di Redazione 04/11/2026
Categorie: Mostre / Argomenti: Novecento - Arte Moderna
Un anello d’ottone torto fino a diventare un nastro senza fine, un cubo dimezzato nel granito, una semisfera che riflette lo spazio. A Milano una quarantina di opere ripercorrono quasi cinquant’anni di ricerca di Max Bill, con la scultura al centro.
Si prende un anello, lo si taglia, si torce una delle due estremità e lo si richiude. Il risultato è un nastro che non ha più un dentro e un fuori, una superficie continua che si può percorrere senza mai incontrare un bordo. Max Bill (Winterthur, 1908 – Berlino, 1994) ha lavorato a lungo su questa idea, e una delle sue versioni, Unendliche Schleife aus einem Kreisring II, realizzata tra il 1947 e il 1948 in ottone dorato, è uno dei pezzi forti della mostra che la galleria Lorenzelli Arte di Milano dedica all’artista svizzero dal 6 novembre 2026 al 13 febbraio 2027.
L’opera riassume bene il modo di lavorare di Bill: un’operazione geometrica semplice, quasi un esperimento, che genera una forma nuova. Nel 1976 l’artista lo spiegava così: “quando qualcuno crea qualcosa, si assume la responsabilità di ciò che ha fatto… l’arte è un problema di innovazione e di invenzione”. Da quella frase prende il titolo la mostra, Max Bill. L’arte è un problema d’innovazione, nata da un’idea di Matteo Lorenzelli e accompagnata da un testo critico di Roberto Borghi.
Le opere esposte sono circa quaranta, tra dipinti, sculture e grafica, e coprono un arco che va dai primi anni Quaranta alla fine degli anni Ottanta. Diverse provengono dalla collezione personale di Matteo Lorenzelli. La galleria parla di una “mostra dall’impianto museale” e sceglie di mettere in primo piano la scultura, che considera un ambito spesso sottovalutato ma essenziale per capire la portata del lavoro di Bill: è nella dimensione tridimensionale, secondo i curatori, che la sua ricerca teorica trova una delle espressioni più compiute, tra rapporti geometrici, equilibri e trasformazioni.
Il nastro senza fine non è l’unico esempio. In Einheit aus drei gleichen Volumen, del 1961-63, tre volumi identici si compenetrano fino a formare un’unità. Dublement, del 1969, in ottone cromato, e Kern aus Doppelung, in legno dipinto, sono costruite invece sul raddoppiamento di elementi che si incrociano nello spazio. Con Halber Kubus, del 1966, Bill sceglie il granito nero svedese: la compattezza della pietra rende tangibile la scomposizione del cubo, la sua riduzione a metà. All’estremo opposto c’è Die feste Hälfte einer Kugel, del 1972, una semisfera specchiante in alluminio nichelato in cui il rapporto tra forma, luce e spazio viene amplificato dalla superficie riflettente.
Accanto alle sculture, un gruppo di oli su tela dal 1943 al 1985 segue le tappe della pittura di Bill. Qui il protagonista è il colore, trattato non come elemento espressivo ma come materiale strutturale, da misurare e ordinare secondo rapporti precisi. Si parte da un’opera che sembra un’equazione, Blu+giallo=rosso, datata 1943-71, e da Konstruktion mit 2 ähnlichen Farbgruppen um das Zentrum, del 1956. Poi le tele romboidali: Rote Strahlung (1955-65), con un quadrato rosso inscritto in un campo nero, Verdichtung aus Violett (1964-72), Transcolorazione dall’azzurro (1972) e Farben um Schwarz und Weiss (1977). Un altro nucleo è dedicato alle variazioni sistematiche, con Konzentration zu Komplementärfarben (1972), Durchdringung von vier Farben IV-III (1966-72) e 3x3x3 (1973), mentre Zwillingsgruppe, del 1970, rappresenta le composizioni simmetriche.
Nonostante la varietà dei mezzi, la mostra intende far emergere una ricerca coerente, fondata sul pensiero matematico e sulla convinzione, cara all’artista, che la bellezza in qualità di funzione sia parte integrante dell’opera.
C’è poi un dettaglio che chi visita la mostra o sfoglia il catalogo noterà subito: nei testi non compare nemmeno una lettera maiuscola. È una scelta voluta dallo stesso Bill, che la galleria rispetta in tutte le pubblicazioni dedicate all’artista, compreso il comunicato stampa di questa mostra. Il catalogo monografico, bilingue in italiano e inglese, raccoglie oltre 80 tavole a colori, il testo inedito di Roberto Borghi e un’ampia selezione di materiali d’archivio, testi, interviste e fotografie.
Il legame tra Bill e la famiglia Lorenzelli ha una storia lunga: il rapporto con la galleria è nato alla fine degli anni Sessanta a Bergamo e si è consolidato negli anni Settanta, quando tra l’artista e la galleria si strinsero rapporti professionali e di amicizia. Bill arrivò ad affidare a Bruno Lorenzelli jr. la custodia esclusiva dell’Archivio Max Bill Italia e nel 1978 festeggiò i suoi settant’anni con una personale nella sede milanese. Nel 2008 Lorenzelli Arte, diretta da Matteo Lorenzelli, che rappresenta la terza generazione della galleria, gli ha dedicato la prima retrospettiva. La mostra attuale, anche grazie a numerose acquisizioni recenti, amplia e completa la retrospettiva Max Bill (1908–1994): la grammatica della bellezza, tenutasi al m.a.x. museo di Chiasso (qui la nostra recensione), per la quale la galleria è stata tra i principali prestatori. Lorenzelli Arte collabora infatti con musei e istituzioni pubbliche in diversi paesi.
Per chi non conosce la figura di Bill, il percorso biografico aiuta a capire perché la teoria abbia avuto tanto peso nel suo lavoro. Nato a Winterthur, in Svizzera, il 22 dicembre 1908, studiò tra il 1924 e il 1927 alla scuola artigiana di Zurigo e, tra il 1925 e il 1929, compì diversi viaggi di studio tra Francia e Italia. Dal 1927 al 1929 frequentò il Bauhaus di Dessau, e tra il 1932 e il 1936 partecipò alle attività del gruppo parigino Abstraction-Création. Le sue prime sculture risalgono al 1933. Nel 1936 vinse il Grand Prix esponendo nel padiglione svizzero della Triennale di Milano; l’anno seguente aderì all’Allianz, l’unione degli artisti svizzeri moderni, e nel 1941 fondò la casa editrice omonima. Nel 1944 organizzò alla Kunsthalle di Basilea la prima mostra internazionale di arte concreta.
Furono anni di attività intensissima: oltre a dedicarsi alla pratica artistica, Bill insegnava, teneva conferenze, scriveva e pubblicava trattati, organizzava mostre e viaggiava spesso all’estero, interessi che avrebbe mantenuto per tutta la vita. Nel 1951 ottenne di nuovo il Grand Prix alla Triennale di Milano e il gran premio per la scultura alla prima Bienal de São Paulo; nello stesso anno divenne rettore della Scuola superiore di Ulm e direttore delle sezioni di architettura e di formazione. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta avviò collaborazioni e progetti con architetti di fama internazionale, e alla fine dei Sessanta gli furono dedicate retrospettive nei musei di Berna, Hannover, Düsseldorf, L’Aia, Zurigo, Parigi e Grenoble. Negli anni Settanta e Ottanta continuò l’attività teorica, invitato a tenere conferenze in scuole e università, mentre numerose sue sculture venivano collocate in spazi pubblici in Europa e altrove ed entravano nelle collezioni di grandi musei. Morì a Berlino nel 1994.
La mostra Max Bill. L’arte è un problema d’innovazione si inaugura giovedì 5 novembre 2026 alle 18.30 ed è aperta dal 6 novembre 2026 al 13 febbraio 2027 da Lorenzelli Arte, in corso Buenos Aires 2 a Milano, dal martedì al sabato dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19. L’ingresso è libero.
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