di Redazione 06/11/2026
Categorie: Musei / Argomenti: Musei - Regno Unito - Botanica - Giardini
Dopo cinque anni di restauri, le due Palm Houses, le serre vittoriane del Royal Botanic Garden di Edimburgo, del 1834 e del 1858, tornano visitabili come un unico spazio. Sono stati sostituiti 5.750 vetri e restaurati ferro e arenaria; tra le piante rientrate ci sono specie a rischio di estinzione in natura.
A metà dell’Ottocento le palme del Royal Botanic Garden di Edimburgo, in Scozia, erano cresciute così tanto che le loro fronde sfondavano il tetto della serra. Una fotografia del 1855 mostra proprio questo: la Palm House ottagonale, costruita appena vent’anni prima, ormai troppo piccola per le piante che custodiva. Fu il Parlamento a finanziare la soluzione, una seconda serra più grande, completata nel 1858. Oggi, a quasi due secoli dalla prima, entrambe le strutture, le Palm Houses di Edimburgo, dal mese di ottobre hanno riaperto al pubblico dopo cinque anni di restauri, riunite in un unico spazio visitabile e di nuovo popolate da circa 600 piante.
Le due serre sono tutelate come edifici storici di massimo grado (A-listed) e appartengono a epoche diverse. La più antica, un ottagono irregolare, fu costruita nel 1834, pochi anni dopo il trasferimento del Giardino nella zona di Inverleith, negli anni Venti dell’Ottocento, quando serviva più spazio per una collezione di piante esotiche in continua crescita. La seconda, progettata da Robert Matheson, è costruita in arenaria di Bishopbriggs, con una facciata in stile toscano e una cupola curva in ferro e vetro. Insieme, già allora, le due serre contavano oltre 5.000 lastre di vetro. Sono tra i migliori esempi sopravvissuti al mondo di architettura delle serre dell’Ottocento.
Il rapporto tra i due edifici è cambiato più volte nel corso della loro storia. Una parete divisoria fu costruita tra le serre nel 1859, abbattuta nel 1874 per creare un’unica zona tropicale e poi rialzata prima della fine del secolo. Il restauro l’ha rimossa ancora una volta e così, per la prima volta da decenni, i visitatori possono attraversare le due serre come un solo ambiente, con nuove visuali sugli interni, e dal percorso di visita si vede per la prima volta anche la Palm House più piccola.
L’intervento era diventato necessario, perché quasi due secoli di azione dell’umido clima scozzese avevano lasciato il segno: il ferro era corroso, il vetro invecchiato, l’arenaria in degrado, e la situazione minacciava sia gli edifici sia le specie più delicate custodite al loro interno. Già nel 2017 era chiaro che le serre avevano bisogno di qualcosa di più di semplici riparazioni. I lavori veri e propri sono cominciati nel 2022, e tutte le 5.750 lastre di vetro sono state sostituite con vetro temperato, realizzato su modelli su misura e pensato per resistere meglio alle condizioni meteorologiche estreme. Squadre specializzate hanno riparato o restaurato 600 metri quadrati delle strutture originali in ferro, di epoca georgiana e vittoriana, e sono intervenute su 500 metri quadrati di arenaria, sono stati integrati in modo discreto nuovi impianti di controllo ambientale, che garantiranno alle piante condizioni più stabili per il prossimo secolo, e un nuovo apparato informativo adesso accompagna i visitatori nella storia degli edifici, delle piante e delle persone che se ne prendono cura.
La parte più delicata del progetto ha riguardato proprio le piante. Prima dell’inizio dei lavori, ogni esemplare è stato valutato e catalogato, e gli orticoltori del Royal Botanic Garden hanno trasferito 800 piante, dalle palme più alte alle felci più fragili, in altre serre del Giardino, dove sono state monitorate per tutta la durata del cantiere. Molte sono considerate insostituibili e vengono curate dal Giardino da generazioni. Circa 600 sono ora tornate nelle Palm Houses, comprese alcune specie a rischio di estinzione in natura: tra queste c’è una Trachycarpus princeps alta otto metri, ritenuta la più alta della sua specie coltivata fuori dalla Cina, e una giovane palma del genere Sabal, discendente da un esemplare che si stima avesse circa 200 anni quando fu abbattuto nel 2021. I visitatori possono vedere anche la felce arborea dell’isola di Norfolk (Sphaeropteris excelsa), il cui habitat naturale si è drasticamente ridotto e che in natura può raggiungere i 20 metri di altezza. Tra le fronde della felce arborea messicana (Cibotium regale) sono state introdotte circa mille coccinelle, che proteggono le piante da altri insetti. Il cantiere è stato anche l’occasione per ripensare l’allestimento della collezione botanica, che ora mette insieme palme, felci e specie come le begonie, centrali per la ricerca scientifica del Giardino.
Il progetto ha coinvolto anche la comunità locale: cinque gruppi di cittadini hanno partecipato a 21 laboratori creativi con specialisti, artisti e musicisti, producendo stendardi tessili, vasi in ceramica, musica e perfino una miscela di tè dedicata alle Palm Houses. I lavori sono stati presentati in una festa organizzata prima della riapertura al pubblico.
Il restauro è la prima grande tappa di Edinburgh Biomes, il programma a lungo termine con cui il Royal Botanic Garden Edinburgh sta restaurando e ammodernando le proprie serre. Il programma costa complessivamente 58,1 milioni di sterline, circa 69,5 milioni di euro, ed è sostenuto dal governo scozzese e da donatori privati; il National Lottery Heritage Fund ha contribuito con 4,8 milioni di sterline, circa 5,7 milioni di euro. L’obiettivo è proteggere una collezione di 13.500 specie vegetali, comprese alcune minacciate o estinte in natura, di cui circa 6.000 si trovano nelle serre. I prossimi interventi riguarderanno le Front Range Glasshouses, costruite negli anni Sessanta e ancora chiuse al pubblico, e le serre di ricerca. Il programma prevede anche una centrale energetica più efficiente e un centro per la salute delle piante dotato di sistemi di biosicurezza.
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