di
Federico Giannini @federicogiannini1
17/02/2016
Categorie: Opere e artisti / Argomenti: Storia della critica d'arte
Quarta puntata della nostra storia della critica d'arte: si parla della Scuola di Vienna e di alcuni dei suoi più importanti esponenti (Eitelberger, Wickhoff, Riegl e Dvořák)
Nell’ultimo episodio della nostra storia della critica d’arte avevamo parlato di Julius von Schlosser (1866 - 1938) e avevamo introdotto la Scuola di Vienna, l’importante gruppo di studiosi, di cui Schlosser fu uno dei più giovani esponenti, che contribuì a rinnovare in modo radicale la disciplina dello studio della storia dell’arte. E dal momento che il contributo della scuola di Vienna fu fondamentale, è doveroso dedicare un appuntamento di questa nostra serie di articoli proprio a questo gruppo di storici dell’arte, il cui “fondatore” (mettiamo la parola tra virgolette perché, come avevamo detto nell’articolo su Schlosser, in realtà il gruppo non aveva caratteri di ufficialità) veniva riconosciuto da Schlosser nella figura di Rudolf Eitelberger von Edelberg (1817 - 1885).
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| Rudolf Eitelberger von Edelberg |
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| Franz Wickhoff |
Considerando dunque la storia dell’arte una disciplina scientifica, Wickhoff iniziò a rifiutare certi schemi che venivano dati per assodati, facendo sì che certi momenti della storia dell’arte venissero letti secondo un’ottica più obiettiva: per esempio, Wickhoff attribuiva una notevole originalità all’arte romana e riteneva che l’arte romana si fosse arricchita di elementi nuovi rispetto all’arte greca. Wickhoff, in sostanza, andava contro l’assunto di Johann Joachim Winckelmann (1717 - 1768), che considerava l’arte romana una sorta di imitazione dell’arte greca: un pregiudizio che aveva condizionato la storiografia per più d’un secolo. Si è addirittura arrivati a concludere che la storia dell’arte romana abbia inizio nel 1895, anno in cui Wickhoff pubblicò una delle sue opere principali, Die Wiener Genesis (“La Genesi di Vienna”), in cui lo studioso, analizzando il codice miniato noto, appunto, come “Genesi di Vienna” (che Wickhoff considerava del IV secolo dopo Cristo, ma che è stato oggi spostato di due secoli in avanti), proponeva una originale visione dell’arte romana: a quest’ultima, lo studioso attribuiva il merito d’aver introdotto motivi originali, che individuava nell’elaborazione di uno spazio naturale, nel realismo che connotava i ritratti, e nella continuità della narrazione (come avveniva, per esempio, nei rilievi della Colonna Traiana). Vale la pena evidenziare, tuttavia, come Wickhoff non considerasse in alcun modo l’apporto dell’arte ellenistica alla quale, secondo visioni più recenti, andrebbero invece attribuite le novità che Wickhoff ascriveva all’arte romana. Anche se le ipotesi di Wickhoff sull’arte romana sono ritenute oggigiorno superate, è grazie a lui che l’arte romana diventò oggetto di studio approfondito.
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| Masolino, Scene della vita di Caterina d’Alessandria: la santa rifiuta di adorare gli idoli, Santa Caterina s’incontra in carcere con l’imperatrice Faustina, Faustina viene decapitata (1428 circa; Roma, San Clemente) |
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| Alois Riegl |
Studiando in modo più approfondito le ragioni in base alle quali i motivi ornamentali conoscono evoluzioni nel corso del tempo, Riegl arrivò a introdurre il fondamentale concetto di Kunstwollen (letteralmente, “volontà d’arte”), enunciato per la prima volta in modo sistematico nell’introduzione all’opera del 1901 Die spätrömische Kunstindustrie nach den Funden in Österreich (“L’industria artistica tardoromana secondo i ritrovamenti in Austria”). Con questo termine, Riegl intendeva spiegare le evoluzioni dello stile sulla base del potere creativo che avrebbe connotato ogni singola civiltà artistica (e non sulla base di un semplice sviluppo della tecnica artistica): grazie alla Kunstwollen, ogni civiltà produce manifestazioni artistiche proprie, ravvisabili in qualunque prodotto artistico. Tra l’altro, attraverso gli assunti di questa teoria, Riegl arrivò a stabilire che tutte le forme d’arte dovessero avere uguale dignità in quanto tutte prodotto della stessa Kunstwollen, e questa intuizione lo portò ad attribuire alle arti cosiddette “minori” (come l’oreficeria, la miniatura e la medaglistica) la stessa importanza che veniva riconosciuta alle arti considerate “maggiori” (pittura, scultura e architettura): un altro pregiudizio veniva dunque superato. Il limite del pensiero di Riegl consisteva nel fatto che, per lui, la Kunstwollen (che potremmo, peraltro, tradurre anche con il termine "gusto", benché il concetto abbia conosciuto delle evoluzioni nel corso della storia della critica d’arte) era il principale fattore che determinava la creazione di un’opera d’arte, e questo portò lo studioso a sottostimare le basi storiche e sociali per spiegare il perché di una certa espressione artistica: ciò nonostante, Riegl ebbe il merito di dare il via alla rivalutazione di civiltà artistiche (come quella tardoantica) che fino ad allora avevano goduto di scarsa considerazione.
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| Max Dvořák |
Per fare un esempio, Dvořák, nella sua fondamentale opera del 1918 Idealismus und Naturalismus in der gotischen Skulptur und Malerei (“Idealismo e naturalismo nella scultura e nella pittura gotica”) riteneva che l’arte romanica non potesse essere considerata come un’evoluzione della tradizione classica, ma come espressione di un periodo nel quale venivano elaborate nuove idee e nuovi concetti. Benché il suo metodo abbia attirato critiche (ci fu chi disse che le teorie di Dvořák si applicassero bene al contenuto delle opere d’arte, ma non alla loro forma), a Dvořák si attribuisce il merito di aver rivalutato interi periodi della storia dell’arte (come il Manierismo) e figure di artisti che erano state fino ad allora trascurate dalla storiografie e che sono ritenute oggi centrali nella storia dell’arte: l’esempio è quello di El Greco, la cui riscoperta si deve proprio al lavoro di Max Dvořák. Lo studioso si spinse inoltre a stabilire nell’arte del Tintoretto gli inizi dell’arte moderna: in particolare, nell’ultimo Tintoretto (in quello, per esempio, dell’Ultima Cena per San Giorgio Maggiore), Dvořák individuava una visionarietà che avrebbe avuto a che fare più con l’intuizione e la sensibilità dell’artista, che con gli schemi convenzionali dello stile della sua epoca. Una visionarietà che costituiva un insanabile motivo di rottura con l’arte precedente e che di fatto sanciva la nascita di un’esperienza artistica frutto di un’idea nuova, che non sarebbe stata quindi possibile in precedenza.
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| Tintoretto, Ultima cena (1592-1594; olio su tela, 365 x 568 cm; Venezia, San Giorgio Maggiore) |
Bibliografia di riferimento
- Diana Reynolds-Cordileone, Alois Riegl in Vienna 1875–1905: An Institutional Biography, Ashgate Publishing, 2013
- Matthew Rampley, The Vienna School of Art History: Empire and the Politics of Scholarship, 1847-1918, Pennsylvania State University Press, 2013
- Michael Gubser, Time’s Visible Surface: Alois Riegl and the Discourse on History and Temporality in Fin-de-Siècle Vienna, Wayne State University Press, 2006
- Ricardo de Mambro Santos, Viatico viennese: la storiografia critica di Julius von Schlosser e la metodologia filosofica di Benedetto Croce, Apeiron, 1998
- Eugene Kleinbauer, Modern Perspectives in Western Art History: An Anthology of 20th-century Writings on the Visual Arts , University of Toronto Press, 1989
- Richard Brilliant, Roman art from the Republic to Constantine, Phaidon Press, 1974
- Max Dvořák, Kunstgeschichte als Geistesgeschichte: Studien zur abendländischen Kunstentwicklung, Mäander Kunstverlag, 1973
- Alois Riegl, Die spätrömische Kunstindustrie, Druck und Verlag der Osterreichischen Staatsdruckerei, 1927
- Erwin Panofsky, Über das Verhältnis der Kunstgeschichte zur Kunsttheorie in Zeitschrift für Ästhetik und allgemeine Kunstwissenschaft, 18 (1925)
- Max Dvořák, Idealismus und Naturalismus in der gotischen Skulptur und Malerei, Oldenbourg, 1918
- Alois Riegl, Stilfragen: Grundlegungen zu einer Geschichte der Ornamentik, Verlag von Georg Siemens, 1893
- Franz Wickhoff, Die Wiener Genesis in Jahrbuch der kunsthistorischen Sammlungen des Allerhöchsten Kaiserhauses (15/16), 1895
- Franz Wickhoff, Die Fresken der Katherinenkapelle in S. Clemente zu Rom in Zeitschrift für bildende Künst, 25 (1889)






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