di Redazione 18/10/2026
Categorie: Mostre / Argomenti: Novecento - Arte Moderna
A quarant’anni dalla scomparsa di Edgardo Mannucci, una mostra in due sedi tra Fabriano e Arcevia ricostruisce il suo percorso, dagli esordi figurativi alle sperimentazioni informali con i metalli. In mostra anche opere di Burri, Prampolini, Pomodoro e altri artisti.
Ferro, rame, ottone e bronzo diventano nelle mani di Edgardo Mannucci (Fabriano, 1904 – Arcevia, 1986) strumenti per dare forma all’energia. Dopo gli esordi figurativi e il confronto con le ricerche artistiche della prima metà del Novecento, lo scultore marchigiano sviluppò un linguaggio in cui la materia si apre, si frammenta e sembra liberare nello spazio le forze che contiene. La guerra, la bomba atomica e la percezione delle nuove energie distruttive della modernità contribuirono a orientare la sua ricerca verso forme non figurative, dinamiche e sperimentali. È questo passaggio, insieme alla lunga vicenda artistica che lo precedette e lo seguì, il centro della mostra Mannucci. Fuoco e genesi, organizzata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana a quarant’anni dalla scomparsa dell’artista.
Curata da Fabio Marcelli, professore di Storia dell’arte moderna all’Università di Perugia, la mostra si svolge dal 19 settembre 2026 al 10 gennaio 2027 in due sedi marchigiane, entrambe in provincia di Ancona: il Polo museale di Zona Conce a Fabriano e il Centro Culturale San Francesco di Arcevia. Il progetto ripercorre il cammino di Mannucci dalla formazione romana nel primo dopoguerra alla fase postcubista della fine degli anni Quaranta, fino alla sua affermazione nel panorama della scultura informale italiana e internazionale. Accanto alle sue opere, il percorso mette in dialogo dipinti, disegni e sculture di numerosi artisti, ricostruendo le relazioni e le ricerche che hanno accompagnato la trasformazione del suo linguaggio.
Il titolo richiama il ruolo del fuoco nella lavorazione dei metalli e, più in generale, l’idea di una genesi della forma attraverso la trasformazione della materia. La mostra individua in questo rapporto il nucleo della poetica di Mannucci: una ricerca che guarda alle origini della creazione e alle possibilità del materiale di diventare forma nello spazio. Il metallo non è soltanto un mezzo tecnico, ma il campo attraverso cui lo scultore esplora movimento, energia e tensione plastica.
Nato a Fabriano il 10 giugno 1904 e morto ad Arcevia il 21 novembre 1986, Mannucci è stato uno dei protagonisti della scultura italiana del secondo Novecento, con una presenza significativa anche sul piano europeo. La sua predilezione per la lavorazione dei metalli si espresse inoltre nell’arte orafa, ambito nel quale le proprietà dei materiali e le possibilità della loro trasformazione assumono un ruolo centrale.
Da Fabriano a Roma: la formazione e le prime relazioni artistiche
Prima di diventare uno degli interpreti della scultura informale, Mannucci si formò attraverso un percorso legato alla lavorazione e alla decorazione plastica. Frequentò la Scuola professionale per la lavorazione del cemento a Matelica e nel 1927 si trasferì a Roma, dove cominciò a lavorare presso gli scultori Raffaele Zaccagnini, Arturo Dazzi e Quirino Ruggeri. Quest’ultimo, nato anch’egli a Fabriano nel 1883 e morto a Roma nel 1955, ebbe un ruolo importante nella sua formazione. Poi, nel 1930, Mannucci conseguì il diploma in decorazione plastica al Museo artistico industriale. Nello stesso anno entrò nello studio di Ruggeri, che lo indirizzò verso un periodo di formazione con Arturo Dazzi. La sua prima fase artistica si sviluppò dunque all’interno della scultura figurativa, in un confronto con modelli e linguaggi che avrebbero costituito il punto di partenza per le successive trasformazioni.
All’inizio degli anni Trenta frequentò inoltre gli ambienti artistici e culturali vicini al Futurismo, entrando in contatto soprattutto con Giacomo Balla ed Enrico Prampolini. Con quest’ultimo instaurò un rapporto di amicizia e collaborazione. Nel 1931 tenne la sua prima mostra personale, mentre l’anno seguente conobbe il pittore Corrado Cagli, un’altra figura determinante per il suo percorso.
Fu proprio con Cagli che Mannucci fondò, al Caffè Castellino, il gruppo degli Orientalisti, ispirato dallo scrittore Massimo Bontempelli. Al gruppo partecipò anche Emilio Villa, intellettuale che avrebbe avuto un ruolo significativo nell’avvicinamento dello scultore al linguaggio informale. Queste relazioni testimoniano l’ampiezza degli ambienti culturali frequentati da Mannucci nella Roma tra le due guerre, dove la ricerca artistica si intrecciava con il confronto tra pittura, scultura, letteratura e sperimentazione. Nel 1935 e nel 1939 fu selezionato per la seconda e la terza Quadriennale di Roma, e così riuscì a consolidare la propria attività espositiva. In quegli anni entrò in relazione anche con Afro e Mirko Basaldella, Pericle Fazzini, Libero de Libero ed Ezio Sclavi. Nel 1938 venne assunto al Liceo artistico di via Ripetta, allora annesso all’Accademia di belle arti, dove insegnò fino al pensionamento. La sua attività fu in seguito interrotta dagli eventi della guerra: dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 venne infatti catturato a Creta e tornò in Italia nel 1944. La ripresa del lavoro artistico coincise con una fase di profonda trasformazione, destinata a modificare radicalmente la sua concezione della scultura.
La materia dopo la guerra: il passaggio all’Informale
Al rientro in Italia, Mannucci si allontanò progressivamente dalla figurazione che aveva caratterizzato gli esordi, vicina alle ricerche di Ruggeri e Arturo Martini: tra il 1946 e il 1947 raggiunse una nuova maturità artistica, sviluppando opere non figurative nelle quali il dinamismo e la sperimentazione sui materiali assumevano un ruolo centrale. La trasformazione del suo linguaggio si colloca nel clima del dopoguerra, segnato dalla distruzione, dalla violenza del conflitto e dalla consapevolezza delle nuove capacità distruttive della tecnologia. La bomba atomica rappresentò per l’artista un elemento di forte impressione: le energie liberate dalle esplosioni e i loro effetti catastrofici contribuirono a orientare la ricerca verso una forma capace di esprimere la realtà contemporanea senza ricorrere alla rappresentazione figurativa tradizionale.
Mannucci abbandonò progressivamente i materiali consueti e si concentrò su ferro, rame, ottone e bronzo, affiancandoli anche ad altri elementi, tra cui il vetro. Le opere cominciarono a organizzarsi attraverso strutture aperte e composizioni dinamiche, nelle quali la materia sembra acquistare una tensione interna. L’obiettivo non era riprodurre un soggetto riconoscibile, ma rendere visibile il movimento, come se l’energia fosse imprigionata nei materiali e potesse essere liberata attraverso il lavoro plastico.
In questa fase si sviluppò anche il rapporto con Alberto Burri, appena rientrato in Italia dopo la prigionia negli Stati Uniti: dal 1946 i due artisti avviarono un sodalizio amicale e culturale che segnò profondamente i rispettivi percorsi. La loro ricerca si muoveva in un contesto nel quale i materiali, la loro consistenza fisica e le possibilità di trasformazione diventavano elementi essenziali del linguaggio artistico. Negli anni successivi Mannucci si avvicinò al gruppo Origine, fondato da Burri e Giuseppe Capogrossi, e nel 1951 partecipò alla sesta Quadriennale di Roma, una tappa significativa della sua carriera, e alla mostra Arte astratta e concreta in Italia, organizzata alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma. Nello stesso periodo realizzò le prime sculture sospese nello spazio, composte anche da detriti e materiali bruciati: queste opere testimoniano l’interesse per una scultura che non si limita alla massa compatta e alla stabilità del volume, ma si costruisce attraverso elementi che si estendono, si articolano e instaurano rapporti con lo spazio circostante. La materia conserva le proprie caratteristiche fisiche, ma viene organizzata in modo da suggerire un movimento che supera la staticità dell’oggetto tradizionale.
La sperimentazione di Mannucci si sviluppò anche al di fuori della scultura destinata alle esposizioni. Negli anni Cinquanta lavorò per il cinema, realizzando sculture e scenografie per film come Quo vadis? e Gli ultimi giorni di Pompei. Parallelamente, la sua attività espositiva si estese oltre i confini italiani, con riconoscimenti e occasioni di confronto a New York, Dallas e Pittsburgh.
Dalla sperimentazione alla forma circolare
Negli anni Sessanta la carriera di Mannucci raggiunse il pieno successo. Nel 1962 la Biennale di Venezia gli dedicò un’intera sala, riconoscimento che consolidò la sua posizione nel panorama artistico italiano e internazionale. La sua ricerca continuò a svilupparsi attraverso la lavorazione dei metalli e l’esplorazione delle possibilità espressive della forma nello spazio.
Negli ultimi anni della sua vita, tuttavia, il percorso dello scultore conobbe un nuovo orientamento: alla tensione dinamica e alle strutture aperte delle fasi precedenti si affiancò il recupero di un modello di classicità ed equilibrio. Mannucci si rivolse alla forma chiusa della circolarità, intesa come modello di perfezione e misura.
Questa evoluzione mostra come la sua ricerca non possa essere ridotta alla sola stagione informale. Il rapporto con la materia e con l’energia rimase centrale, ma venne affrontato attraverso soluzioni differenti, capaci di passare dalla frammentazione e dal movimento a forme raccolte e regolari: la mostra di Fabriano e Arcevia intende documentare l’intero percorso, mettendo in relazione le diverse fasi della produzione e le trasformazioni che ne hanno segnato lo sviluppo.
Un ulteriore capitolo della sua attività fu il coinvolgimento in Progetto Arcevia. Comunità Esistenziale, iniziativa alla quale partecipò insieme ad artisti affermati ed emergenti tra il 1972 e il 1977. Il progetto fu curato da Italo Bartoletti, Enrico Crispolti, Ico Parisi e Pierre Restany e contribuì a collegare la ricerca artistica con una più ampia riflessione sulla comunità e sulle possibilità di intervento culturale nel territorio.
Mannucci continuò a lavorare nel proprio studio di Arcevia, ricavato nella ex chiesa di San Francesco di Paola, dove aveva stabilito la propria attività dopo la stagione romana. Continuò a esporre fino agli ultimi anni della sua vita e morì ad Arcevia il 21 novembre 1986. Nella sua abitazione ha oggi sede l’Archivio Edgardo Mannucci, che si occupa della conservazione e della promozione della sua opera.
Un dialogo con gli artisti del Novecento
Il percorso di Mannucci. Fuoco e genesi non si limita a seguire cronologicamente la produzione dello scultore. Le sue opere sono messe in relazione con dipinti, disegni e sculture di numerosi artisti, in un confronto che riprende gli studi e le suggestioni di Enrico Crispolti, storico e critico d’arte scomparso nel 2018.
La mostra intende rendere omaggio proprio a Crispolti, che nel corso della sua attività di ricerca contribuì in modo determinante allo studio di diversi artisti marchigiani, tra cui, oltre a Mannucci, Luigi Bartolini, Quirino Ruggeri, Roberto Stelluti e Giuseppe Uncini. Il progetto riprende inoltre il filo di un precedente approfondimento dedicato allo scultore: nel 2005 la Fondazione, grazie al contributo di Crispolti, aveva promosso la mostra Mannucci e il Novecento. L’immaginario atomico e cosmico, che celebrava per la prima volta dalla morte dell’artista la sua vita e le sue opere nella città natale.
A vent’anni di distanza da quell’iniziativa, il nuovo progetto amplia il confronto tra Mannucci e il contesto artistico del Novecento. Tra gli artisti presenti figurano Aurelio Amendola, Mirko Basaldella, Alberto Burri, Corrado Cagli, Alik Cavaliere, Aurelio Ceccarelli, Mario Ceroli, Pietro Consagra, Ennio D’Incecco, Agenore Fabbri, Piero Dorazio, Ignazio Gadaleta, Mario Giacomelli, Renato Guttuso, Leoncillo Leonardi, Gino Marotta, Luciano Minguzzi, Nuvolo, Arnaldo Pomodoro, Enrico Prampolini, Daniel Spoerri, Roberto Stelluti, Valeriano Trubbiani, Giulio Turcato, Giuseppe Uncini, Emilio Vedova e Antonella Zazzera.
La varietà degli artisti coinvolti permette di collocare la ricerca di Mannucci in una rete di esperienze che attraversa pittura, scultura e sperimentazione sui materiali. Il dialogo espositivo non riguarda soltanto le affinità formali, ma riprende anche le relazioni culturali che accompagnarono la sua formazione e la sua maturazione artistica, restituendo la complessità di un percorso sviluppatosi attraverso incontri, collaborazioni e confronti con le ricerche del proprio tempo.
Fabriano e Arcevia, i luoghi della memoria
La scelta di articolare la mostra in due sedi è legata al rapporto di Mannucci con il territorio marchigiano: Fabriano, città in cui nacque, e Arcevia, dove trascorse l’ultima parte della sua vita e dove morì, rappresentano i due poli di una vicenda artistica che ebbe nella regione le proprie radici e un luogo di continuità. Peraltro, la Fondazione Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana ha dedicato negli ultimi trent’anni una particolare attenzione alla conservazione della memoria dello scultore, sviluppando una politica di acquisizione delle sue opere. La raccolta è allestita a Zona Conce, dove si trova anche l’esposizione permanente dedicata a Mannucci. La nuova mostra si inserisce in questo lavoro di tutela e valorizzazione, ampliando la prospettiva attraverso il confronto con altri protagonisti dell’arte del Novecento.
Ad Arcevia, in accordo con il Comune, la Fondazione ha contribuito alla realizzazione di un nuovo allestimento della Galleria d’Arte Moderna Ruggeri - Mannucci - Bruno d’Arcevia, ospitata nel Centro Culturale San Francesco, dotandola anche di un catalogo delle opere. Il progetto si collega così a un intervento che riguarda non soltanto la mostra temporanea, ma anche la valorizzazione della raccolta e la possibilità di consultare e studiare le opere conservate nel territorio.
Sono previste inoltre iniziative condivise con l’Archivio Edgardo Mannucci di Arcevia, il Liceo Artistico Edgardo Mannucci di Ancona e il Comune di Ancona, che sarà Capitale italiana della cultura 2028. L’intento è estendere il progetto espositivo a un’attività di studio e promozione culturale che coinvolga istituzioni, scuole e realtà impegnate nella conservazione dell’eredità dell’artista.
Accessibilità e attività didattiche
Un’attenzione specifica è riservata all’accessibilità. Il Museo Tattile Statale Omero di Ancona, che presta due opere per la mostra e collabora come partner tecnico, ha lavorato con la Fondazione alla realizzazione di un percorso audio-tattile dedicato all’esplorazione sensoriale di una selezione di opere della collezione permanente di Mannucci. Il percorso prevede contenuti adattati e didascalie in braille, con l’obiettivo di rendere le opere fruibili anche attraverso modalità diverse dalla sola osservazione visiva.
La dimensione educativa è parte integrante del progetto. Sono previsti laboratori rivolti alle scuole primarie e secondarie, con particolare attenzione ai licei artistici, oltre a corsi di aggiornamento per i docenti di Storia dell’arte delle scuole secondarie di secondo grado italiane. L’intenzione è utilizzare la mostra come punto di partenza per approfondire la scultura del Novecento, le trasformazioni del linguaggio artistico e le possibilità espressive dei materiali.
La Fondazione sosterrà inoltre interventi di valorizzazione del Premio Internazionale di Scultura Edgardo Mannucci, promosso dal Rotary Club Altavallesina-Grottefrasassi insieme al Comune di Arcevia. Il premio costituisce un ulteriore collegamento tra la memoria dello scultore e la promozione della ricerca plastica contemporanea.
Informazioni sulla mostra
| Titolo mostra | Mannucci. Fuoco e genesi | Città | Fabriano | Sede | Fondazione Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana | Date | Dal 19/09/2026 al 10/01/2027 | Artisti | Edgardo Mannucci | Curatori | Fabio Marcelli | Temi | Novecento, Arte Moderna |
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