L'arte italiana sulla scena internazionale c'è, ma non si dice


L’arte contemporanea italiana? Sulla scena internazionale c’è, ma non si dice: gli artisti italiani viaggiano, espongono e costruiscono reti internazionali, ma raramente emergono come espressione di una scena riconoscibile. Perché? Una riflessione di Valeria Tassinari sul rapporto tra individualità, gruppi, critica e identità dell’arte italiana.

Senza dubbio posso dirmi una frequentatrice e osservatrice abbastanza costante del sistema dell’arte a partire dalla metà degli anni Ottanta. Credo, dunque, di avere una visione piuttosto continuativa sul medio-lungo periodo, ma so bene di non essere in grado di affrontare un’analisi adeguata in merito al posizionamento dell’arte italiana nel contesto internazionale, perché la mia area di osservazione diretta è stata prevalentemente legata al territorio europeo. Come tanti, ritengo che oggi non si possa più pensare che l’Europa e gli Stati Uniti siano scenari di riferimento sufficienti per fare una valutazione della riconoscibilità dell’arte italiana all’estero, perché l’allargamento dell’osservazione a Paesi come la Cina e l’India, o ad aree culturali come quella nordafricana, ormai appare imprescindibile. A esempio la scena cinese è da almeno un decennio molto attrattiva per la mobilità degli artisti, degli scambi istituzionali, del collezionismo e del mercato; ma io, pur avendo osservato diverse dinamiche relazionali di andata e ritorno sull’asse Italia-Cina all’interno delle Accademie di Belle Arti, quella ricerca compulsiva di opportunità non la conosco abbastanza. Quindi dichiaro che la mia visione può e deve essere considerata parziale, e che, se raccolgo con piacere l’invito a questa riflessione, è principalmente perché trovo bello che una rivista si apra a una pluralità di punti di vista, accogliendo anche quelli un po’ sghembi, come può essere il mio.

Partendo da quello che so per esperienza diretta, osservo che l’Italia è ancora un paese attrattivo per chi studia discipline artistiche a livello di istituzioni di alta formazione, ma anche per chi è già attivo a livello professionale, tanto che tra i sogni di tutti gli artisti stranieri che ho incontrato c’è l’idea di allestire una mostra in Italia, magari in una sede storica. Ma su questo immaginario, che porta a desiderare l’Italia, non mi pare influire quasi per nulla la riconoscibilità degli artisti contemporanei italiani; voglio dire che, se si viene volentieri nel nostro Paese, è per la memoria, per il retaggio culturale, per l’idea di confrontarsi con i Titani dell’arte del passato, per l’allure da Grand Tour, non per confrontarsi con il presente. Ricordo che anni fa intervistai Franco Farina, il quale, tra gli anni Sessanta e Ottanta, da direttore di Palazzo dei Diamanti, seppur con poche risorse economiche era riuscito a portare a Ferrara nomi di grande notorietà internazionale: quando gli chiesi come aveva fatto, mi disse che artisti d’avanguardia come Andy Warhol e Robert Rauschenberg non sapevano molto della scena contemporanea italiana, ma venivano volentieri quando scoprivano che avrebbero esposto in un palazzo rinascimentale. Non mi pare che le cose siano cambiate tanto, anche se certamente istituzioni e grande collezionismo (penso, ad esempio, a Collezione Maramotti, Fondazione Prada, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo) stanno facendo un lavoro importante di costruzione di reti, all’interno delle quali, qualche volta, collocano autori italiani (che, però, spesso hanno già base a Londra o a New York). Insomma, non mi pare che si venga perché qui perché c’è una vivacità artistica attuale riconosciuta fuori dai nostri confini. Mi è capitato di parlare con autori giovani di altri Paesi, europei ed extra-europei, che stavano esponendo in Italia, e quasi tutti tranquillamente dichiaravano di non conoscere nomi di artisti italiani, se non i loro amici occasionali, o i soliti noti, che non staremo qui a ripetere.

Mostra Notti magiche. Arte italiana dalla Collezione Sandretto Re Rebaudengo (Torino, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo). Foto: Giorgio Perottino
Mostra Notti magiche. Arte italiana dalla Collezione Sandretto Re Rebaudengo (Torino, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo). Foto: Giorgio Perottino

Da parte loro, gli artisti italiani viventi di tutte le generazioni si spostano all’estero molto frequentemente, cercano e trovano reti, a vari livelli, in autonomia: hanno amicizie e relazioni durature, e attivano rapporti di scambio agili, vivaci; nell’ultimo decennio, per quanto riguarda i giovani molto avviene attraverso residenze e progetti europei. In effetti, quando sono di passaggio in una città all’estero, se cerco una mostra temporanea di un artista italiano, in genere la trovo: a volte in un museo o in un’istituzione, dove magari ci sono anche opere in collezione permanente, oppure in una galleria, in un centro culturale, in un istituto di cultura, o nello studio di un artista del luogo. Ma raramente è la mostra di punta di quel momento. Ed è così anche quando vado a una fiera d’arte internazionale, dove è più probabile trovare artisti italiani tra gli emergenti proposti da gallerie giovani, piuttosto che autori mid-career in gallerie storiche. Quando chiedo a colleghi stranieri se conoscono l’arte italiana, mi dicono di vederne parecchia in giro, ma poi non si ricordano cosa, o chi.

Ecco, io credo che il tema sia un po’ quello di una coralità troppo diffusa di presenze italiane individuali, poco riconoscibili perché non fanno tendenza, non si aggregano in gruppi, non si danno linee di ricerca identificabili. Mi pare che all’estero ci riconoscano come una sorta di “bassa vibrazione” costante, un brusio sommesso di fondo, che parla italiano, anche in maniera raffinata e intelligente, ma resta in secondo piano, perché le voci sono tutte autonome, non cercano confluenze che consentano di alzare il tono insieme. I movimenti dell’Arte Povera e della Transavanguardia sono stati l’esempio di come il gruppo, dal quale prende corpo un movimento, sia una struttura vincente per raggiungere l’identificabilità; ma questa, che è la premessa per la riconoscibilità di una linea di ricerca intorno alla quale si “accordano” le singole individualità, avrebbe bisogno di partire da una struttura critica forte. Il gruppo si storicizza molto più velocemente, agisce come cuneo di penetrazione nel sistema, ma per costituirlo serve una dimensione teorica, una determinazione che non coincide con la pratica curatoriale, che spesso è mimetica, opportunistica, troppo inclusiva. In definitiva: oggi l’arte italiana sulla scena internazionale c’è ma non si dice, cioè non dice sé stessa.



Valeria Tassinari

L'autrice di questo articolo: Valeria Tassinari

Valeria Tassinari è storica dell’arte, docente, curatrice e critica d’arte contemporanea. Si è laureata al DAMS dell’Università di Bologna e dai primi anni Novanta è docente di storia dell’arte. Dal 2007 insegna Storia della Decorazione, prima all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e ora a Venezia. Ha scritto per numerose testate specializzate, ha curato mostre ed eventi in istituzioni museali, in Italia e all’estero. Dal 2012 al 2022 è stata curatrice scientifica del Museo d’arte contemporanea MAGI’900, mentre dal 2022 è presidente del Centro Studi Internazionale “Il Guercino” ed è membro del consiglio di indirizzo della Fondazione Carice. Si occupa di progetti espositivi, di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio artistico ed ambientale, con particolare attenzione al rapporto tra arti visive e contesto storico e naturale. Ha pubblicato saggi, monografie di artisti, cataloghi di mostre d’arte contemporanea.



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