Aldo Cazzullo, un Rinascimento di polistirolo: la storia diventa racconto facilitato


Nel suo ultimo libro, Quando l’Italia rinacque, Aldo Cazzullo racconta il Rinascimento con una prosa elementare e una narrazione ricca di aneddoti. Ma la ricerca della semplicità finisce per appiattire il periodo storico, per ridurlo a una sequenza di episodi, alle biografie delle solite figure illustri, da Leonardo a Lorenzo il Magnifico. L’articolo di Federico Giannini.

Temo che, a quest’ora, non sia più possibile individuare l’agente esterno cui andrebbe attribuita la responsabilità della ricombinazione nucleotidica di Aldo Cazzullo. Il mutageno ch’è stato in grado di trasformare questo composto e abitudinario editorialista del Corriere, che fino a qualche tempo fa strabordava nelle librerie al più con qualche torpida, castissima, innocua incursione su cose piemontesi, in una specie di Alberto Angela da tipografia, di Bruno Vespa per il ceto medio progressista, di Teseo Tesei da solennità nazionale, pronto ogni autunno ad assaltare le ricorrenze della storia patria a bordo delle sue mignatte da duecentosessanta pagine ciascuna. Cade il duecentesimo dell’Unità d’Italia? Cazzullo ha già silurato le librerie dei centri storici e degl’ipermercati col libro sul Risorgimento. Si rammentano i cent’anni dal nostro ingresso nella prima guerra mondiale? Eccolo lì, subito scritturato come headliner di tutti i festival culturali d’Italia per ricreare platee giubilanti di supplenti in ferie col racconto sulla guerra dei nostri nonni. Sono passati sette secoli precisi da quando al padre Durante incolse la sventura di non uscire vivo dalle paludi di Comacchio? Date a Cazzullo il tempo di trovare una cabina telefonica e ne uscirà col costume dell’impeccabile dantista. Difficile, dunque, risalire alle ragioni della mutazione genetica: fatto è che nel corredo degli alleli di Cazzullo s’annidava la variazione del divulgatore sotto mentite spoglie. Sotto mentite spoglie perché poi Cazzullo si schermisce: non faccio il divulgatore, pigola alla fine del suo libro sul Rinascimento, non sono un divulgatore, non c’è un volgo che ascolta e un dotto che spiega, sono uno che racconta. Evidentemente, ai fini dell’autoassoluzione conta poco il fatto che, quando siamo in odor d’uscita del nuovo libro, Cazzullo ti riciccia su ogni mezzo trasmissibile per terra, per mare e per aria a tenere mezz’ore d’interviste su ogni argomento dello scibile italico, un anno col cosplay del biblista, l’anno dopo col saio del terziario francescano, quello dopo ancora posseduto dal demone di Burckhardt, ogni volta come fosse la sovrana autorità del comparto selezionato.

Prima che qualche biologo molecolare o qualche esorcista manifesti l’intenzione d’occuparsi di Cazzullo, si può prendere il suo libro sul Rinascimento, lanciato grosso modo un mese fa, e da allora stabilmente in cima alla lista dei best-seller della stagione: non c’è giornale, non c’è podcast, non c’è trasmissione televisiva che non ospiti una comparsata di Cazzullo convocato per incasellare tutte le più logore banalità scolastiche sul Rinascimento onde convincere geometri e impiegati amministrativi d’Italia stravaccati sul divano a comperare il suo libro. Naturalmente, nelle sue scorrerie mediatiche Cazzullo non fa altro che ribadire fino allo sfinimento quel ch’è scritto nel libro, pertanto si può partire direttamente da qui, da Quando l’Italia rinacque. Il nostro Rinascimento. Non staremo a far la contabilità degli strafalcioni, e in questo senso il libro è una specie di campo minato: per esempio, Ghiberti che “vince il celebre concorso per la porta del Battistero, poi detta del Paradiso” (no: il concorso era per la porta nord, quella del Paradiso gli è stata data con affidamento diretto più di vent’anni dopo), Jacopo de’ Pazzi che il 26 aprile 1478 “riunisce il fratello Francesco e gli altri congiurati nella villa di famiglia” (no: Francesco era il nipote), l’affresco della battaglia di Cascina di Michelangelo che “non ci è pervenuto” (no: non è mai stato realizzato, anzi, è probabile che Michelangelo non avesse terminato manco il lavoro preparatorio). Ci si può limitare a questi, e può esser sufficiente come esercizio di pedanteria (del resto come tale oggi è percepita la richiesta di precisione, o almeno è così percepita da un pubblico che evidentemente, nella mente di Cazzullo, viene assalito da insopportabili cefalalgie se nel testo s’imbatte in una subordinata concessiva o se deve mettere in fila due date).

Ma mettiamo pure che chiedere un poco più di rigore su committenze, parentele, date e personaggi sia ottusa, professorale impuntatura dei soliti tarponi da biblioteca. I legali della difesa diranno che Cazzullo è pur sempre uno che racconta e che il racconto, dacché mondo è mondo, o almeno dacché gli uomini delle caverne si radunavano attorno al fuoco ad ascoltare quello che aveva da dire il capoclan, che di sicuro non poteva ricorrere alla bibliografia di settore, è genere narrativo fondato sulla memoria collettiva, sul patrimonio condiviso, sulla composizione orale, e allora quel che conta non è la data precisa, non è la sequenza precisa, ma è il concetto. E poi, dice il patrocinatore, se uno vuole la data precisa o la ricostruzione articolata potrà sempre approfondire altrove, sul Rinascimento esiste una letteratura scientifica sterminata, e persino Cazzullo, terminato il suo racconto, offre qualche indicazione alla bisogna, così che al suo lettore sia risparmiata anche la fatica di cercare per conto proprio. Ma mettiamo pure che esistano branchi di cazzulliani onnivori e famelici che, insoddisfatti del romanzo popolare del Rinascimento approntato da questo virtuoso della paratassi, faranno inceppare le rotative di mezza Cina a furia di chiedere ristampe della Civiltà del Rinascimento in Italia. Con tutti gli altri come la mettiamo? Come la mettiamo con tutti quelli che l’ultima volta che hanno avuto a che fare col Rinascimento erano al terzo anno di superiori, e quindi sono sprovvisti di qualunque strumento di tutela (e, a questo punto, è presumibile che valga lo stesso per chi legge il Cazzullo dantista, il Cazzullo biblista, il Cazzullo francescano, il Cazzullo antichista, il Cazzullo femminista, il Cazzullo storico della guerra, il Cazzullo storico della prima repubblica, il Cazzullo storico del fascismo, il Cazzullo storico del Risorgimento e non padroneggia la materia)? Come la mettiamo col lettore neghittoso per il quale è fin troppo sforzo orientarsi tra le sequenze soggetto-verbo-accusativo-punto di Cazzullo? Io che non sono un biblista come faccio a fidarmi di Cazzullo che mi parla della Genesi se m’accorgo che sul Rinascimento è così tenacemente approssimativo? Di nuovo: l’errore sulla data o sulla committenza artistica, dice il difensore, scivola via come le scaglie di pelle secca che si staccano dalle sopracciglia. Quello su Ghiberti, per esempio, è un inciso che il lettore dimenticherà già due pagine dopo. Contano i concetti.

Il problema, rilancia il pubblico ministero, è che per trovare dei concetti occorre, intanto, filtrare accuratamente un modesto intruglio gremito di episodi, fatterelli, mormorii che invadono la più parte del libro. Alla fine di Quando l’Italia rinacque il lettore apprenderà, per esempio, che Savonarola faceva bruciare i luxury goods sulla pubblica piazza, che Leonardo da Vinci organizzava le feste per il re di Francia, che Raffaello era educato e carino con tutti e che gli capitò di dipingere anche una cosa per Città di Castello (o, meglio, per la “città di Monica Bellucci”, come il nostro titola il capitolo sui primi anni dell’Urbinate), che Michelangelo era malmostoso e tirchio, che Ariosto detestava viaggiare ma volava con la fantasia. Il grosso del libro è così: un docile ripasso delle reminiscenze biografiche studiate al liceo, impacchettato col minimo sindacale della sintassi e con l’aggettivazione più pigra dell’editoria italiana, pertanto le opere d’arte son sempre “meravigliose” o al massimo “splendide” (o ambedue le cose assieme), i volti delle figure son sempre “bellissimi”, i committenti sono sempre “ricchi” o “ricchissimi”, e via dicendo. Certo, il lettore può anche dimenticare che Cazzullo gli sta somministrando una specie di feuilleton del Rinascimento, un Rinascimento di polistirolo, che del periodo storico mantiene giusto l’aspetto senz’averne il peso, una specie di concentrato di tutte le fiction che son passate negli ultimi anni in tivvù, dai Borgia a Leonardo da Vinci ai Medici, quelle che il lettore di Cazzullo probabilmente ha trascurato perché lui in casa ha la televisione ma non la guarda mai (al limite, se proprio deve accendere su di un canale generalista, giusto Otto e Mezzo, Propaganda Live e i talk show di Gramellini). Può dimenticare questo romanzo d’appendice, perché contano i concetti. E però, dice il pubblico ministero, siamo carenti anche sui concetti, ed è peggio che sbagliar qualche data.

Quando l'Italia rinacque di Aldo Cazzullo
Quando l’Italia rinacque di Aldo Cazzullo

Prendiamo qualche idea desunta dal libro, a cominciare da un passaggio in cui Cazzullo rivendica con malcelato patriottico orgoglio le indiscutibili scaturigini italiane del Rinascimento: “L’Umanesimo e il Rinascimento sono il vero dono che noi italiani abbiamo dato all’umanità. Il nostro grande contributo alla civiltà universale, senza cui nulla, neppure l’attuale rivoluzione tecnologica, sarebbe stato possibile. Il tempo in cui l’Italia rinacque è quello in cui l’Italia si dà una missione: gettare un ponte tra l’era classica e l’era cristiana, tra la Roma dei Cesari e la Roma dei Papi. Certo, l’Italia non era uno Stato unitario, e non lo sarebbe divenuto ancora per molto tempo. Ma quando Raffaello scrive al Papa per implorarlo di salvare le vestigia dell’antica Roma, la definisce ‘madre della gloria e della grandezza italiana’. È un’Italia che ritrova se stessa. Non nasce dal nulla e non muore nel nulla”. È un esempio della retorica ordinaria, prevedibile, conversativa che impregna la più parte delle poche pagine che Cazzullo non riserva al racconto dei singoli episodi. Tralasciando l’idea dell’esistenza d’una sorta di missione nazionale (per di più attribuita a un soggetto collettivo, gli “italiani”, che diviene l’improbabile depositario d’un fenomeno storico complesso, che oltretutto si sviluppò su di un territorio politicamente frammentato dove, se un’idea di “Italia” esisteva, allora albergava soltanto nella mente di pochissimi), e tralasciando l’anacronismo di una “Italia che ritrova se stessa” (come se esistesse una “Italia” e che per di più s’era ritrovata, dunque occorre presupporre che ci sia stato un periodo in cui s’era perduta), tutta roba valida giusto per le mitografie nazionali, ci si potrebbe soffermare sul valore di quella presunta missione: ecco, il Rinascimento non s’è inventato un colloquio tra la cultura classica e il cristianesimo, anche il Medioevo ha sempre coltivato il dialogo con l’antichità. Con qualche estrema banalizzazione, e che però introduce quanto meno un grado di complessità e d’aderenza storica un poco più elevato di quello espresso dalla minestrina di Cazzullo, si potrebbe timidamente osservare ch’erano semmai cambiate la natura, la consapevolezza e l’estensione di quel dialogo, ch’era cambiato l’atteggiamento nei riguardi della classicità. Nel Medioevo, per dire, non s’era smesso di studiare Platone: per Petrarca però era la base d’una filosofia morale, per Marsilio Ficino era visione del mondo. Nel Medioevo c’eran stati tantissimi artisti che hanno continuato a prender per modelli i rilievi dei sarcofagi romani, ma se per Giovanni Pisano l’antico era un repertorio formale da reinterpretare, per Donatello era divenuto strumento di scoperta del naturale. Per arrivarci servirebbe però spiegare al lettore che la storia si comprende meglio seguendo le trasformazioni piuttosto che leggendo le etichette, ma nutro il serio timore che, in questo modo, si dia al lettore l’incomodo di non sentirsi così preparato come credeva.

Sembra che a Cazzullo, insomma, sia stato affidato l’incarico di levigare qualunque discorso si potesse fare sul Rinascimento, di appiattire ogni asperità, di conferire dignità di pubblicazione all’immagine nazionalpopolare del Rinascimento, quella che si colloca grosso modo dalle parti degli italiani che sanno vestirsi bene e arredare con gusto, della Costituzione italiana che è la più bella di tutte, dell’Italia che possiede la più parte del patrimonio culturale del mondo. Se qualcuno tenta di trovare tracce d’altre storie nel libro di Cazzullo, al massimo incontrerà dei grossolani ridimensionamenti: l’apporto dei maestri bizantini, per esempio, è limitato al trasbordo degli “autori greci che nel Medioevo erano conosciuti solo indirettamente, tramite brevi citazioni o traduzioni latine e arabe”. Vero è che grosso modo fino a metà del Trecento si trascurò la cultura greca, ma i maestri bizantini non si limitarono a fare i DHL dell’umanesimo, il loro contributo travalicò quello della mera logistica: diffusero un metodo filologico, favorirono il dialogo con l’Oriente, insegnarono la lingua greca nelle Università e in privato, irrobustirono le conoscenze sui filosofi greci, e senza quest’apporto probabilmente non sarebbe mai nata quella classe d’umanisti che per Cazzullo fu una sorta di regalia italiana al resto del mondo. Altra e forse ancor più perniciosa bêtise del libro di Cazzullo è l’idea che i tre grandi artisti del tempo (Leonardo, Michelangelo, Raffaello: più di metà del libro è una sorta di bignami delle loro biografie) non avessero studiato, e che sopperissero alla loro presunta scarsa literacy con la curiosità. Quasi come a dire che se hai un talento impareggiabile e una curiosità vorace, allora non ti basta altro per essere un genio: ora, senza entrar nel merito della loro cultura, ch’era comunque ben superiore rispetto alla media del tempo (Leonardo, alla fine della sua vita, possedeva una biblioteca con più di duecento volumi, una rarità per un tempo in cui i libri eran prodotti di lusso, Michelangelo era conoscitore di Dante e di Vitruvio, Raffaello era figlio d’un artista letterato, caso raro, e sebbene non si conoscano i termini della sua formazione, occorre immaginare che fosse cresciuto in un ambiente oltremodo fecondo), si potrebbe dire che gli artisti all’epoca entravano subito a bottega e studiavano eccome, ancorché studiassero quel ch’era di loro competenza, e grosso modo fino alla maggiore età o comunque fino all’acquisita autonomia. Non era, beninteso, una formazione universitaria, poiché la bottega era luogo d’una sapienza anzitutto pratica, una sapienza che preferiva la prova della mano e di conseguenza insegnava anzitutto un mestiere: e tuttavia riesce arduo figurarsi l’apprendista d’una bottega rinascimentale come una specie di manovale curioso, un artigiano limitato al lavoro delle mani, un mestierante che non dovesse avere almeno una qualche base di teologia, di mitologia, di letteratura, se non altro per incontrarle di sfuggita in mezzo alle ombre di quel che scolpiva o dipingeva. E ancora, altro esempio dal libro di Cazzullo, l’idea d’un Rinascimento che procede “per ondate”: “Ci sono gli anticipatori, Dante e Giotto. C’è la grande esplosione di inizio Quattrocento: appunto Masaccio, Ghiberti, Brunelleschi, Donatello, il Beato Angelico. Poi, dopo un periodo meno dinamico, ci sarà la grande ondata di fine secolo, in cui si affacciano i giovani e prodigiosi talenti di Leonardo, Raffaello e Michelangelo”. Come se nel mezzo non ci fosse stato alcunché: chiaro è che se nel reparto arti visive i tuoi riferimenti bibliografici dichiarati sono grosso modo i libri che si trovano sugli scaffali degli autogrill, è normale che uno trascuri la rilevanza di un Perugino, di un Antonio del Pollaiolo, di un Verrocchio, di un Botticelli, di un Piero di Cosimo, e si ritrovi a pensare che tra il Beato Angelico e Leonardo non sia accaduto granché, o al più che quel periodo sia stato “meno dinamico”.

Il Rinascimento, scrive Cazzullo verso la chiusura del suo magnum opus, “è un periodo storico molto lungo e molto ricco”, e alla fine di queste quasi trecento pagine in prosa da esame di quinta elementare s’insinua, con naturale sospetto, la questione dell’identità di quel pubblico al quale il libro parrebbe destinato, forse per ragioni che il lettore stesso ignora, o che il libro comunque tenta di compiacere, di lisciare, presupponendo che il lettore già conosca la storia che Cazzullo gli racconta, e che abbisogni al più d’una rinfrescata che non gli faccia prendere il disturbo di pensare. E poiché manca, sostanzialmente, l’interesse di sorprendere il lettore, di provocarlo, di metterlo nelle condizioni di pensare, il libro di Cazzullo si offre come una sorta d’interminabile moina verbale per un pubblico che deve aver scambiato la divulgazione per facilità, e di conseguenza lo si vuole salvare da qualunque sforzo. Un modesto prodotto di consumo con licenza d’approssimazione, concepito per un uditorio che probabilmente se legge d’una città “opulenta” anziché “ricca” vien costretto a rovistare sul vocabolario e gli si vuol risparmiare la fatica, un pubblico da parole crociate facilitate, un pubblico di dodicenni in cerca di conferme e di gratificazioni, un pubblico ch’è da rasserenare con l’idea d’esser diverso dalle plebaglia che guarda gli sceneggiati su RaiUno (anche se poi la materia è la stessa, sempre Leonardo, sempre i Borgia, sempre i Medici, sempre Michelangelo, solo resa in forma scritta e meno divertente), da racconsolare con la percezione d’esser colto abbastanza da avere un’idea del Rinascimento del tutto simile a quella del più gran divulgatore da libreria, da rassicurare con l’immagine d’un Rinascimento di polistirolo potabile per chiunque. Un lettore forse immaginato ancor prima che un lettore reale, ma a forza di considerarlo così selvatico, così scarsamente attrezzato, è probabile che col tempo lo diventi davvero. E magari il lettore neppure s’incazza se viene considerato il destinatario d’un temino della gita a Firenze, anzi: è probabile che finisca per ringraziare. Con Cazzullo, il Rinascimento è diventato un favola della buona notte.



Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Ha scritto i libri Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore, 2025) e Immagini del potere. Arte e propaganda da Augusto a Trump (Giunti editore, 2026). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).




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