Abolire le prenotazioni obbligatorie nei festivi per i musei


Una delle misure più discusse delle riaperture della cultura è la prenotazione obbligatoria per i musei nei fine settimana e nei festivi. Ma per i musei piccoli è un provvedimento poco ragionevole, dannoso e controproducente.

I musei continuano a essere uno dei luoghi dove si rischia meno il contagio da Covid-19: su queste pagine lo andiamo dicendo da aprile dello scorso anno, e il fatto che nessun museo si sia fin qui rivelato luogo di diffusione dell’infezione conforta quest’idea, che è del resto ben nota a chi abbia una minima conoscenza del paesaggio museale italiano. Quando però il governo stabilisce i protocolli per visitare i musei in sicurezza, probabilmente ha in mente solo i grandi musei turistici, quelli gettonati da grandi gruppi di visitatori che eravamo abituati a vedere ammassarsi in lunghe code nei fine settimana di festa, oppure durante le domeniche gratuite. Bene: questi musei rappresentano una percentuale minima sul totale. Il paesaggio museale italiano è composto per lo più da musei di piccole e medie dimensioni, dislocati su tutto il territorio e non soltanto nelle grandi città turistiche o nelle città d’arte, visitati mediamente da poche migliaia di visitatori l’anno, per lo più residenti, e dove il distanziamento e l’assenza di code sono situazioni spontanee, che esistevano anche prima del Covid.

L’obbligo di prenotazione nei fine settimana e nei festivi per tutti i musei, imposto in maniera indiscriminata, è una misura rozza, indice del massimalismo con cui il governo ha affrontato e continua ad affrontare il tema delle riaperture della cultura, è una misura che non tiene conto della varietà di questo paesaggio, che non tiene conto del fatto che i musei hanno ricominciato a lavorare in assenza di turisti, che non tiene conto del comportamento tipico di molti visitatori (e in special modo dei residenti o comunque di coloro che non visitano i musei per turismo), che non programmano la loro visita e spesso decidono all’ultimo minuto, che non tiene conto dei bassi numeri di visitatori che caratterizzano la stragrande maggioranza dei musei italiani, frequentati spesso da visitatori occasionali. È impensabile costringere tutti i visitatori a programmare: è molto più realistico che il museo perda il pubblico meno propenso a organizzare ogni minuto della propria esistenza. E in più, adesso c’è pure l’esperienza dei tre fine settimana in cui è stato possibile testare questo provvedimento, che com’era ampiamente prevedibile ha solo danneggiato i musei più piccoli, dato che le loro sale sono rimaste, come sempre, per lo più vuote (e anche nei musei più grandi non si sono davvero viste resse).

Regole anti-Covid al Museo di Palazzo Pretorio a Prato
Regole anti-Covid al Museo di Palazzo Pretorio a Prato

È quanto hanno detto in molti negli ultimi giorni, a cominciare dal comitato italiano dell’ICOM, che è stato molto chiaro: l’obbligo di prenotazione è dannoso e controproducente, perché rischia di allontanare i visitatori invece che di attirarli. Pensiamo a un potenziale visitatore che trova all’ultimo momento il tempo per una visita, oppure a un visitatore a cui viene semplicemente voglia di visitare il museo una domenica pomeriggio perché magari è in giro per la sua città e passa davanti all’ingresso: ha senso respingerlo all’entrata, magari quando il museo è vuoto? Anche i piccoli musei della Toscana, che al pari dell’ICOM hanno scritto al ministro Dario Franceschini, rilevano giustamente che il rischio di sovraffollamento, ovvero il problema verso il quale s’indirizza la ratio della misura, in tantissime strutture non esisteva neppure prima del Covid. Gli stessi musei toscani fanno poi notare che la prenotazione obbligatoria disincentiva i visitatori occasionali, e che crea anche un paradosso, ovvero comporta la chiusura del museo in assenza di prenotazioni: situazione che potrebbe esser percepita come un disservizio da un potenziale visitatore che si trova a dover passare davanti al museo. E ovviamente è superfluo sottolineare la portata dei danni economici che questo provvedimento crea ai musei e ai professionisti esterni che vi lavorano.

Come non è richiesta la prenotazione per andare al bar o al ristorante, lo stesso dovrebbe valere per il museo: se il ristorante è pieno, il cliente aspetta il proprio turno. Lo stesso potrebbe accadere per i musei: al più, il visitatore che vorrà prenotare avrà il vantaggio di non dover attendere. Ma non ha senso vincolare una visita a un obbligo di prenotazione, specialmente per i musei più piccoli: dopo quasi un mese in cui abbiamo avuto modo di verificare che i musei non corrono pericoli di “assembramenti”, si potrebbe finalmente cominciare a pensare di abolire la prenotazione obbligatoria. Magari cominciando proprio dai musei meno frequentati: lo scorso anno, il comitato tecnico scientifico per l’emergenza Covid, nelle linee guida per la riapertura dei musei, aveva stabilito nella soglia di centomila visitatori all’anno il limite a partire dal quale diversificare le misure. Se dunque questa regola è proprio necessaria, la si potrà tutt’al più mantenere per i musei che superano questo numero di visitatori. Per tutti gli altri, è una misura poco ragionevole. E se proprio serve per tutti, si consenta almeno l’accesso ai non prenotati se c’è disponibilità di posti liberi: se il museo è semideserto, l’eventualità d’impedire l’ingresso ai non prenotati non è garanzia di sicurezza, è indice di pervicace ottusità.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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