Il luogo e persino l’ora sono annotati sul retro del dipinto: “Prato a San Rocco / ore 14 del 14 novembre”. È una delle rare testimonianze autografe lasciate da Giuseppe Pellizza da Volpedo (Volpedo, 1868 – 1907) su Prati e colline della Val Curone, un piccolo paesaggio del 1895 rimasto per lungo tempo lontano dal pubblico e riapparso sul mercato soltanto nel 2025. Ora l’opera torna in mostra a Belgioioso (Pavia), dove sarà esposta dal 25 al 27 settembre al Castello di Belgioioso in occasione della manifestazione BE ART 2026. Il dipinto, presentato dalla galleria Echampe Art Gallery di Alessandria, misura 29 per 71 centimetri ed è un olio su tavola. La sua storia espositiva è particolarmente lunga, ma anche caratterizzata da intervalli molto estesi durante i quali l’opera celata tra collezioni private. La prima apparizione documentata risale al 1904, a Genova. Sedici anni dopo fu esposta alla Galleria Pesaro di Milano, quindi tornò a essere visibile a Torino nel 1939, a Bergamo nel 1947 e alla Pinacoteca Civica di Alessandria nel 1954.
Dopo quella stagione di esposizioni il dipinto scomparve dalla circolazione pubblica. La sua assenza fu tale che la storica dell’arte Aurora Scotti, quando nel 1986 lavorò alla scheda dell’opera per il catalogo generale di Pellizza da Volpedo, non riuscì neppure a reperire il dipinto. La studiosa ebbe modo di esaminarlo direttamente in seguito e nel 1999 Prati e colline della Val Curone tornò a essere esposto, questa volta alla Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino. Sarebbero trascorsi altri decenni prima di una nuova ricomparsa. Dopo un’ulteriore permanenza in collezione privata, il paesaggio è tornato sul mercato nel novembre 2025, quando è stato proposto da Pandolfini in un’asta dedicata alla pittura del XIX secolo. La stima era compresa tra 40.000 e 60.000 euro, e alla fine il dipinto è stato aggiudicato per 144.900 euro.
A Belgioioso sarà dunque il fulcro dell’allestimento di Echampe Art Gallery, che accanto all’opera di Pellizza presenterà lavori di Robert Rauschenberg, Jim Dine, Alighiero Boetti, Enrico Baj e Mario Schifano, che fanno parte della proposta della galleria. La presenza del paesaggio del 1895 costituisce però un’occasione per tornare anche sulla ricerca di Pellizza e, in particolare, sul ruolo che il territorio di Volpedo e della Val Curone ebbe nella sua pittura.
Nato a Volpedo nel 1868, Giuseppe Pellizza è una delle figure fondamentali del Divisionismo italiano. Dopo gli studi all’Accademia di Brera a Milano e successive esperienze formative, sviluppò progressivamente un linguaggio personale basato sull’analisi della luce e sulla ricerca cromatica, insieme a una concezione della pittura capace di mettere in rapporto l’osservazione della realtà e una tensione simbolica. Il territorio d’origine rimase al centro della sua esperienza artistica per tutta la vita. Volpedo e le campagne circostanti offrirono a Pellizza paesaggi, persone e scene della vita quotidiana che diventarono materia di una ricerca progressivamente orientata verso significati più universali. È all’interno di questo percorso che si colloca anche il Quarto Stato, l’opera più celebre dell’artista, oggi alla Galleria d’Arte Moderna di Milano e diventata una delle immagini simbolo della storia sociale e artistica italiana.
La pittura di Pellizza, tuttavia, non si esaurisce nelle grandi composizioni di figura. Il paesaggio occupò infatti una posizione importante nella sua ricerca, soprattutto come campo di sperimentazione sulla luce, sulla natura e sulle variazioni stagionali. La rappresentazione della campagna poteva così diventare qualcosa di più della semplice descrizione di un luogo: un terreno autonomo di ricerca pittorica. Prati e colline della Val Curone appartiene proprio a questo momento: realizzato nel 1895, il dipinto nasce dall’osservazione di un luogo familiare all’artista e la trasforma in una ricerca sulla luce, sul colore e sulla percezione. È una fase nella quale Pellizza stava sviluppando una concezione del paesaggio destinata ad assumere un peso sempre maggiore nella sua pittura: la campagna non è più soltanto lo sfondo di una scena, ma diventa il soggetto stesso dell’indagine.
La composizione è costruita attraverso un equilibrio di linee orizzontali e verticali. Come sottolinea Aurora Scotti, il filare degli alberi e la linea dell’orizzonte stabiliscono un sistema di rapporti orizzontali al quale si contrappone la verticalità delle piante in primo piano. La struttura del dipinto nasce quindi anche dal rapporto tra gli elementi del paesaggio, organizzati in una composizione nella quale la natura viene osservata e contemporaneamente costruita attraverso la pittura.
A rendere ancora più interessante l’opera è ciò che Pellizza lasciò sul suo retro. Il dipinto è firmato “P. di Volpedo 1895” e conserva le etichette relative alle esposizioni nelle quali è stato presentato. Ma contiene anche due testimonianze autografe dell’artista, considerate rare ed eccezionali: un’etichetta con autore, indirizzo e soggetto e, soprattutto, la nota “Prato a San Rocco / ore 14 del 14 novembre”. Quella breve frase registra con precisione il luogo e il momento dell’osservazione. Non si tratta dunque soltanto dell’indicazione del soggetto rappresentato: sul retro rimane una sorta di annotazione dell’istante nel quale Pellizza si trovò davanti al paesaggio che avrebbe poi trasformato in pittura. Il riferimento all’ora, oltre a quello al luogo, restituisce un dato concreto del processo di osservazione alla base dell’opera.
Il dipinto conserva anche un’ulteriore traccia della particolare attenzione che Pellizza gli riservò. L’artista volle infatti farlo fotografare all’interno del proprio studio da Davide Cicale. La fotografia costituisce una testimonianza storica dell’opera e del suo passaggio nello studio dell’artista, aggiungendosi alle informazioni che il quadro stesso ha conservato attraverso la firma, le etichette e la nota autografa.
Ora, a distanza di un anno dalla vendita, Prati e colline della Val Curone torna ora a essere visibile. Per il dipinto di Pellizza sarà un nuovo episodio di una storia iniziata oltre un secolo fa, quando l’artista annotò sul retro poche parole per fissare il luogo e l’ora di quell’osservazione: San Rocco, le due del pomeriggio, il 14 novembre.
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