Da qualche decennio a questa parte, raccontare le proprie esperienze di viaggio nelle più diverse modalità (dalla forma scritta su blog alla forma dei reel e delle dirette Instagram) va molto di moda, e parlare di travel experience fa cool, ma non è una novità del nuovo millennio: ovviamente sono cambiati i tempi e i modi, ma il racconto di viaggio è nato quando ha cominciato a diffondersi in Europa il viaggio come esperienza di formazione e di piacere nonché come strumento di crescita personale. Quanti scrittori, poeti, filosofi e intellettuali intrapresero tra Sette e Ottocento il cosiddetto Grand Tour, con tappa obbligata in Italia? Il Viaggio in Italia di Goethe è uno dei più celebri frutti di questo fiorente periodo, che investì l’arte, la letteratura, la musica. Ma pochi sanno che tra le pioniere del travel writing moderno ci fu una donna, un’autentica esploratrice, nata alla fine dell’Ottocento: Freya Stark. Il Times di Londra la definì “l’ultima dei viaggiatori romantici”. La sua passione rimase per sempre l’Oriente.
Complice di questa passione che l’accompagnò per tutta la vita fu un libro, un classico della letteratura orientale, che le venne regalato in occasione del suo nono compleanno: Le mille e una notte. Tra le sue piccole mani, le pagine di quel libro presero vita nella sua mente di bambina e le storie raccontate dalla principessa Shahrazād, i viaggi di Sindbād il marinaio, Aladino e la lampada magica, Alī Bābā e i quaranta ladroni e tante tante altre vicende narrate accesero la sua fantasia e alimentarono in lei il fascino per l’Oriente lontano e misterioso, un mondo ancora piuttosto sconosciuto agli europei. Ma soprattutto, il viaggio che a quell’età era in grado di compiere, attraverso il potere della lettura, solo con l’immaginazione, tra i personaggi e le ambientazioni esotiche, influì così profondamente sul suo io che l’Oriente non sarebbe rimasto a lungo soltanto un luogo immaginato attraverso i libri. E il viaggio sarebbe finito per diventare una componente fondamentale della sua esistenza. Anche a causa dei cambiamenti che avvennero nella sua famiglia.
Cominciò a spostarsi stabilmente, infatti, quando i suoi genitori, entrambi pittori e di origine britannica, anche se lei venne al mondo a Parigi nel 1893, si separarono e la madre, insieme alle due figlie Freya e Vera, si trasferì in Italia, ad Asolo, su invito del paesaggista Herbert Young Hammerton. Qui Flora, la mamma, rilevò l’Antica Tessoria Asolana, dove le ragazze tessevano preziosi tessuti ancora su telai di legno, un fatto da non sottovalutare perché poi il laboratorio venne ereditato da Freya. A tredici anni tuttavia fu segnata da un episodio drammatico: durante la visita a una fabbrica tessile, i suoi capelli rimasero impigliati negli ingranaggi di un macchinario in movimento e l’incidente le provocò gravissime ferite al capo e al volto, che le lasciarono per tutta la vita cicatrici, che lei costantemente cercò di nascondere con cappellini e i copricapi più disparati. Questo non fu tuttavia mai ostacolo per il suo obiettivo di poter conoscere finalmente un giorno l’Oriente dal vivo, facendone esperienza diretta.
Iniziò a studiare la lingua, l’arabo e il persiano, alla School of Oriental and African Studies, dopo aver frequentato a Londra il Bedford College. Lo scoppio della prima guerra mondiale interruppe però la sua formazione: la scuola dovette chiudere e, tornata in Italia, Freya prestò servizio come volontaria alla Croce Rossa britannica. Il momento tanto atteso arrivò nel 1927: Beirut fu la sua prima città in quel mondo immaginato per anni solo attraverso i libri. Qui ebbe la possibilità di dedicare molto tempo allo studio dell’arabo e alla conoscenza delle usanze locali. L’aveva sognata così tanto quella terra che non voleva limitarsi a osservarla; voleva entrarvi in contatto e comprenderla personalmente. E conoscere davvero un territorio significava per lei instaurare un rapporto con le persone locali, per farsi raccontare le loro tradizioni, la loro storia, il loro modo di vivere, e questo approccio la portò a uscire spesso anche dalle rotte abituali, ispirandosi a un altro dei suoi modelli: il tenente colonnello britannico Thomas Edward Lawrence, meglio noto come Lawrence d’Arabia, che aveva attraversato il deserto su un cammello. Il suo desiderio di esplorare e di conoscere la condussero persino a percorrere luoghi che non esistevano ancora sulle carte geografiche e che rappresentò lei stessa in mappe cartografiche. Attraversò la Siria, poi l’Iraq; Baghdad, la capitale, esercitò su di lei un fascino particolare. La città le evocava il mondo raccontato nelle Mille e una notte. Con mappe, un kit di sopravvivenza e Il Milione di Marco Polo, si mise in cammino verso una delle sue destinazioni più ambiziose: Alamut, la celebre fortezza legata alla storia dell’Ordine degli Assassini. Era ridotta in rovine, ma proprio qui emerse una delle caratteristiche che avrebbero reso celebre Freya Stark: la capacità di osservare con estrema attenzione ciò che era oggetto del suo viaggio. Annotava, fotografava, correggeva le mappe: il suo viaggio non aveva solo il valore di esperienza personale, ma contribuiva a documentare territori che, all’epoca, erano ancora scarsamente conosciuti dagli occidentali. Si spinse successivamente nelle aree più impervie dell’Iran occidentale, e poi verso la penisola arabica, attraversò il Mar Rosso, per raggiungere l’attuale Yemen. Nel 1934 scrisse il suo primo libro, Le Valli degli Assassini, frutto di ciò che aveva potuto osservare, conoscere, approfondire, farne esperienza diretta. La scrittura divenne inseparabile dall’esplorazione: Freya viaggiava, esplorava, parlava con le popolazioni locali, veniva a conoscenza dei luoghi e delle tradizioni e trasformava tutto ciò in racconto, in testimonianza. “Se mi si chiedesse di elencare i piaceri del viaggio, direi che questo è uno dei più importanti: che così spesso ed inaspettatamente si incontra il meglio della natura umana, e vederlo così, di sorpresa e spesso in situazioni talmente improbabili, si arriva, con un piacevole senso di gratitudine, a realizzare quanto ampiamente siano sparse nel mondo la bontà e la cortesia e l’amore per le cose immateriali, che fioriscono in ogni clima, su qualsiasi terreno”, scrisse nella sua prima pubblicazione.
Non si stancò mai di viaggiare, non si stancò mai di scrivere. Scrisse oltre trenta libri dopo il suo primo successo letterario. Ma le veniva naturale: mettere su carta le proprie esperienze significava per lei prolungare il viaggio oltre il momento della partenza e del ritorno. Attraverso la scrittura raccontava territori e comunità con uno sguardo attento e curioso, cercando di andare oltre ciò che appariva in superficie. “Il vero girovago, per cui viaggiare è felicità, parte non per rifuggire ma per ricercare. Come il pittore davanti al cavalletto, egli si sposta di continuo per avere la prospettiva giusta, e anche se ha di fronte un bel po’ di paesaggio da rendere lontano l’orizzonte sente di essere ancora troppo vicino al suo quadro e deve allontanarsi di tanto in tanto per guardarlo con occhio distaccato. Questa necessità lo tiene sempre all’erta. Egli tocca e ritocca i colori del suo mondo per come li vede, e si allontana da essi per ottenere proporzioni più accurate per poi tornare con la vista più acuta e riposata”, scrisse nel 1950 in un articolo apparso sulla rivista britannica The Spectator [nda: traduzione di Silvia Pio]. Nei suoi libri l’accuratezza delle osservazioni s’intreccia con sensibilità, ironia e talento narrativo, dando spazio soprattutto alle persone conosciute lungo il cammino e restituendone la complessità senza lasciarsi condizionare dai luoghi comuni.
Il tempo sembrava avere su di lei un effetto particolare: invece di allontanarla dall’esplorazione, sembrava renderla ancora più determinata. All’età di settantacinque anni intraprese infatti una delle sue ultime grandi spedizioni, in Afghanistan. A ottantaquattr’anni ebbe ancora il coraggio di affrontare l’Eufrate su una zattera e a ottantott’anni si spinse ancora più lontano, lungo gli impervi sentieri dell’Himalaya, a dorso di un mulo. Le sue imprese le valsero numerosi riconoscimenti da parte della Royal Geographical Society e della Royal Asiatic Society, che ne celebrarono tanto l’eccezionale attività di esploratrice quanto il prezioso contributo alla conoscenza geografica e culturale del Medio Oriente. Nel 1972, ricevette inoltre dalla regina Elisabetta II il titolo di Dame of the British Empire.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita ad Asolo, la città a cui era stata per sempre legata e a cui faceva sempre ritorno dopo ogni lungo viaggio, con nuove stoffe provenienti dall’Oriente che andavano ad arricchire l’antica Tessoria ereditata dalla madre (dalla quale, al momento di un nuovo viaggio, partivano preziosi tessuti per omaggiare sceicchi e altre personalità che Freya aveva occasione di incontrare). Visse nella villa che ora porta il suo nome, dopo un periodo negli Stati Uniti, fino al 1966, abbandonò la città per alcuni anni e poi rientrò ad Asolo stabilendosi qui fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1993, a pochi giorni dal suo centesimo compleanno. La villa venne acquistata dalla Provincia di Treviso e oggi è un’antica dimora che ospita eventi ed esposizioni.
A celebrare la figura di Freya Stark è invece, dal 2018, il Museo Civico di Asolo, che le ha dedicato La stanza di Freya: qui, in un ambiente allestito per omaggiarla, sono raccolti i suoi taccuini di viaggio, qualche suo abito, oggetti personali, la sua macchina da scrivere, le sue fotografie. Una stanza a lei dedicata per ricordare una esploratrice e una scrittrice che ha fatto del viaggio una ragione di vita. L’Oriente che da bambina aveva conosciuto attraverso le pagine dei libri è diventato nel corso della sua esistenza un territorio reale da attraversare, da conoscere e da raccontare, gettando le basi per quella scrittura di viaggio che dovrebbe insegnare a guardare l’ignoto con occhi diversi.
L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta
Giornalista, è co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. È nata a Carrara nel 1987 e si è laureata a Pisa. È responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.
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