetto di grande ambizione è in programma tra la fine del 2028 e l’inizio del 2029. Anche in questo caso, per il momento, non posso anticiparne i dettagli, ma l’obiettivo è realizzarlo in collaborazione con un altro museo. Si tratta di un progetto molto ambizioso dal punto di vista espositivo, al quale stiamo lavorando, e spero a brevissimo di poterlo anticipare almeno come tema. Il progetto contribuirebbe a rafforzare il dialogo del Mart con le istituzioni internazionali, portando al museo uno dei grandi protagonisti della scena artistica mondiale tra Otto e Novecento, attraverso un progetto di ricerca molto approfondito e completamente originale del Mart. Questa è un’altra cosa a cui io tengo molto, perché rappresenta una caratteristica distintiva del museo: le mostre che realizziamo sono progetti elaborati internamente dal nostro staff scientifico, in dialogo e in collaborazione con studiosi e curatori esterni, quando necessario. Non si tratta, dunque, di esposizioni già confezionate che circolano nel panorama internazionale e vengono semplicemente riproposte, ma di iniziative che nascono da un lavoro di ricerca e progettazione condotto qui, all’interno del museo. Anche le prossime mostre seguiranno questa impostazione: saranno tutte concepite e sviluppate dal Mart. Naturalmente, siamo aperti ad accogliere proposte esterne interessanti, soprattutto quando possono offrire al pubblico italiano l’opportunità di conoscere progetti espositivi altrimenti visibili soltanto all’estero. Resta però fondamentale valorizzare il lavoro di ricerca e progettazione svolto internamente, perché il nostro staff scientifico è molto preparato e si merita il giusto riconoscimento del lavoro che svolge.

Commenti

Per inviare il commento devi accedere o registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo l’accesso.